Ludovico Antonio Muratori, storico e pensatore

Ludovico Antonio Muratori, storico e pensatore
Una sala del Museo Muratoriano, nella casa modenese di via della Pomposa, dove Muratori visse fino al 1750

Il panorama del primo Settecento italiano, ricostruito nelle lettere di colui che fu uno dei più lucidi intellettuali dell’epoca. Edito per i tipi di Olschki, il volume numero XXVI dell’Edizione Nazionale del Carteggio di Ludovico Antonio Muratori, (pp. 541, Euro 110), contiene 483 (139 quelle di Muratori), riunite dal curatore Corrado Viola.

L’Italia del Settecento viveva di contraddizioni, stretta fra le ormai consuete, per non dire endemiche dominazioni straniere cui ci s’inchinava riverenti, e sprazzi d’autorità interna che ponevano vincoli e vessazioni su quei pochi che dimostravano di possedere una solida coscienza civile. Fra questi pochi, in quel Settecento italiano votato alle “cicalate” dell’Arcadia, ci fu Ludovico Antonio Muratori (1672-1750), nato a Vignola in quel di Modena da un’umile famiglia, coltivò con pertinacia e sacrifico il suo profondo, innato interesse per gli studi, ed entrò in seminario a tredici anni, da dove usci con il titolo di abate. Lo era per autentica vocazione, e non per comodo com’era di moda nell’allegro Settecento; animato da una profonda fede in Dio, non per questo si lasciò oscurare la mente dal fanatismo; fu anzi un uomo di Chiesa fortemente rigorista, molto vicino alla dottrina giansenista, e combatté il culto delle false reliquie, cosa che non lo pose certo in buona luce agli occhi di un clero particolarmente retrivo e mondano insieme. Bibliotecario e storico della corte modenese degli Este, dopo essere transitato a Milano negli archivi della Borromea, dedicò i suoi studi alla storia, che fu il grande interesse della sua vita, per il quale s’impegnò in lunghe e laboriose ricerche di documenti e cronache che gliene aprissero i segreti. Il risultato di questa dedizione, fu il monumentale Rerum Italicarum Scriptores (1723), seguito dalla prima grande storia d’Italia, dall’era volgare ai suoi tempi: gli Annali d’Italia, pubblicati fra il 1743 e il 1749.

Da un punto di vista strettamente metodologico, Muratori lo si può definire un attento e meticoloso ricercatore di fatti storici, di cui comprendeva l’importanza per spiegare il presente, la situazione sociale e politica dell’Italia dell’epoca. Nel metodo di ricerca delle fonti, che comprendevano anche contratti notarili e i verbali giudiziari, si distanziò da Giambattista Vico, suo contemporaneo ma non altrettanto innovativo, impegnato nell’individuazione di una filosofia della Storia i cui ricorsi sono, a suo dire, regolati dalla Provvidenza. Muratori stravolge questa prospettiva, perché spiega come la Storia sia in realtà il risultato di azioni umane nei vari campi dell’esistenza. Rivendica quindi il primato dell’uomo sulla religione, pur essendo abate egli stesso. Anticipando Cavour, fu un sostenitore della libera Chiesa in libero Stato. Uno Stato che, a differenza degli intellettuali illuministi suoi contemporanei – da Verri a Beccaria da Biffi a Visconti di Saliceto che ruotavano attorno al Caffè –, Muratori sentiva come necessario: quell’Italia, ancora colonia delle potenze straniere.

ludovico antonio muratori
Ludovico Antonio Muratori – Ritratto

La sua visione chiara dei problemi del Paese di allora, ne fece un uomo troppo in anticipo sui tempi, inviso al potere ecclesiastico (che invece avrebbe dovuto essergli grato), e scomodo anche per il potere politico. Ad esempio, quando entrò a far parte dell’Arcadia, lo fece cercando di farne una sovranazionale “Repubblica delle Lettere”, che aprisse gli intellettuali anche all’impegno politico, o almeno ne risvegliasse le coscienze civili e le mettesse in obbligo morale di parlare finalmente alle masse oppresse dalle varie dominazioni straniere. Per questo redasse tre saggi: I primi disegni della repubblica letteraria d’Italia (1703), Della perfetta poesia italiana (1706) e le Riflessioni sopra il buon gusto intorno le scienze e le arti (1708). Da queste pagine emerge come Muratori avesse intuita la debolezza della coscienza civile e nazionale in Italia, diretta conseguenza della mancanza di intellettuali che fingessero da direttori e ispiratori della coscienza civile. Provò a chiamarli in causa,  un tentativo coraggioso destinato a non realizzarsi, a causa della ritrosia degli arcadi, troppo timorosi di perdere i loro appannaggi e privilegi che il potere passava loro, xxx La mentalità, in Italia, è sempre stata incline alla cortigianeria, e la conduzione clientelare della politica, che ancora oggi ammorba il Paese, è diretta discendente di questi illustri precedenti.

Episodi che danno la misura dell’intelligenza del Muratori, che fu uomo stimato da un’esigua minoranza, e soffrì quel suo essere fuori posto in un’Italia troppo meschina per poterne apprezzare le doti umane e intellettuali. Nemmeno le sue ricerche storiche furono sempre agevoli: impegnato nella ricerca di cronache friulane per la sua monumentale opera Rerum Italicarum Scriptores, Muratori chiede la collaborazione del letterato friulano Nicolò Madrisio, il quale si dice dapprima onorato della richiesta, e dispiega il suo zelo nel cercare le cronache in questione. Ne rintraccia i manoscritti presso il Conte Pier Antonio di Maniago, il quale però non dà l’autorizzazione affinché vengano stampati, o comunque ne siano divulgate anche poche pagine. Il tutto per ragioni politiche, poiché quei testi fanno riferimento anche alle lotte fra le città di Udine e Cividale da una parte, e i conquistatori veneti dall’altra. In anni in cui, nella Venezia della decadenza, si respirava un oppressivo clima politico, certi passaggi li si sarebbe anche potuti intendere come incitamenti alla sedizione. Pertanto, Muratori non poté consultare i testi desiderati (se non molti anni dopo, e in edizioni diverse); il buon Madrisio, pur con rammarico, rinuncia alla collaborazione con Muratori, anche adducendo possibili noie personali, e il timore di “demeritare verso la Patria”. Madrisio scrive nel 1722, ma quest’Italia cortigiana e meschina gli è a lungo sopravvissuta, e ancora oggi ne scorgiamo le evidenze.

ludovico antonio muratori
Una sala del Museo Muratoriano, nella casa modenese di via della Pomposa, dove Muratori visse fino al 1750

Larga parte della sua corrispondenza, è dovuta alla necessità di avere manoscritti e documenti necessari alle su ricerche storiche, e per questo smuove le sue conoscenze affinché lo supportino in questa continua “caccia al tesoro”. E l’instancabilità con cui Muratori procede nelle sue ricerche, dà la misura della missione di cui si sentiva investito, quella, cioè, di utilizzare la storia per istruire le coscienze (quelle poche che lo avessero letto), perché è nelle sue pieghe che si scorgono i meccanismi dell’agire umano, con i suoi pregi e difetti da cui trarre materia di ragionamento.

Per meglio servire i suoi scopi, allacciò relazioni epistolari con i responsabili delle più importanti biblioteche italiane, fra cui Antonio Magliabechi direttore di quella medicea, o con eruditi e letterati quali Scipione Maffei e Carlo Maria Maggi; a loro scrive per un aiuto nelle sue ricerche storiche, così come per discutere di tematiche legate al contesto intellettuale dell’epoca; con Maffei si confronta sul trattato di quest’ultimo dedicato alla cavalleria, con Maggi si diletta di poesia.

Da un punto di vista curatoriale, il volume segue strettamente il testo originale delle missive; come unico intervento sul testo, si è scelto di ammodernare la punteggiatura, così come l’uso delle lettere maiuscole e minuscole, gli accenti e gli apostrofi, rispettando però l’ortografia originale. Ognuno dei carteggi con letterati, bibliotecari, religiosi, filosofi, con i quali Muratori fu in corrispondenza più o meno prolungata nel tempo, è introdotto da un paragrafo che ne spiega le ragioni, e fornice interessanti notazioni sui personaggi che vi sono coinvolti, e apre a sua volta uno spaccato sul panorama culturale settecentesco che arricchisce quello tracciato dalle corrispondenze.

Dal carteggio di quasi cinquecento lettere riunite dal curatore Corrado Viola, emerge un quadro abbastanza vivace, che costituisce un imponente affresco del panorama culturale italiano ed europeo tra la fine del Seicento e la prima metà del secolo successivo; accanto a personaggi di modesta caratura, ne spiccano altri di ben più altro spessore, e con una certa amarezza, si nota come l’Italia non difettasse di uomini di valore, intellettuale e civile, purtroppo impossibilitati nell’utilizzare al meglio i propri talenti, con qualche eccezione soltanto nella Lombardia austriaca. Dalle loro lettere, dal loro stile involuto, si comprende un certo timore di fondo, una quotidiana acrobazia fra le maglie del potere, per conservare il “posto” e la libertà, libertà che di fatto assai spesso perdevano, in quel loro servire da lacché. Ingegni in larga parte sprecati, cui mancò una Patria che li apprezzasse e garantisse loro libertà di manovra.

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