Ebraismo e cristianità nella leggenda del Prete Gianni

Ebraismo e cristianità nella leggenda del Prete Gianni

Lo studioso Marco Giardini ricostruisce il clima storico-politico che portò alla nascita della leggenda del misterioso sovrano orientale. Il volume fa parte della Biblioteca della «Rivista di storia e letteratura religiosa». Pp. XX-350, Euro 38.

Al di là del loro carattere favolistico, incline al meraviglioso e all’esaltazione dell’ignoto, le leggende posseggono elementi di verità, talvolta di non facile individuazione, ma comunque riferiti a fatti o persone reali. Accadeva anche che dette leggende venissero create appositamente per scopi politici, per creare una conoscenza condivisa che giustificasse un certo modo di agire, o creasse il clima sociale favorevole a una certa impresa; ma anche per sciogliere il mistero di quelle terre ignote che nei secoli passati circondavano l’Europa.

Marco Giardini, medievalista presso l’Università di Milano, nel suo volume Figure del regno nascosto. Le leggende del Prete Gianni e delle dieci tribù perdute d’Israele fra Medioevo e prima età moderna, fa luce sul misterioso sovrano orientale che avrebbe dovuto portare soccorso militare alle truppe cristiane impegnate nella Seconda Crociata, un misterioso sovrano padrone di un regno favoloso che si estendeva nelle contrade dell’India, allora semiconosciuta e per questo scenario ideale per storie del genere. Al tempo della Seconda Crociata, narra la leggenda, sarebbe giunta all’Imperatore di Bisanzio, al Papa e al Sacro Romano Imperatore, una lettera vergata dal Prete Gianni, appunto, in cui oltre a narrarvi le meraviglie del suo regno, vi esplicitava l’offerta di portare soccorso militare alle truppe cristiane che combattevano in Terra Santa. Cosa che non poté verificarsi, perché questo esercito orientale non riuscì a varcare il fiume Tigri, al di là del quale si estendeva, stando alle credenze del tempo, il territorio su cui vagavano le Dieci Tribù Perdute, ovvero i resti del popolo israelita scampato alla deportazione in Assiria. Queste dieci tribù, tuttavia, sia in ambito cristiano sia in ambito della stessa cultura ebraica, vengono spesso identificate con il regno “demoniaco” di Gog e Magog, “il popolo che Alessandro Magno rinchiuse fra alte montagne nelle regioni settentrionali”. I motivi di tale ostilità, sono rintracciabili nel cambiamento del contesto religioso ebraico dovuto all’introduzione del Talmud, testi successivi all’Antico Testamento e su cui l’ortodossia ebraica espresse la sua disapprovazione, così come accadde in ambito cristiano, al punto da accostare gli ebrei agli eretici (si spiegano così le persecuzioni e le espulsioni degli ebrei da Italia, Spagna, Portogallo, Francia settentrionale). L’intreccio delle leggende riporta alla luce i complessi rapporti che la cristianità, sin dalle origini, ha avuti con il mondo ebraico, rapporti condotti, molto spesso, sul filo della diffidenza e del rancore religioso, cui nel tempo si sono aggiunte ragioni di natura strettamente economica.

L’affascinante volume di Giardini si addentra fra le pieghe degli equilibri politici dell’Età Medievale e Rinascimentale, fra XII e XVI Secolo; dalla prima versione tedesca della Lettera (si suppone sia stata creata alla corte di Federico II) si ricavano importanti elementi che spiegano il rapporto fra gli Ebrei e il Sacro Romano Impero, all’epoca retto da Federico; pur essendo relegati al rango di servi, godono comunque di una speciale protezione imperiale; questa disposizione deve essere letta alla luce della Decretale di Papa Gregorio IX che nel 1234 faceva esplicito riferimento alla servitus Iudaeorum, traduzione politica della teologia agostiniana che assegnava agli Ebrei un ruolo subalterno fino alla loro completa conversione al Cristianesimo.

Giardini ricostruisce meticolosamente la genesi delle due leggende e delle successive varianti, così come il contesto storico-politico in cui si inseriscono, attraverso uno studio accurato delle fonti antiche, dai documenti papali alle cronache coeve, aprendo interessanti prospettive sulla cronachistica dell’epoca, così come sul clima politico.

Fra leggenda e realtà, il competente e appassionato scritto di Giardini riporta il lettore a quell’epoca affascinante in cui per interpretare quella larga parte di mondo ancora sconosciuto o comunque pochissimo noto, si utilizzavano in larga parte le fonti bibliche e la teologia, e i fatti narrati hanno sovente natura simbolica anziché letterale. Un metodo, quello di esprimersi per simboli, molto in uso nell’Età Medievale, quando in Europa il razionalismo greco è stato dimenticato da tempo. Nello studio di Giardini rientrano anche elementi geografici, quali l’India e l’Oriente, che nei secoli passati erano ancora ammantati del fascino dell’ignoto, e si prestavano quindi come sfondo di storie leggendarie; l’Eden era infatti collocato in Oriente, così come le terre abitate da mostri e creature fantastiche di cui abbondavano i codici medievali.

Ad avvicinare al lettore contemporaneo un documento di un’epoca così lontana come la Lettera, così come le leggende ebraiche, provvedono i capitoli finali che affrontano con perizia gli aspetti dottrinali e simbolici di queste antiche tradizioni.

Un saggio affascinante, scritto con estrema proprietà di linguaggio, che costituisce però una lettura per studiosi o cultori della materia, date la preparazione culturale che richiede nell’affrontarlo e la complessità della materia. Infatti la politica si intreccia alla storia, alla teologia, alla filosofia e alla geografia.

A partire dal Rinascimento, la leggenda del Prete Gianni perse d’importanza, fino a scomparire gradualmente. E ancora oggi, resta il mistero del motivo che abbia spinto i suoi autori a scrivere un testo del genere; una delle ipotesi è che si sia voluto stabilire un dialogo fra la cultura ebraica e quella cristiana che, superando il clima dell’ortodossia di entrambe le parti,  portasse a un livello più profondo di conoscenza condivisa, e forse a un deciso riavvicinamento fra le due religioni. Ovvie ragioni di segretezza consigliavano un linguaggio “cifrato”, fra intellettuali e iniziati. Un’ipotesi, certo, che però racconta un lato affascinante del pensiero umano.

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