La musica nel cinema e nella televisione

Il 12 dicembre scorso si è presentato al Conservatorio S. Cecilia di Roma il libro a cura di Roberto Giuliani con al seguito ospiti di fama più o meno internazionale. Il primo ad intervenire è stato, in una registrazione effettuata dal suo studio: Roman Vlad che sapientemente ci ha illustrato come la musica non sia affatto anti-telegenica, ma anzi, come l’occhio aiuti a seguire le “impennate2 sonore di strumenti e musicisti sui vari palchi del mondo. Egli afferma che il testo è interessante anche perché tratta dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, che hanno lasciato molto solo fino agli anni novanta, quando poi è subentrato un certo modo di far musica delle reti commerciali che ha interrotto questa magia dei sensi. La musica, secondo Vlad in questo libro va dal 1952 al 1990 e nel 1992 il primo “intervento musicale su Mozart lo ha fatto lui, ed ha fatto conoscere Toscanini e Benedetti Michelangeli. La miglior musica ascoltata oggi sostiene sia su SKY, altrimenti bisogna navigare in internet.

È ascoltando un’intervista a Barenboim che si è reso conto di quanto la musica, pur non essendo del tutto telegenica, aiuti il lato visivo e arricchisca l’orecchio. Interviene poi Morricone che sostiene che questo sia un libro importantissimo, perché la musica venne sempre, nel cinema, considerata di serie B, perché “imprestata” ad un’altra arte come la settima. Mentre la musica nel cinema sarà la musica contemporanea, sia che la compongano i dilettanti, che i buoni compositori, poiché è con essa che si esprimono sensazioni che altrimenti resterebbero sconosciuti, inavvicinabili o sopite. Questa poi ha bisogno di due cose in particolate: la propagazione del suono (anche come volume), e la temporalità (ad esempio più di 20 secondi potrebbero essere deleteri).

Qui ci si può anche render conto del comportamento che tiene, nei riguardi di un compositore musicale nel cinema, un produttore. E dice che anche i un budget meno generoso va scritto il musicale con la stessa dignità di uno più generoso. Prende la parola uni degli autori del libro: Sergio Miceli che, a torto, secondo Morricone, è stato per lungo tempo “bandito da ambienti accademici”. Miceli afferma che, quando Giuliani gli propose di scrivere e lavorare per il libro in questione, ne fu un po’ indispettito perché si stava dedicando ad altro suo progetto editoriale: un manuale, ma si è subito poi reso conto dell’importanza del volume che è stato attirato da una materia che non poteva avere insegnamento. La musica nel cinema e nella televisione è un tentativo di non darle una “gradazione “ di importanza.

Grazie alla convinzione profonda dell’importanza in queste altre arti, qui la musica diviene un punto di partenza e di arrivo allo stesso tempo: apre una prospettiva storiografica e critica nuova. Piersanti inoltre afferma che ci si trova di fronte ad un’antologia che potrebbe parlare anche al non addetto ai lavori.

Aggiunge che egli iniziò con Rota negli anni settanta componendo musica nel cinema ma non pensando mai di “finire in un volume”! Giuliani ha scritto, egli dice, uno dei libri più esaustivi sulla musica di Ennio Morricone. Al di là della scelta degli autori, è stato molto colpito dalla musica da documentario, che va dal cinquanta ad oggi, dove si elencano tutti i documentari dal 1945 ai giorni nostri. Vedendo i musicisti che hanno collaborato con Olmi, Antonioni, ed altri, si nota che si sia rappresentata con: La Broca, Bucchi, Paris, Berio o Gelmetti, una cultura musicale impressionante.

Interessante il capitolo sulla televisione, e viene una certa nostalgia su cosa sia stata la TV negli anni iniziali. Ne “L’Approdo” la musica era di Liszt, ad esempio. Reinterviene Morricone sostenendo che il documentario non sia un vincolo verso il “visto”. E che egli, dopo 23 film abbia cambiato, a causa delle critiche sottopostegli, modo di comporre, e si sia avvicinato ad una musica tonale e modale che è poi quella che lo ha portato “avanti”negli anni. E che è stata proprio la critica a creargli il successo attorno. Nell’ultimo film di Tornatore ha trovato la sua “zona”. Per terminare con gli interventi parla Pasquale Santoli dell’Archivio Rai, sostenendo che dibatte colui che non fa musica, a differenza dei precedenti. Afferma che per lui la musica viene vista anche, come diceva lo stesso Morricone, anche dal produttore, e che la musica sentita oggi è “minima” per ogni spettatore, Per lui la radio e la televisione dovrebbero essere di editori e non di riproduttori come oggi. Ricorda che la I^ alla Biennale (anni ottanta) fu ripreso lo spettacolo da Ansaldo. Vi erano due orchestre ed il pubblico al centro. E registrarono in digitale. Nono ascoltò e ne autorizzò la messa in onda e fu un gran successo. Si dovrebbe tornare ad una registrazione radiofonica e ad uno spettacolo di questa portata. Nell’Archivio RAI esistono tre milioni di prodotto radiofonico e musicale.

Si dovrebbe fruire della musica come della lettura di un libro: quando e come si vuole. Il primo film parlato fu con Al Johan, ed il jazz è stato interessantissimo nel film e nel documentario, compreso nel cinema. Hanno apportato i loro “risultati” gli stessi “Musicare” e la Biblioteca di Studio Uno, è stata veicolo di proposte nuove, tra cui gli interventi sulle maggiori opere letterarie del Quartetto Cetra, ad esempio. Ed aggiunge che il produttore è anche colui che trova il modo di presentarli i lavori musicali. Termina allora con una frase di Brecht che sostenne che: “Se la passa molto male chi dice qualcosa e non trovi nessuno che lo voglia ascoltaste, ma se la passa molto peggio che vuole ascoltare qualcosa e che non trovi colui che gliela dica”. Sergio Miceli aggiunge che la musica, per sua natura è da godere, oltre che da ascoltare. Chiude gli interventi Roberto Giuliani, con i doverosi ringraziamenti a Beatrice Girardi e Nicola Bolzanese per i documentari, ad Assunta Cavallaro alla Base della parte televisiva, ad Emanuela Cavallaro per la parte televisiva e a Agnese Roda per la sezione dedicata a “Fuori Orario”.

Si aggiunge che sono state sbobinate diecimila trasmissioni di musica classica. Segue una piccola rivisitazione di una versione televisiva del “Barbiere di Siviglia”, ed un’intervista per sole mani” di Manuel Luanda su Benedetti Michelangelo che ci farà, poi, in coda alla trasmissione, una sua esecuzione musicale, senza la quale l’intervista non avrebbe prodotto gli effetti sperati tra il pubblico. Era questa la televisione di una volta e questa la musica che sarà però e continuerà ad essere attuale perché ancora tanto le sette note hanno da dirsi.

 

Michela Gabrielli
24 dicembre 2012

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