Diablo IV – Parte II: “Perché?” I destini incrociati di Lilith e Inarius
Come detto nell’undicesimo episodio del podcast daddoask, quando si decide o meno di giocare un determinato videogioco si pone la domanda: “perché lo sto facendo?”
La serie di Diablo potrebbe essere approcciata anche solo per il gameplay, considerando quanta importanza si dà all’endgame, ma quanto raccontato nei primi due capitoli della saga ha affascinato al punto tale da ispirare la creazione di diverse opere letterarie, quali pseudobiblia e romanzi che vanno a espandere questo universo narrativo.
In particolare, è la trilogia de “La Guerra del Peccato”, ad opera di Richard A. Knaak, ad aver ispirato la storia della creazione di Sanctuarium e dei suoi creatori: l’angelo Inarius e il demone Lilith, genitori dei nefilim, potentissimi antenati degli uomini che furono causa dei dissidi tra i due creatori.
La storia di Diablo III attinge a pieno dalla Guerra del Peccato, esprimendo una bellissima esaltazione dell’essere umano per mezzo di un’eterna lotta tra angeli e demoni, così come la storia di Diablo IV che promette di essere il culmine di tutto questo, per via del ritorno di Lilith e Inarius su Sanctuarium.
Diablo IV mostrava di avere il potenziale per un’altra bellissima storia già nella versione beta, e ha mantenuto la promessa almeno nei temi trattati, raccontando la storia per lo più in maniera diversa, seppur preventivabile, e non senza qualche difetto.
Lilith e Inarius camminano sulla terra
Vi ho dato il libero arbitrio… e l’avete dilapidato… sprecandolo in una crociata che nemmeno comprendete. Avete scelto la tirannia alla libertà offerta. Che inutile spreco del mio dono.
Come già anticipato nell’anteprima sulla storia, scritta dopo la open beta, per la prima volta nella serie di Diablo il pericolo è palese: non più voci su una cattedrale infestata dai demoni e sui tesori nascosti, o su un oscuro viandante seguito dal male, oppure su persone che non credono a nessuna di queste storie finché non vi assistono di persona.
In Diablo IV Lilith è tornata dall’insondabile Abisso. La figlia di Mefisto, il Signore dell’Odio, si manifesta personalmente ai suoi “figli”, palesando le sue intenzioni: un nuovo mondo popolato da umani potenti e pronti a combattere un nuovo Eterno Conflitto sia contro il Paradiso Celeste che contro gli Inferi Fiammeggianti.
Tuttavia, mentre le voci su Lilith si spargono pian piano, ad essere davvero palese è invece il ritorno di Inarius, l’angelo che insieme alla Figlia dell’Odio creò Sanctuarium e diede vita ai nefilim.
Liberatosi da una millenaria prigionia e tortura negli Inferi, Inarius è tornato su Sanctuarium e ha ripristinato l’antico culto a lui dedicato: la Cattedrale della Luce.
Quale culto più affidabile di uno con la propria divinità in terra, ma è davvero sicuro affidarsi a un essere che appare superbo, che permette ai propri fedeli di usare il pugno di ferro, e che fin da subito si dimostra essere pronto a tutto pur di realizzare la profezia di Rathma che egli ha fatto propria?

Per spiegare la caratterizzazione di Lilith e Inarius, è necessaria una riflessione su angeli e demoni nella serie di Diablo: le entità del Paradiso possono anche cadere, ma gli esseri infernali non possono assolutamente ascendere.
Il parallelismo tra i due sta nell’angelo e il suo culto disposti anche a compiere atti infimi pur di raggiungere il loro scopo, mentre la Figlia dell’Odio ha diversi momenti nei quali sembrerebbe voler provare tristezza, pietà, ma è impossibilitata dalla sua natura demoniaca che le impedisce di manifestare qualsiasi forma di bene, portandola di conseguenza ad affidarsi al tipo di male che più le appartiene: l’odio.
Due personaggi molto apprezzabili anche solo in Diablo IV ma, facendo riferimento alle domande riguardo il giocare o meno questo capitolo senza conoscere tutta la serie, essere a conoscenza della loro storia, raccontata anche in Diablo III, permette di approcciare il racconto in maniera migliore.
Lo stesso vale per altri personaggi e componenti dell’intreccio narrativo, come ad esempio per le vicende riguardanti Astaroth, oppure per il personaggio di Lorath Nahr: vecchio Horadrim eremita, cinico, con pochi scrupoli, e del tutto privo di qualsiasi fede.
Lorath è un’altra personalità che colpisce, ma lo fa ancor più con chi si ricorda di lui in Diablo III come giovane Horadrim del nuovo corso, unico sopravvissuto all’attacco di Malthael, che affianca Tyrael nell’Atto V e nell’endgame. Un giovanotto inesperto e pieno di entusiasmo, ben diverso da ciò che è diventato in Diablo IV.

A raccontare la storia in maniera diversa ci pensa l’open world, seppur con alti e bassi.
Ad esempio, Inarius non tende a mostrarsi spesso, ma la Cattedrale della Luce lo fa eccome, manifestando il suo credo tra accordi e punizioni, in maniera diversa a seconda del luogo.
Di conseguenza, questo sistema caratterizza anche tutto ciò che ha a che fare con il culto di Inarius, siano essi alleati, nemici o disertori.
Un sistema che si estende anche ad altri protagonisti di questa Sanctuarium, come gli abitanti dell’Hawezar, divisi tra quel che resta dei crociati e del culto di Zakarum, in cerca di redenzione, e gli abitanti della palude che preferiscono il cinismo alla fede, pensando esclusivamente a curare le persone con qualsiasi metodo a loro disposizione. Non escludono tuttavia l’affidarsi alle streghe del luogo e al misterioso, tenebroso e affascinante Albero dei Sussurri.
Un personaggio che viene aiutato molto da questo metodo narrativo è Elias, “l’Uomo Pallido” che permette a Lilith di tornare su Sanctuarium. La sua crudeltà e quella dei suoi alleati vengono enfatizzate dalle azioni compiute nel mondo di gioco.

Tutto questo non è poi molto diverso da quanto visto nei precedenti capitoli di Diablo, se non per una maggiore estensione del mondo di gioco, senza limiti dovuti agli “Atti”, ma tale estensione sembrerebbe avere un rovescio della medaglia, ovvero minor attenzione su quello che dovrebbe essere il tema centrale della storia.
Diablo IV tratta di un’umanità nuovamente divisa tra la corruzione demoniaca e la sudditanza ad angeli dagli intenti poco chiari. Tra la superbia e la fede cieca sia di Inarius che del suo culto, e la libertà e il potere offerti da Lilith, della quale tuttavia non bisogna dimenticare la natura diabolica. Può l’essere umano ottenere ciò a cui sarebbe destinato, ovvero il potere per vivere la vita senza servire alcun padrone ultraterreno?
Il problema è che questo tema viene trattato decisamente meglio in Diablo III, mentre nel nuovo capitolo della serie ottiene enfasi solo nella parte finale della main quest.
Non che non possa essere valida una struttura più simile al viaggio di Diablo II, ma nel secondo capitolo della serie si scopre qualcosa di importante in ogni singolo Atto, mentre in Diablo IV, nonostante il fascino degli eventi (ottime come sempre le cutscene), fino alla fine ci si domanda dove andrà a parare, sia nella trama che negli argomenti trattati.
Il viaggio… dell’Eroe?
Quello di cui più si sente la mancanza nella storia di Diablo IV, è la sensazione dell’impresa eroica, onnipresente in ogni altro capitolo della serie.
Il valore del protagonista nella serie di Diablo cresce in rapporto al tipo di impresa compiuta, venendo considerato un eroe molto prima della fine dell’avventura.
In Diablo IV, invece, il protagonista dà l’impressione di compiere imprese all’ordine del giorno. Ad esempio, viene narrato spesso nel corso dell’avventura di un grande pericolo da evitare, ma se questo dovesse poi presentarsi e venir sconfitto dall’eroe, quest’ultimo verrebbe trattato come se avesse semplicemente svolto il suo compito.
Il protagonista di Diablo IV, il personaggio giocante, viene trattato come se fosse un’arma potentissima piuttosto che un eroe.
Un vero peccato, considerando che le premesse erano quelle per la scrittura di un protagonista diverso: troppo giovane per conoscere gli eventi passati, che ottiene un legame con Lilith e la guida di un misterioso Lupo Insanguinato.
Una sorta di underdog che non dà l’idea di essere tale personaggio né riceve il merito che gli spetterebbe.

In Diablo III ogni classe ha una sua personalità narrativa; in Diablo IV si torna all’omologazione vista nei primi capitoli, differenziando le classi soltanto sotto l’aspetto del gameplay, nonostante il maggior numero di dialoghi con gli NPC nei quali potrebbe far sentire la sua voce quasi mai udita, cosa che invece contribuisce a caratterizzare ogni singolo protagonista nel precedente capitolo semplicemente approcciando in maniera diversa, in base alla classe, agli stessi dialoghi.
Occhio ai dettagli
I dialoghi con gli NPC, o quelli ascoltabili mentre ci si muove per i centri abitati, così come le informazioni lasciate dagli avvisi, oggetti, diari, statue e altro ancora, sono fondamentali per non solo per il world building, ma anche per ottenere risposte a quesiti altrimenti irrisolti.
Ad esempio, parlare con Donan dopo un determinato evento aiuta non solo a comprendere meglio la politica di Eldhaime, ma anche ad avere chiarimenti su un evento che all’apparenza sembrerebbe un gravissimo ed evitabile errore.
Purtroppo, a una tale cura dei dettagli si alternano non solo i problemi elencati in precedenza, ma anche un paio di buchi di trama (paradossalmente, invisibili agli occhi di chi approccia la serie partendo direttamente con Diablo IV) e l’assenza di altri dettagli che sarebbe molto gradita, essendo ancora possibile inserirla, dato il già annunciato supporto negli anni che riceverà il gioco.
Il riferimento è rivolto in particolare all’assenza di un bestiario, presente sia in Diablo III che, in forma diversa, in Diablo Immortal, e in generale all’assenza dell’intero codex nella forma vista nel terzo capitolo: una raccolta non solo delle creature incontrate ma anche di tutti i documenti raccolti nel gioco, in modo tale da poterli consultare nuovamente ogni volta che si vuole.
Potrebbe non essere un caso l’assenza di molti meno “diari” rispetto a quanto visto in Diablo III.

In verità, Diablo IV dà quasi l’impressione di voler tralasciare anche molti degli elementi positivi di Diablo III. Ad esempio, possibile che in una storia che vede il ritorno dei creatori di Sanctuarium, non venga mai nemmeno pronunciato il nome “nefilim”?
Lilith e Inarius sono due bellissimi personaggi, ma la loro caratterizzazione avrebbe giovato ulteriormente con l’aggiunta di alcuni dettagli noti nelle storie precedenti.
Allo stesso modo, è mai possibile che il protagonista di Diablo III venga riconosciuto come un nefilim potente quanto il leggendario Uldyssian, mentre quello di Diablo IV compie grandi imprese senza neanche ricevere non solo un riconoscimento, ma a stento un ringraziamento?
Diablo IV ha certamente molto ancora da raccontare, per via dei numerosi contenuti che verranno aggiunti nei prossimi mesi e anni. Bisogna sperare che nelle prossime storie facciano più attenzione a questi dettagli.
Diablo IV – Parte I: “Dove?” Il libero arbitrio nel nuovo capitolo della serie




