Objection! Videogames e social network: la generazione del ‘non va mai bene niente’

Objection! Videogames e social network: la generazione del ‘non va mai bene niente’
Fonte immagine: 2duerighe

“Erano meglio i videogiochi di una volta, non come oggi che è solo grafica… sì, bellissimo questo videogioco, ma che dice Digital Foundry? Non gira a 60 fps? È ingiocabile! È scomparsa una pozzanghera che era presente nel trailer? Downgrade! Ma il gameplay è sempre lo stesso, così la saga è ripetitiva… hanno cambiato il gameplay? Noooo… la saga doveva mantenere il vecchio gameplay! E poi fanno sempre gli stessi giochi, basta dai… ma quando lo fanno un sequel di quel videogioco di dieci anni fa? E basta con tutte queste remastered e remake… ma quando lo fanno il remake di Dino Crisis? Quando il remake di Souls River? Quando lo fanno il remake/remastered di [inserire gioco che ricordate solo voi e chi l’ha sviluppato]?”

Benvenuti nella generazione videoludica dei social, benvenuti nella generazione del ‘non va mai bene niente’. Benvenuti nell’argomento di questo mese di “Objection!” Ebbene sì, la rubrica che tratta le discussioni a tema videoludico, questo mese tratta proprio di… discussioni!

Al giorno d’oggi si ha quasi paura di elogiare un videogioco sui social: bisogna sempre aspettarsi un dibattito con chi ha un’opinione contraria, spesso basata su luoghi comuni o totalmente campata per aria. Opinioni che, paradossalmente, tra una discussione e l’altra vanno anche in contrasto tra di loro, come potete vedere nell’esempio iniziale; verrebbe da pensare che siano atte più a sfogare il desiderio di volersi lamentare.

In questo nuovo numero della rubrica, cerchiamo di esaminare la situazione e mettere un po’ di ordine.

Social e retrogaming – Era meglio prima?

“I social danno diritto di parola a legioni di imbecilli”

Umberto Eco

La nota frase estrapolata da uno degli ultimi discorsi di Umberto Eco, in cui esponeva pregi e difetti dei social, potrebbe sembrare pesante se rivolta a questo medium di intrattenimento, ma quando sei un appassionato di videogiochi, sostenitore del loro ruolo nella cultura pop e del voler anche essere, in alcuni casi, considerati arte, nonché sostenitore del dialogo costruttivo, trovi che l’affermazione sia adatta anche in questo campo.

Il problema, come affermava sempre Eco in quella occasione, è che tali opinioni vanno a creare in seguito dei luoghi comuni che vengono presi come una base veritiera, senza un minimo di riflessione e approfondimento.

Partiamo da un evergreen per ogni tipo di argomento: l’effetto nostalgia.

I videogiochi di una volta sono sempre i più belli. Erano più originali, non avevano difetti, non avevano bisogno di patch e DLC, “e poi mi ricordo di quando ero bambino, tornavo da scuola e giocavo alla PlayStation mentre mamma preparava la merenda…”

Ecco, quest’ultima affermazione è chiaramente la più assurda: secondo voi potremmo mai scrivere un’affermazione del genere nella recensione di un videogame del passato? Potremmo mai andare da un adolesce e dirgli: “devi assolutamente provare questo videogioco perché mi ricorda di quando ero bambino”? Il ragazzo in questione, giustamente, risponderebbe con: “ma chi se ne frega!”

I videogiochi di una volta non erano affatto perfetti. Non erano sempre originali, tant’è che diversi sequel uscivano anche a distanza di un solo anno gli uni dagli altri, con il gameplay che era più o meno lo stesso per ogni titolo e la grafica che cambiava davvero poco. Prendiamo ad esempio le trilogie di Crash Bandicoot e Spyro: i giochi di ognuna di queste due trilogie erano talmente simili tra di loro che di recente sono bastati due remake per racchiuderle entrambe.

Questo vuol forse dire che i videogiochi di un tempo sono peggiori di quelli attuali? No, ma bisogna ricordare che il “more of the same” è un classico del mondo videoludico e non sempre è sbagliato: spesso basta cambiare qualcosa per trasformare il sequel in un’esperienza diversa.

Prendiamo ad esempio il Resident Evil 2 originale: ha le stesse meccaniche di gioco del primo capitolo, la stessa telecamera, e anche graficamente non cambia molto, però inizia il gioco e ci si ritrova a dover scappare da un mucchio di zombie; si arriva alla centrale di polizia in cui è ambientato, si apre la seconda porta e subito sei zombie quando si è armati solo di pistola e 18 colpi. Già da questo si capisce che Resident Evil 2 è molto più survival rispetto al primo capitolo, anche grazie all’ambientazione della città assediata dai non-morti con la stazione di polizia a mo di ultimo baluardo; diverso dal primo Resident Evil che spinge a svelare i segreti della villa, e con i nemici che sono per lo più un ostacolo aggiuntivo.

resident evil 2
Fonte immagine: IGDB

Un altro atteggiamento scatenato dall’effetto nostalgia è il legame indissolubile verso le meccaniche del passato. Almeno nei confronti dei primi tre Resident Evil non sembrerebbe più esserci questo legame (ma Resident Evil 4 è un videogioco di sedici anni fa: avrebbe subito le stesse discussioni della visuale in prima persona di Resident Evil VII se fosse stato più recente?), mentre altre saghe quali, ad esempio, God of War o Final Fantasy hanno i loro detrattori verso il cambio di gameplay.

Dopotutto, come dimenticare la mitica telecamera fissa di God of War, nella quale se un nemico di grandi dimensioni si mette di fronte a Kratos, si rischia di non vedere il protagonista e lanciare colpi a caso? Nella modalità “Sfide” di God of War III, provate a fare la sfida dei ciclopi con la telecamera fissa…

Per Final Fantasy, invece, il concetto è molto semplice: un tempo presentava un sistema di combattimento a turni, quindi era più strategico. A parte il fatto che esistono giochi d’azione che, in quanto a impegno richiesto, si mangiano l’intera saga di Final Fantasy, perché la difficoltà non dipende dal sistema di combattimento ma dal gioco, provate a giocare Final Fantasy VII Remake dopo aver giocato l’originale e vi accorgerete che è più impegnativo, proprio perché, come appena detto, la difficoltà dipende dal gioco e non dalla tipologia del combat system.

Se vogliamo fare confronti con il passato per valutare il presente, facciamoli con criterio.

Originalità, remake, e remastered

Abbiamo appena detto che il “more of the same” è sempre esistito nei videogiochi, e che spesso funziona. Molti lo vedono comunque come un male, perché così facendo il gioco in questione pecca di originalità, e qui si discute di un argomento che su cui mi sono sempre battuto: “originale” non è necessariamente sinonimo di “migliore”.

Per decidere se un sequel, o anche una nuova IP, debba essere originale o meno, dipende anche qui dal gioco in questione. Se un modello videoludico funziona e ha ancora qualcosa da dire, è giusto proseguire con il “more of the same”; il gioco va rivoluzionato quando è il caso di proporre qualcosa di diverso. Un esempio può essere ancora una volta la saga di God of War: nulla da dire fino a God of War III, mentre in God of War: Ascension si è cominciata a sentire la ripetitività, ed ecco che si è arrivati a God of War per PS4 con un’evoluzione della saga. E’ lecito preferire lo stile dei capitoli precedenti? Certamente, ma è innegabile che l’evoluzione di quello stile fosse necessaria, una volta arrivati a quel punto.

Sottolineo il termine “evoluzione”, non “stravolgimento”, perché in fondo è lo stesso gioco visto da un’altra prospettiva: Kratos è sempre lo stesso personaggio, il quale però cerca di cambiare, ma è chiaramente fuori luogo in un mondo non suo, e il suo passato si ripresenta come un ostacolo in più nella sua nuova avventura. Non è che se cambia la telecamera allora non c’è più la violenza e l’azione frenetica; possono esserci meno orde, ma ci guadagna il tecnicismo del combat system (che già aveva fatto passi avanti con God of War: Ascension).

Qui vediamo anche un altro caso in cui non si ricorda davvero il passato: God of War è un gioco di azione frenetica su PS2 e PS3? Forse God of War III, per motivi di trama, ma gli altri capitoli si prendono i loro tempi con tantissime sessioni platform e puzzle. Ebbene, il nuovo capitolo per PS4 si prende i suoi tempi con la narrazione.

god of war ps4
Fonte immagine: screenshot 2duerighe

Uno dei fattori verso i quali ho sempre puntato il dito contro, riguardo le discussioni sull’originalità, è quello che io chiamo “originalità made in Nintendo”, ovvero prendere le proprie IP e ficcarle a forza in qualsiasi concept, ma anche qui abbiamo l’esempio di Super Mario 64, titolo rivoluzionario arrivato al momento giusto (anche se a me non è mai piaciuto: trovo più “stravolgimento” che “evoluzione”).

Nintendo fu anche una delle prime ad abbracciare i remake e le remastered, molto prima di quanto abbiamo visto nell’ultimo decennio. I remake e le remastered vengono criticati in quanto ritenuti motivo di mancanza di idee, quando in realtà di titoli nuovi, tra cui nuove IP, ne abbiamo a bizzeffe, e se non piacciono o è questione di gusti, oppure è perché si da ascolto ai luoghi comuni che stiamo criticando in questo articolo.

La critica verso le remastered può anche starci, per via di un’assenza della retrocompatibilità nelle ultime due generazioni di console, presente invece nella PlayStation 2, mentre i remake vanno invece a riprendere un titolo molto in là con gli anni e lo ripropongono con una veste grafica moderna, se non addirittura con una struttura completamente diversa, come nei casi di Resident Evil 2 Remake e Final Fantasy VII Remake.

I social e la next gen

La generazione videoludica del ‘non va mai bene niente’ sta per ricevere un sequel (probabilmente un “more of the same”) sulla next gen. Proprio in questo periodo c’è stata la presentazione di PS5, e sebbene la console war sia qualcosa di infantile, da essa si possono trarre spunti di riflessione interessante.

Innanzitutto, è incredibile come qualcuno possa davvero decidere di acquistare una macchina per i videogiochi in base al design, come fosse un semplice oggetto di arredamento.

Abbiamo poi la critica alla PS5 Digital Edition, la versione priva di lettore dischi, chiaramente indirizzata verso chi acquista solo in digitale e sicuramente venduta a prezzo ridotto. Un chiaro segnale verso un futuro sempre più digitale e meno fisico! Vorrei chiedervi di mostrare la vostra collezione di film al posto dell’abbonamento alle piattaforme streaming, ma andremmo fuori tema, perciò rispondiamo alle domande più comuni:

  • Se dovesse rompersi la console perderemmo anche i giochi? No, i giochi acquistati in digitale dipendono dall’account, una volta acquistati si possono anche cancellare e scaricare nuovamente in seguito.
  • Se dovessero hackerare l’account si rischierebbe di perdere i giochi? Certamente, ma anche se dovessero entrare i ladri in casa si rischierebbe di perdere i giochi su disco: così come difendiamo casa nostra, è giusto difendere anche il nostro account su console.
  • Se i giochi fossero tutti in digitale occuperebbero più spazio? Anche i giochi su disco richiedono un’installazione, e poi il tanto decantato SSD della PS5 è progettato appositamente per far in modo che i videogiochi next gen occupino molto meno spazio su hard disk. Lo spazio necessario su hard disk è stato un problema in questa generazione, è logico pensare che vogliano risolverlo per la next gen.
  • Senza più giochi su disco sparirebbero le collezioni? Dubito che spariranno mai le collezioni, dopotutto continuano a vendere Collector’s Edition che costano centinaia di euro. La diffusione dei film e della musica in digitale non hanno fatto sparire i supporti su disco.
  • Senza più giochi su disco sparirebbe l’usato? Al momento sarebbe così, ma da tempo gira voci di un futuro mercato dell’usato digitale.

Infine, il grande dilemma sul prezzo di console e videogiochi: “aspetterò che cali di prezzo, aspetterò che costi 200 €, aspetterò che costi 20-30 €, lo prenderò usato, ecc.”  Si cerca sempre lo sconto, però si pretende sulla qualità del prodotto. Quindi gli sviluppatori dovrebbero farsi il mazzo per creare prodotti sempre migliori, i produttori dovrebbero sborsare tantissimi soldi per finanziare i lavori sempre più imponenti, ma i clienti vorrebbero tutto questo senza pagare troppo.

ps5 digital edition
Fonte immagine: screenshot canale YouTube ufficiale di PlayStation

I social hanno contribuito a diffondere i luoghi comuni e le opinioni di bassa caratura, ma hanno anche contribuito a diffondere molte opinioni interessanti e originali. Il problema è che il mondo videoludico ha più difficoltà nell’imporsi a livello culturale, e necessiterebbe di opinioni di maggiore caratura. Se non siete disposti neanche ad accettare l’idea che possa esserci qualcosa di più dietro a quello che può essere considerato anche solo un semplice passatempo, allora non avete capito noi appassionati di videogames, dei quali fanno parte anche chi i videogiochi li crea.

Con questa ultima riflessione vi saluto, vi lascio i link dei numeri precedenti, e vi do appuntamento al prossimo numero di “Objection!”

N°1: Objection! Discutiamo di Open World

N°2: Objection! Un open world fatto bene – Horizon Zero Dawn

N°3: Objection! Un open world fatto male – Final Fantasy XV

N°4: Objection! Speciale Days Gone

N°5: Objection! Un open world per chi non ama il genere – Marvel’s Spider-Man

N°6: Objection! Gli open world del futuro

N°7: Objection! Final Fantasy VIII non è un capolavoro

N°8: Objection! The Last Of Us è un ottimo Multiplayer

N°9: Pokédex di Galar? Non è la prima volta – “Objection!” a Pokémon Rubino e Zaffiro

N°10: Objection! – Death Stranding è il gioco dell’anno

N°11: Objection! Discutiamo di DLC

N°12: Objection! Un’ode a Sekiro e ad altri (i gamers vogliono giocare)

N°13: Objection! Final Fantasy VII è davvero il migliore della saga?

N°14: Objection! The Last of Us Parte II e minacce, ma cos’è il videogioco d’autore?

 

 

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook