La donna di Travenì

La donna di Travenì
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La vedi arrivare da lontano: alta, slanciata, tacco vertiginoso, abiti sportivi e alla moda, capelli e trucco impeccabili.

La detective che indaga per risolvere un complicato caso di omicidio, che si stacca da quell’immagine della donna priva di cervello (che ci siamo volute noi, ogni tanto), perché oltre ad essere affascinante, dimostra tutto il suo acume, la sua intelligenza, la sua durezza di spirito.

Poi c’è Teresa Battaglia, una donna come noi, come quella che potresti incontrare in coda alla cassa di un supermercato, con i lineamenti del viso un po’ induriti dal tempo e dagli orrori che la vita le ha mostrato davanti a sé, perché il suo lavoro la costringe ad assistere e analizzare proprio questi ultimi.

Descrivere e far diventare protagonista una figura femminile come questa non è affatto semplice e / o banale, ma Ilaria Tuti nel suo romanzo “Fiori sopra l’inferno”, ci è riuscita e ha creato un personaggio che entra nel cuore dei lettori, con prepotenza.

Questo perché inizialmente (soprattutto se a leggere il romanzo è una donna.. ma la solidarietà femminile dov’è finita?), proprio nelle prime pagine, viene presentata una detective con un carattere decisamente burbero e difficile da saper affrontare: insomma, inizialmente Teresa Battaglia sta antipatica.

Come però spesso accade, non è la prima impressione quella che conta e dunque ci si domanda subito perché a Travenì ci sia una donna così acida nei confronti dei suoi sottoposti e così cinica nei confronti della vita: farsi delle domande, in un romanzo thriller, risulta dunque fondamentale anche e soprattutto quando si tenta di comprendere i personaggi che popolano le pagine del libro e che a tutti gli effetti rendono affascinante e intrigante la storia.

Un paesaggio fatto di montagne impervie e bellissime, un paese piccolo e legato fortemente alle sue tradizioni, che vive di quelle certezze e sta bene accoccolato proprio in queste ultime: ma se improvvisamente un uomo viene ritrovato ucciso e sfigurato, allora quel castello di carte costruito con tanti sacrifici e con un passato ancora ben poco chiaro, crolla immediatamente.

Teresa viene affiancata dal giovane Marini, il quale cerca di soddisfarla portando a termine i suoi compiti (non sempre riuscendoci, ma al pischello non mancano tenacia e volontà, per aprire un varco nel cuore del suo capo) e forse in fondo sarà l’unico che riuscirà a comprendere davvero il commissario Battaglia, e quindi di conseguenza (forse!) la farà comprendere meglio anche a noi.

Perché quello che davvero riempie le pagine di questo romanzo è un discorso molto più ampio di un banale omicidio che deve essere risolto: si parla di sofferenza, si parla di ingiustizia, ma soprattutto si parla dei bambini. Come dice Teresa, tutto ruota intorno ai bambini: la nostra vita quando nasciamo, quando cresciamo, quando vogliamo (chi sì e chi no, senza giudizio alcuno) diventare genitori, quando li guardiamo giocare sulle altalene. Perché i bambini nascono, si sviluppano, diventano uomini e donne adulti e fanno tesoro a modo loro delle esperienze che hanno riempito la loro giovinezza. Se queste ultime sono piene di bei ricordi, educative e hanno insegnato loro in qualche modo a rispettare dei valori, ma anche le altre persone, avranno almeno la possibilità di prendere potenzialmente una via più o meno dritta; ma se quelle esperienze sono state traviate fin dal principio, quando tutto in teoria dovrebbe essere più spontaneo, ma sono anche state traumatiche fisicamente e psicologicamente, allora forse la via che si intraprende in età più adulta può prendere una scorciatoia buia, accidentata.

Leggendo un romanzo come questo, quando si giunge alla fine si provano due forti sensazioni: la prima, una grande tristezza perché lo si è vissuto sulla pelle e abbandonare quei personaggi, quel piccolo paesino che hanno ancora tanto da raccontare, fa stringere il cuore; la seconda, una profonda tenerezza, nei confronti di Teresa Battaglia (la quale nel frattempo è diventata nostra amica e vicina di casa), ma non solamente.

Rebecca Cauda

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