I mestieri del fumetto. Intervista a Lorenzo De Felici

I mestieri del fumetto.  Intervista a Lorenzo De Felici

Lorenzo De Felici, classe 1983, è disegnatore, fumettista e colorista. In pochi anni si è costruito un valido curriculum in cui spiccano collaborazioni con editori italiani e stranieri molto importanti. Lo scorso anno si è aggiudicato il Premio Boscarato (assegnato durante il Treviso Comic Book Festival) come miglior colorista per “Orfani”, la nota serie di Sergio Bonelli Editore. Lo abbiamo incontrato per fargli qualche domanda sul suo lavoro e conoscere più da vicino il mondo del fumetto, un settore che in Italia sta riscontrando un successo crescente di anno in anno.

Lorenzo, da diversi anni lavori come illustratore, disegnatore, colorista e storyboard artist. Forse non tutti conoscono la differenza tra queste figure professionali, ci spieghi brevemente in cosa si distinguono?

Sono tutte professioni completamente diverse, accomunate solo dal fatto che si basano sul disegno. Illustratore lo sono stato brevemente, di illustrazioni in realtà ne ho realizzate poche e oggi mi ci dedico più che altro per mio diletto. È un lavoro che prevede un bagaglio culturale, una sensibilità e anche un percorso che io non ho fatto, ma se mi chiedessero di illustrare un libro, magari anche per bambini, lo farei volentieri come posso. Il colorista si occupa esclusivamente del colore, lavora in digitale e costituisce una professione a se stante. Lo storyboard artist è colui che realizza gli storyboard per la pubblicità o il cinema. Il regista scrive le scene che ha in mente e lo storyboard artist le deve riportare su carta con dei piccoli frame, cioè piccole vignette che sono una sorta di preview di come verrà il film o la pubblicità. È un supporto al regista per capire se quello che ha in mente funziona da un punto di vista visivo, così poi può girare le scene così come le aveva pensate. Ho fatto lo storyboard artist all’inizio del mio percorso professionale insieme a Davide De Cubellis, che adesso lavora per il cinema, ad esempio ha lavorato a “Tale of Tales”, l’ultimo film di Garrone. Quando facevo il suo “vassallo” lavoravamo per la pubblicità, i tempi erano assurdi, da un giorno all’altro dovevamo avere tutto pronto. Lui faceva i frame, io li rifinivo. Ho fatto un po’ di pubblicità e anche qualche scena di una puntata del Commissario Rex! Poi quel percorso l’ho mollato per strada e ho cominciato più regolarmente a dedicarmi al fumetto. Prima ho fatto il colorista lavorando più che altro per l’Italia, ad esempio per Sergio Bonelli ho colorato vari titoli e diverse copertine. Poi pian piano, colorando, ho fatto sempre più pratica col disegno e alla fine ho incontrato Frédéric Brémaud, uno sceneggiatore francese installato da qualche anno in Italia, a cui ho fatto vedere alcune mie cose. Gli sono piaciute, abbiamo fatto una prova per un progetto, “Drakka”, e da lì ho cominciato ufficialmente a disegnare i fumetti. L’illustrazione è il modo più difficile di disegnare perchè devi racchiudere una narrazione, un’atmosfera in una sola immagine e soprattutto è la cosa più “sbrigliata” di tutte, per questo è più complessa. Le regole “grammaticali” da seguire sono diverse da quelle del fumetto, dove devi essere in grado di comunicare una cosa vignetta per vignetta in una narrazione sequenziale. L’illustratore si può pemettere più licenze, in un certo senso. Io non ho mai fatto l’illustratore a livello professionale, però lo faccio per me perchè è un modo per esercitarmi, per sperimentare, altrimenti dopo un po’ i fumettisti tendono a rimanere schiavi di una grammatica, della leggibilità, di un modo sempre abbastanza schematico e prevedibile di disegnare.

Pur essendo giovane hai già alle spalle numerose collaborazioni importanti sia con editori italiani che stranieri (Marvel, Disney, Ankama, Sergio Bonelli). Evidentemente hai iniziato molto presto a disegnare (se non ricordo male organizzavi corsi di fumetto già ai tempi del liceo durante le autogestioni). Qual è stato il tuo percorso formativo e professionale?

Io già alle scuole medie ero molto propenso a intraprendere questa strada; conobbi Cristiano Spadoni, attualmente al lavoro su “Julia” della Bonelli come copertinista e disegnatore, perchè capitò che per caso la mia professoressa di italiano alle medie fosse sua madre. Disegnatore eccezionale, bravissimo batterista… insomma, un modello da seguire! Quando mi si è parata la scelta tra il liceo artistico e il liceo classico, sapendo che lui aveva seguito quest’ultimo, mi sono detto “vada per il latino e greco”. Dopo il liceo ho frequentato la Scuola Romana dei fumetti, per imparare la parte grafica di questa professione, e contemporaneamente l’università perchè al DAMS c’era un corso di sceneggiatura cinematografica e televisiva che mi interessava; volevo imparare a scrivere bene perchè ho sempre voluto fare l’autore a tutto tondo. Dopo la triennale però non ho proseguito perchè mi sono reso conto che era tutto troppo teorico. Ho iniziato a fare lo storyboard artist con Davide De Cubellis, che era stato mio insegnante alla Scuola Romana dei Fumetti, e poi ho cominciato a fare lavoretti da colorista. Insomma grazie ad alcuni contatti avuti tramite i professori ma soprattutto a una chiusura in casa incondizionata sono partito.

Raccontaci la tua giornata lavorativa tipo. Dove e come preferisci lavorare?

Io faccio tutto dalla mia postazione, che sta a 5 metri dal mio letto e a 5 metri dal frigorifero. Lavoro sempre da casa. Mi sveglio, mi metto davanti al computer con il caffè e una tazza di latte e cereali, e la giornata parte così. Ormai lavoro quasi solo al computer, prima lavoravo sempre anche in cartaceo ma da un paio di anni, schiavo delle deadline, mi sono arreso al fatto che è molto più veloce lavorare al computer e quindi mi sono comprato questo Cintiq, una tavoletta che ti permette di disegnare direttamente sullo schermo. Per quanto riguarda i programmi, uso Photoshop per tutto, sia per colorare che per disegnare. Ci sarebbero anche altri programmi ma ormai ho talmente tanta familiarità con questo che imparare a usarne un altro mi toglierebbe troppo tempo.

Hai colorato il numero 337 di Dylan Dog (scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Nicola Mari). Com’è stato lavorare su un personaggio mitico come Dylan Dog? Sei un fan dell’indagatore dell’incubo?

È stato molto divertente ma non tanto per il personaggio di Dylan Dog. Io sono cresciuto più con i fumetti americani che con quelli italiani quindi non c’è stata tanto una componente affettiva, come sarebbe stato magari nel caso di Spiderman. La cosa emozionante è stata colorare i disegni di Nicola Mari, un disegnatore che ho sempre amato alla follia. Quando ho scoperto che sarebbe stato lui a disegnare il fumetto sono andato in brodo di giuggiole e allo stesso tempo mi è presa un’ansia allucinante! Sai, hai un po’ di paura, invece poi parlando con Nicola mi sono reso conto che è una persona di una gentilezza infinita, a quel punto è svanita anche l’ansia e allora è stato puro divertimento. Per Dylan Dog ho anche disegnato una storia che è uscita poco tempo dopo su “Color fest”, lì è stata più una sfida mia come disegnatore. Su “Dylan Dog Color Fest 14” ci sono quattro storie brevi tra cui la mia, che ho disegnato, colorato e di cui ho scritto il soggetto insieme a Giovanni Masi, che ne è anche sceneggiatore. La cosa curiosa è che quasi tutti gli autori di quel volume sono di Roma o dei Castelli Romani come me.

Ti è capitato spesso di collaborare con editori stranieri. Come ti sei trovato? Hai riscontrato delle differenze nel loro modo di lavorare rispetto agli editori italiani?

In realtà per l’Italia io ho lavorato praticamente solo con la Bonelli, anche perchè non c’è molto altro. O meglio, se vuoi vivere di questo lavoro devi per forza collaborare con una casa editrice che ti paga “il giusto”. Io di media farò una quindicina di tavole al mese in bianco e nero, di colori anche meno, circa dieci, e se un editore ti paga meno di 50 euro a tavola (a dir tanto, eh), non puoi proprio farlo questo lavoro. O meglio, devi affiancarci qualcos’altro. Al di là di questo, la Bonelli fra tutte è la casa editrice con cui ho lavorato con più piacere. Sono molto professionali ma anche, almeno per quella che è la mia esperienza, in un certo senso affettuosi. Non sono freddi e distaccati, mi ci interfaccio con molto piacere. Ho lavorato per varie case editrici francesi e lì non c’è questa risposta immediata né talvolta molta puntualità nei pagamenti. Sono strutturate in maniera molto diversa rispetto a quelle di qui e sono meno attente ai tuoi progetti perchè hanno una quantità di materiale spaventosa, quindi può capitare che si perdano per strada la gente. Mentre lavoravo su “Drakka”, ad esempio, a un certo punto l’editor è scomparso, nessuno mi faceva le revisioni, e per un periodo hanno smesso di pagarmi. In più, zero pubblicità e zero promozione. Su ogni tomo, essendo il primo fumetto che facevo, ci sono stato un anno e mezzo, e buttare un anno e mezzo alle ortiche perchè nessuno ti fa una promozione adeguata è pesante. Un altro editore mi ha pagato solo metà compenso, al momento di saldare il conto è fallito, quindi il lavoro (che era un fumetto comico sugli animali) è rimasto a me, per fortuna poi sono riuscito a pubblicarlo tramite una rivista scientifica per ragazzi. È un po’ un terno al lotto, non sai mai cosa ne sarà del tuo lavoro, a meno che tu non sia un autore affermato. È vero che molti autori italiani lavorano con la Francia ma non perchè siano trattati meglio, semplicemente lì c’è un panorama molto diverso rispetto al nostro. Al di là del fatto che ci sono 500 nuove uscite all’anno (500 nuove testate, non nuovi numeri di fumetti che escono) c’è una varietà che fa gola a tutti gli autori. Io stesso per esempio che ho uno stile un po’ grottesco, un po’ cartoon, in Italia non sono riuscito a trovare il mio posto, quindi ho provato all’estero, poi però possono capitarti queste cose. È un po’ difficile insomma.

Il tuo stile è stato influenzato da qualche illustratore o fumettista in particolare? Hai degli autori di riferimento?

Ne ho tantissimi in realtà, proprio perchè mi piace variare. Quando lavoro a cose più cartoonistiche ho in mente delle persone o degli stili, quando faccio cose più realistiche guardo ad altri. Il mio autore di riferimento da sempre è Corrado Mastantuono. È un disegnatore mostruoso, lavora sia per la Bonelli che per la Disney. Si è sempre cimentato in tutti e due gli stili, disegnando una volta Tex e l’altra Topolino con risultati eccezionali in entrambi i casi.

Mentre lavoro ho in mente tantissimi riferimenti ma cerco sempre di mascherare, di non far vedere una fonte, anche se in realtà a volte una certa somiglianza può aiutare perchè il pubblico riconosce qualcosa di familiare. A volte mi dicono che i miei lavori assomigliano a quelli di qualcun altro ma non è mai voluto, anzi a volte non conosco neanche i disegnatori a cui mi accostano. Ci sono autori che vanno a cercare cose particolari, si fanno una cultura visiva mostruosa, vanno a esplorare gli anfratti delle produzioni di ogni parte del mondo, io invece sono abbastanza pigro da questo punto di vista. Forse è una scusa con me stesso ma ho paura di rimanere schiavo: quando hai sempre in mente cosa hanno fatto quelli prima di te subentra una sorta di germe della depressione a pensare “questo l’hanno già fatto”, “questo l’ho già visto”. Una parte di me giustifica la mia prigrizia mentale in questo modo.

Tu vivi a Frascati, alle porte della capitale. Roma rappresenta una dimensione favorevole al mondo dell’illustrazione e dei fumetti?

In realtà quando fai questo lavoro è veramente molto relativo l’ambiente in cui stai. In passato, dato che per lavorare non ho bisogno di un ufficio ma semplicemente del computer, ho voluto provare a vivere in altri posti, magari più stimolanti. Ho vissuto per un po’ di tempo a Parigi e a Barcellona, però mi sono reso conto che ciò che cambiava era semplicemnete ciò che vedevo fuori dalla finestra. Lavoravo comunque sempre a casa e per di più lontano dagli effetti che rappresentano quel conforto che serve, quindi sono tornato a Roma, anzi, nel mio paese, a Frascati. Vivendo in una realtà più piccola ma viva, ho settato la mia mente in un certo modo per cui mi sento in quel giusto mezzo di tranquillità e di fertilità che mi permette anche di sostenere periodi di lavoro stressanti, senza sabati e domeniche, Natali e Pasque, stando in un contesto familiare. Da un punto di vista editoriale, a Roma non c’è molto, è tutto spostato verso Milano. A Roma ho lavorato con una sola casa editrice, la Castelvecchi, per il mio libro “Le geniali invenzioni del Professor Caspita”, ma non è stata un’esperienza positiva. Non mi hanno pagato né fatto promozione. Alla fine mi sono fatto ridare i diritti d’autore e i proventi del venduto. A Roma inerente al fumetto c’è poco ma in realtà il luogo in cui hanno sede le case editrici ha un’importanza relativa. Il mio è un lavoro molto incorporeo, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo comporta.

Le geniali invenzioni del Professor Caspita”, di cui hai appena parlato, è una raccolta di vignette comiche di cui hai curato testi, disegni e colore. Come ti sei trovato a realizzare un libro occupandoti di ogni sua parte? Hai in mente qualche altro progetto da autore completo?

Sì, quella è stata la prima opera da autore completo che ho fatto. Non è stata molto incoraggiante come esperienza ma mi rendo conto che il problema non sono stato io. Non è un libro non facilissimo, con un umorismo non proprio da cinepanettone, capisco che fosse già difficile in partenza farlo arrivare al pubblico.. se poi non si ha nessun supporto e anzi ti viene tolta la terra da sotto i piedi, è ancora più complicato. Comunque sono contento del risultato, chi l’ha letto lo ha apprezzato. Avrei già i contatti e delle offerte per un altro lavoro da autore completo ma al momento non ce la faccio proprio. Dato che è una cosa a cui tengo e che vorrei fare per conto mio e bene, devo rimandare. Vedremo in futuro.

Quando lavori alla costruzione di un nuovo personaggio o di una nuova storia da cosa prendi spunto soprattutto? Libri, film…

Di solito mi vengono delle idee da degli spunti stupidissimi: un concetto, una battuta, un gioco di parole. La sera, dopo il lavoro, mi metto lì fino alle tre di notte (non c’è altro momento nella giornata!) e comincio a tirare fuori idee partendo da quella iniziale. Ci costruisco tutto quanto intorno e cerco di darle un senso. Mi piace il nonsense, però mi piace di più trovare il senso nascosto in una cosa che apparentemente sembra non averlo, oppure in un evento casuale. Per esempio giorni fa ho visto un video sui numeri, su come le varie scuole di pensiero considerano i numeri e la matematica (le questioni scientifiche mi hanno sempre affascinato, non a caso i miei genitori sono entrambi professori di scienze) quindi ho scritto un fumettino su un numero che ha una crisi di identità. Sembra un nonsense ma in realtà si tratta di tutte cose documentate, che mi sono andato a vedere e studiare. Questa è la genesi tipo di una cosa che scrivo. Visivamente, invece, per le cose più semplici mi faccio trasportare dal segno, dalla mano; le cose più complesse me le studio bene, ho in mente delle immagini e cerco di trasporle. Nella costruzione del personaggio in genere mi faccio comandare molto dalle necessità della storia. Un aiuto può essere andare a vedere come altri autori hanno risolto certe cose. A volte ti trovi perso e non sai come andare avanti, vai a vedere gli autori che ti piacciono, poi fai una sintesi tua. La professione del disegnare è tutta una ricerca, di concetti, di visualizzazioni del mondo.

Solo di recente il fumetto sta vivendo una fase molto fortunata in Italia, a giudicare dalle vendite e dalle presenze registrate alle fiere di settore. Come ti spieghi questo ritardo e quali fattori secondo te hanno contribuito alla “scoperta” del fumetto in questi ultimi anni?

Secondo me non bisogna scambiare questa esplosione di oggi come un vero cambiamento di rotta. Fino ad ora, e tuttora, i fumetti sono stati visti come un’arte popolare, destinata all’intrattenimento puro e semplice, rivolta a fasce di età molto ristrette e con una dignità culturale pressochè nulla. Culturalmente il nostro paese non ha mai avuto quella matrice che invece c’è in altri paesi come la Francia, il Giappone o l’America, dove il fumetto è considerato un’arte principale, qualcosa che fa parte della vita di tutti. In quei paesi leggono fumetti come noi guardiamo un programma di intrattenimento o un film, o un documentario. Per questo c’è tutta quella varietà, per loro è unavera e propria forma di cultura, con tutte le sfaccettature del caso. Quando vai nelle librerie a firmare le copie è incredibile vedere la varietà della gente che si ferma e chiede: ci sono mamme, nonne, ragazzi che si appassionano e comprano. È un modo completamente diverso di vedere questa cosa rispetto a qui. Qui fumetto è sinonimo di immaturità. C’è un certo snobismo, probabilmente conseguenza del fatto che per molto tempo non ci sia stato altro oltre a Topolino, Tex e Dylan Dog, che sono prodotti ottimi ma popolari, non sempre “alti” o d’avanguardia, in termini culturali. Un discorso simile si può fare con la musica e con il cinema: c’è una costante mancanza di orizzonti e di varietà; ci si incastra sempre su due o tre cose e tutto il resto viene visto come una strana eccezione. La riscoperta di questi ultimi anni secondo me è legata a internet. È stato internet a sancire, ad esempio, la popolarità di Zerocalcare. Poi c’è da dire che negli ultimi anni diverse realtà, come Bao Publishing o Sergio Bonelli, stanno prendendo in mano la situazione e stanno provando a smuovere un po’ le acque. La Bonelli finora è stata salda su alcuni principi, ha sempre fatto le stesse cose e ciò in parte ha contribuito a questa staticità, non ha evoluto il gusto dei lettori. Adesso invece sta cominciando a tentare nuove strade, anche grazie all’apporto di nuovi editor come Roberto Recchioni si sta sperimentando tantissimo e sembra che le cose stiano funzionando. Cinque anni fa non avrei pensato neanche lontanamente di pubblicare qualcosa con Bonelli, neanche nei miei sogni più sfrenati avrei mai immaginato che Roberto mi chiedesse di disegnare una storia di Dylan Dog e che la risposta del pubblico sarebbe stata positiva.

A cosa stai lavorando in questo momento e quali progetti hai in cantiere?

Sto lavorando per la Francia a un libro che uscirà nel 2016 e che farà parte di una serie di volumi, ognuno disegnato da un disegnatore diverso. Sono molto felice di far parte di questo progetto perchè l’autore è Lewis Trondheim, uno scrittore molto famoso in Francia e che io adoro. A breve terrò un corso di fumetti per ragazzi alla libreria Lotto 49 di Frascati e le solite lezioni sul colore alla Scuola Romana dei Fumetti. Sto facendo anche qualche lavoretto saltuario per la pubblicità.

Da lettore, consigliaci tre fumetti da leggere.

Il primo è “Texas cowboys”, un fumetto scritto da Lewis Trondheim e disegnato da Mathieu Bonhomme, edito da Renoir. Il secondo è “Un oceano d’amore” di Wilfrid Lupano, illustrato da Gregory Panaccione e edito anche questo da Renoir. Panaccione è una persona squisita, fa dei fumetti di una bellezza sconfinata, poetici ma che ti che fanno ammazzare dalle risate. I suoi fumetti sono quasi tutti muti, sono narrazione visiva pura, che per un disegnatore è una goduria infinita. Un altro titolo francese molto bello è “Last man” di Balak, Michael Sanlaville e Bastien Vivès edito da Bao Publishing; si legge velocemente ma è veramente molto molto bello. Anche Zerocalcare mi piace molto, riconosco che ha un modo di raccontare davvero trasversale che riesce a prendere tutti. Ha un suo modo di comunicare che arriva chiunque tu sia, qualunque sia il tuo background, dal ragazzino al professore.

Da professionista, dicci tre nomi di disegnatori o illustratori da tenere d’occhio

Martoz (Alessandro Martorelli): geniale, è giovanissimo ma ha sviluppato una sensibilità pazzesca per quanto riguarda le illustrazioni. Piano piano sta cominciando ad emergere, era inevitabile. Quando sei bravissimo arrivi per forza. Laura Re: ha lavorato nell’animazione fino a poco tempo fa e adesso fa l’illustratrice, è davvero molto brava. Annalisa Leoni: finora ha lavorato quasi solo come colorista ma ultimamente sta facendo delle cose che la fanno uscire fuori da questo ruolo. Ora sta lavorando a un progetto con Roberto Recchioni in cui realizza gli sfondi pittorici per un fumetto, praticamente si tratta di pittura digitale. Sta inziando a fare delle cose molto particolari rispetto al panorama italiano. Isabella Mazzanti è un’illustratrice straordinaria, sempre di queste parti, che sta lavorando molto in Francia e a breve pubblicherà una storia breve per la Bonelli che sono sicuro lascerà tutti di stucco. Poi c’è Flaviano Armentaro, che lavora contemporaneamente per la Bonelli, la Francia e l’America. È uno dei disegnatori più bravi in assoluto che conosco, ha una capacità mostruosa.

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