L’Albania tribale di Joseph Roth

L’Albania tribale di Joseph Roth

Edito dalla raffinata casa editrice fiorentina Passigli, il reportage in forma di romanzo di Joseph Roth, realizzato nell’Albania dei tardi anni Venti. 66 pagine, 8 Euro.

La letteratura di viaggio ha sempre avuto un fascino particolare, soprattutto nei secoli passati, quando permetteva ai lettori di conoscere territori difficilmente raggiungibili, o comunque difficilmente visitabili per le precarie condizioni delle loro infrastrutture, o ancora per la loro instabilità interna. Il romanziere Joseph Roth (1894-1945), nato nell’estrema periferia dell’Impero Austro-ungarico e ineffabile cantore dell’ultima stagione dell’Austria Felix, fu anche giornalista di talento per varie testate, fra cui la Frankfurter Zeitung, e per essa realizzò, fra il 1926 e il 1928, reportages di ampio respiro fra l’Unione Sovietica e l’Italia. Tappa intermedia di questo suo lungo viaggio, la contraddittoria Albania di Ahmet Zogu – salito al potere nel 1924 con un colpo di Stato, e autoproclamatosi Re -, che inseguiva una via autoritaria alla modernizzazione, anche grazie ai numerosi rapporti di scambio con l’Italia mussoliniana; una strana alleanza destinata a interrompersi nel ’39, con l’occupazione delle truppe di Roma e l’annessione del Paese. Ma intanto, in quel 1927, Joseph Roth viaggia in un territorio ancora indipendente, attraversato da tensioni sociali irrisolte, ma dominato anche da una natura dalla selvaggia bellezza, che in parte sembra temperare la violenza che vi si respira. Il risultato è Viaggio in Albania, riproposto adesso dai tipi di Passigli, che costituisce un prezioso documento storico e antropologico sulle condizioni del Paese delle Aquile alla metà degli anni Venti, ma utile anche per capire l’Albania contemporanea.

Appena toccato il suolo albanese, sin dall’espletamento delle formalità doganali, Roth si trova immerso in un Paese dove il tempo scorre con lentezza, e una certa pigrizia levantina sembra segnare gli individui. Eppure, il paesaggio esprime un’aspra bellezza che non manca di affascinare con quelle “montagne boscose, verdi e brulle, blu acciaio”, che “incorniciano l’orizzonte”. È in queste rocce, infatti l’essenza dell’Albania, abitata da uomini fieri e rudi, da donne severe e riservate, che osservano leggi non scritte ma ineludibili. Di fatto, ancora oggi il Paese delle Aquile conserva un’aura di mistero arcaico, stante anche la sua geografia montagnosa, che favorisce un relativo isolamento e la sopravvivenza di usi e costumi dal sapore ancora tribale; ma all’epoca di Roth, il contrasto fra passato e presente era particolarmente marcato, e lo si comprende leggendo le descrizioni dei fili del telegrafo appesi non a normali tralicci, bensì agli alberi. O i binari della ferrovia costruita dagli austriaci, lasciati ad arrugginire perché ormai inutilizzati.

Nove brevi ma esaurienti capitoli costituiscono la fatica letteraria di Roth, che analizza la situazione sociale, storica e politica del Paese. Tirana, la capitale, è una città tranquilla ma operosa, anche nella calura estiva si odono il battere dei martelli nelle fucine, e i richiami dei muezzin alle ore della preghiera. Ma intanto, una nuova Tirana sta nascendo sopra quella antica, si demoliscono interi quartieri e si tracciano nuove strade, sul modello degli ampi boulevards europei. In mezzo a questa città che sta cambiando volto, Roth annota l’amore dei suoi abitanti per la musica, al punto che ognuno sembra possedere uno strumento, che suona nelle ore di ozio. Con attenzione e un delicato tocco poetico, Roth fissa sulla pagina il ritratto di un Paese che cerca faticosamente una via alla modernizzazione, con negli occhi il miraggio del benessere occidentale, intravisto negli anni dell’emigrazione in America, prima di ritornare vinti dalla nostalgia della patria, e testimoniata dal possesso di una sgangherata Ford. E appena accanto a questi simboli esteriori, Roth descrive donne velate di bianco e di nero, letteralmente nascoste da “un muro” di stoffa, branchi di cani randagi che vagano per la città, uomini in fez dal volto barbuto che girano armati per compiere possibili vendette.

La capitale è solo uno dei volti di un Paese, per questo Roth si addentra nei centri minori, nei villaggi sperduti, per conoscere fino in fondo la realtà albanese. Il suo è uno sguardo a metà fra il giornalistico e l’antropologico, registrando in maniera analitica come sulle montagne si viva ancora oggi “come duemila anni fa”; i campi si arano con l’aratro di legno, il villaggio è amministrato dal consiglio tribale degli anziani, la comunità è retta da leggi rigorosamente patriarcali riunite nel Kanun, (il codice di leggi consuetudinarie che risale al XV Secolo) e la vendetta di sangue è una pratica ancora molto diffusa. All’arretratezza degli usi e dei costumi, si aggiunge lo sfruttamento della popolazione rurale, vittima di un fisco impalcabile, così come gli artigiani dei centri urbani. Roth individua la causa nella corruzione dell’apparato statale, eredità della dominazione ottomana, e che Zogu ha soltanto promesso di estirpare; in realtà, ha utilizzato l’apparato amministrativo per i suoi scopi personali. La mancanza di coesione statale, e la conseguente frammentazione dei tanti interessi privati, è spiegabile con la struttura tribale (che lentamente, diventano gruppi urbani senza più legami di sangue ma solo di affari), e l’ambizione di dominio di ogni singolo clan; in questa pseudoanarchia, la borghesia cittadina non decolla, e il potere resta nelle mani delle grandi famiglie di latifondisti, che dominano su masse rurali ancora legate alla servitù della gleba. Ovvio concludere come il malcontento regnasse nel Paese, e il potere di Zogu (così come l’influenza italiana9; fosse meno solido delle apparenze. Ecco perché Roth, con delicatezza poetica, descrive l’Albania come una terra bella ma infelice, inesorabilmente circondato da montagne che ne fanno un “cortile isolato”. Ognuno dei clan tribali ha il suo territorio, e la volontà di conservare gli antichi costumi di vita, non è tanto un fatto di identità nei confronti del resto dell’Europa, quanto la necessità di mantenere quell’identità a scapito dell’unità nazionale. È la dimensione tribale quella che si afferma con maggio evidenza agli occhi di Roth, che non manca di sottolinearla nei suoi scritti, per spiegare al lettore l’Albania dell’epoca. Che è fatta di scorci di triste bellezza, come accennato sopra, ad esempio la città di Elbasan, una delle più antiche del Paese, che con le sue pietre, conserva la monumentalità della morte, o la primitiva Croia, conosciuta per i suoi vasi di terracotta “da Vecchio Testamento”, e abitata da pastori e artigiani. A queste città fanno da contraltare Skutari, Valona e Coriza, che iniziano ad assumere stili di vita europei, e che Roth vede sempre pi allontanarsi dal cuore del Paese.

Particolarmente interessante, il ritratto che Roth traccia di Ahmed Zogu, formalmente Presidente della Repubblica; ne demolisce l’aura di leggenda che avrebbe acquisito nella Prima Guerra Mondiale, quando liberò Durazzo alla testa di un battaglione; un’aura che ha evidenti scopi di propaganda, quando in realtà le sue capacità militari sono molto limitate. Eppure, gli riconosce un piglio meno autoritario dei suoi stessi collaboratori, formatisi nell’ambito della burocrazia ottomana; dalla sua, ha una buona capacità diplomatica, se è vero che ha conquistato il potere grazie al finanziamento ottenuto dalle banche jugoslave. Tant’è che il Paese gli rimprovera più la corruzione che i numerosi delitti politici. Con piglio d’inchiesta che sorprende per la sua universalità, Roth indaga sul passato di un personaggio equivoco, assetato di potere, come tanti ce n’erano nell’Europa del tempo, e di cui tuttavia non si è purtroppo persa la traccia.

Con l’acutezza del giornalista di razza, Roth già nel ’27 decifrò il clima politico che si respirava in Albania, e conclude il suo interessante reportage accennando ai “preparativi rivoluzionari”, e all’ostilità crescente nei confronti dei tre milioni di italiani che a vario titolo abitavano nel Paese. La conclusione di Roth è quanto mai carica di foschi ma esatti presagi: “L’Italia un giorno si troverà di fronte a brutte sorprese”. Nella tragica fine della spedizione militare in Albania si avrà la conferma di queste parole.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook