Till Eulenspieghel: un eroe trasgressivo in un libro del secolo scorso

Till Eulenspieghel: un eroe trasgressivo in un libro del secolo scorso
La statua di Till Eulenspiegel Fonte: https://www.flickr.com/

L’inedito periodo di lavoro domiciliare, che forzatamente ci ha indotto a sistemare la babele esistente in anni di accumulo degli oggetti più eterogenei, ci ha dato modo di ritrovare un libro assai caro alle nostre memorie infantili. È un libro ormai un po’ ingiallito, ma intatto, che nella invogliante rilettura ci regala emozioni nuove, nonché nuove riflessioni sulle analogie delle costumanze sociali di ogni tempo e luogo. Ma la storia di Till Eulenspieghel costituisce un esempio unico nel suo genere.

Il libro, edito dalla Principato Editore nel lontano 1945 e scritto da Fernando Palazzi (1884-1962), romanziere e critico letterario del Corriere della Sera, venne pubblicato con il titolo di Le allegre avventure di Til Ulenspighel, in cui Til appare con una sola “elle”. E così noi continueremo a chiamarlo.

Vien facile chiedersi se fosse un personaggio inventato dalla fantasia popolare, ma sembra che Til sia realmente esistito. Nato nel 1500 in un villaggio della Sassonia, la sua nascita fu salutata da due animali: una lucertola e un gatto. La prima a simboleggiare la velocità con la quale Til sapeva svignarsela nei momenti più critici, il secondo, un gatto bianchissimo, forse un genio benefico, che si acciambellò sulla sua culla poi scomparendo magicamente com’era venuto.

Til come Rosso Malpelo

Non è stato semplice riportare un’immagine di Til quanto più in sintonia con quella del nostro libro, in cui egli appare come un giovane dinoccolato, di statura slanciata e dall’espressione beffarda e ridanciana che ben si attaglia alle sue mire interiori. In testa, un berrettino dal quale spunta una lunga penna nera e un gran ciuffo di capelli rossi. Fin dall’epoca dei pregiudizi medioevali, gli individui dai capelli rossi godono di prerogative morali alquanto particolari, spesso negative.  Bisognerebbe forse chiederlo a Cesare Lombroso (1835-1909), uno dei pionieri del positivismo criminologico, in fasi alterne piuttosto contestato e in seguito rivalutato, il quale sulla base dei tratti fisiognomici mise in luce come tali individui mostrino carattere molto energico, si rivelino loquaci, frizzanti, passionali e privi di scrupoli, come il nostro Til.

La storia ci racconta come molti personaggi famosi, al di là del sesso e del luogo di nascita, siano stati di capelli rossi. Vedi Cleopatra, Salomè, la poetessa greca Saffo, Maria Stuarda, Elisabetta I.  Ed erano rossi Giulio Cesare, Nerone, Napoleone, Cristoforo Colombo e il nostro Garibaldi, che di spirito avventuriero ne sapeva qualcosa.  Oggigiorno, ci viene da pensare al “rosso” principe inglese Harry, nipote della regina Elisabetta, noto sui tabloid scandalistici del Regno per le sue continue intemperanze.

Til e il gregge dell’umana specie

Ciò che interessava Til nelle sue peregrinazioni di città in città non era l’arte, non erano i monumenti, non erano i paesaggi, ma gli uomini, scelti fior da fiore per assecondare i suoi scopi di guadagno. Con i dovuti omissis ci piace citare alcuni passaggi estrapolati dallo stesso libro.

“Quale divertimento per Til scoprire tra essi le facce degli sciocchi: facce attonite, facce accigliate, facce goffe, facce melense, facce insulse e slavate, facce stravolte e bestiali…Gli uomini costituivano il campo stesso del suo lavoro, la materia prima della sua arte, il poderetto delle rendite sicure, il gregge che egli poteva tosare a piacere…Til aveva acquistato un fiuto speciale per distinguerli, per riconoscerli dietro qualsiasi travestimento, persino quello dei finti furbi sotto cui amano spesso dissimularsi…E, quando ne incontrava qualcuno, era per Til una sfida, una  provocazione  a sapergli lisciare il pelo nel verso giusto per indurlo  poco a poco a svelarsi e trarne il guadagno desiderato”.

Til e la beffa dei…babà

Questo scaltro contadinotto, nel corso delle sue numerose avventure, si serviva della dabbenaggine popolare per smascherare le comuni ipocrisie, non escluse quelle delle gerarchie ecclesiastiche dell’epoca. Capace di infiltrarsi in ogni dove, persino nei luoghi del potere, sapeva mettere sotto scacco anche i più importanti notabili che vivevano di ricchi commerci grazie alle risorse di quell’ampio territorio anseatico.

Non possiamo fare a meno di narrare, seppur in estrema sintesi, la divertente e singolare beffa ai danni del Langravio di Marburgo, cui si presentò come un noto pittore e col quale convenne di affrescare le pareti della sala del trono con la sua genealogia dinastica per la spesa di tremila fiorini d’oro, con la promessa che proprio nessuno andasse a disturbare gli artisti durante i lavori. Fissato il giorno dell’inaugurazione e riunitisi tutti i dignitari di corte, Til si sentì in dovere di avvertire che, per dipingere quelle mirabolanti scene sulle pareti, aveva usato dei colori inusitati, i colori babà, non visibili a coloro che in quel giorno avevano detto delle bugie. Figurarsi lo scompiglio dei cortigiani, ognuno consapevole delle proprie bugie quotidiane. Tutti a lodare i dipinti col naso per aria, esaltandone le bellezze. Fin quando irruppe nella sala il figlioletto minore del Langravio, sfuggito alla governante, il quale, pensando che fossero tutti ammattiti, esclamò: “Papà, ma questi muri sono tutti bianchi e sopra non c’è dipinto un bel niente!”. Il padre lo redarguì duramente con un bel ceffone, dandogli del “bugiardone”. Til carico dei doni da parte del Langravio, un anello e un vestito nuovo, credette bene di defilarsi verso nuove avventure e altre portentose gherminelle.

Til al patibolo e la presa di coscienza

Arrivò, infine, il giorno in cui il nostro avventuriero fu smascherato e inseguito dalla grande moltitudine delle sue vittime, primo fra queste il furioso Langravio. Condannato al capestro, al buio di una cella con un tozzo di pane e acqua, si vide costretto a fare i conti con i fantasmi della sua coscienza e a voler rimediare alle sue malefatte, lasciando una cassetta piena di gemme preziose ai poveri.  Ma, per una serie di complicate circostanze, il suo intento risarcitorio venne disatteso per l’intervento in persona di Mr. Belzebù e Til ebbe a ritrovarsi, privo della sua cassetta piena soltanto di sassi, calato in un gelido pozzo. E morì di una violenta polmonite.

Anche la cinematografia si tuffò a piene mani sulle avventurose peripezie di Til, portate sullo schermo nel 1956 dall’attore francese Gerard Philippe, la cui espressività fisica ben rappresentava il nostro eroe. Oggigiorno, Til verrebbe incasellato nella categoria di un volgare truffatore, dal momento che la sua genialità lo circonda di un alone unico e perciò tanto osannato nei paesi germanici.

Quanto il Palazzi tiene a rimarcare è come “in ognuno di noi, dovunque nati e vissuti, alberghi un po’ di Til, la parte cioè meno nobile e santa della nostra natura. Imparare a conoscerla è pertanto imparare a liberarcene“. E ancora, la simpatia che proviamo per questo personaggio “non implica affatto approvazione. Ridiamo perché deridiamo…e la stessa simpatia che sentiamo per Til è dovuta soltanto alla schiettezza, quasi all’ingenuità, con cui egli commette le sue malefatte“.

Il libro costituisce, dunque, con la sua serie di gustose illustrazioni di pregevole stampo cinquecentesco, una preziosa eredità culturale da lasciare a figli e nipoti nella speranza che ne traggano il giusto insegnamento.

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