“Il compito del giornalista? Raccontare l’intero film e non l’ultimo fotogramma”. Marco Damilano presenta “La Repubblica del selfie” alla libreria Pagina 348

“Il compito del giornalista? Raccontare l’intero film e non l’ultimo fotogramma”. Marco Damilano presenta “La Repubblica del selfie” alla libreria Pagina 348

Copertina libro, Marco DamilanoStasera per la prima volta Gazebo andrà in onda alle 21.00. La promozione in prima serata del programma di approfondimento politico condotto da Diego Bianchi, meglio conosciuto come Zoro, sembra essere dovuta ai buoni ascolti registrati dalla trasmissione. Una conduzione brillante e informale, l’ironia scanzonata e la rara capacità di analizzare l’attualità politica, hanno reso Gazebo un programma di successo, e molti saranno d’accordo con Marco Damilano, commentatore e presenza fissa in studio, che, mercoledì scorso, ospite della libreria Pagina348, ha dichiarato: “i reportage di Zoro sono quanto di meglio si sia visto in tv negli ultimi tempi”.

Il giornalista romano, voce autorevole de «L’Espresso», è stato invitato nella libreria di Viale Cesare Pavese a presentare il suo ultimo libro, “La Repubblica del selfie: dalla meglio gioventù a Matteo Renzi”, pubblicato da Rizzoli, e a discutere dei suoi lavori precedenti, come il libro-intervista “Romano Prodi. Missione incompiuta” di Laterza.

“La repubblica del selfie”, ha spiegato Marco Damilano, è un saggio con l’organicità di una storia, ma una storia che viene ricostruita seguendo il filo conduttore del linguaggio della politica. Il giornalista, nel suo libro, ripercorre la scalata al potere di una nuova generazione di politici che, pur nell’evidente differenza dei loro orientamenti, risultano accomunati dal fatto di vivere schiacciati sul presente, di non avere un passato, e di rivendicare questa loro posizione dichiarando a ogni occasione “noi non c’eravamo”. Come se questa frase, come una formula magica, potesse assolvere da ogni responsabilità. Ed è proprio in circostanze come queste, secondo Damilano, che deve entrare in campo il vero giornalista politico, quello che sa fare il suo mestiere, che analizza il contesto, ricostruisce il prima e il dopo dei fatti, delle dichiarazioni, che “racconta l’intero film e non solo l’ultimo fotogramma”.

Nell’ambito del suo excursus storico-politico Damilano evidenzia un momento cruciale nella storia politica italiana che colloca nella metà degli anni Settanta e identifica come “il Vuoto”, una sorta di entità mostruosa che ha fagocitato idee e progetti e ha sancito la fine della capacità della classe politica di rappresentare la società italiana. Secondo Damilano la storia della politica italiana si è articolata in tre grandi fasi: la Prima Repubblica, ovvero la fase della rappresentanza, momento storico in cui i partiti rappresentavano effettivamente la società. La Seconda Repubblica, coincidente con la fase della rappresentazione, intesa nel senso di messinscena teatrale, teatrino, gioco delle parti. Infine la Repubblica del selfie, lo stadio dell’autorappresentazione, animata da politici totalmente autoreferenziali, che si autofotografano, si autoraccontano, incapaci di accettare l’idea di essere raccontati da altri.

Dopo queste interessanti riflessioni, Marco Damilano si è soffermato su “Missione incompiuta”, il libro-intervista a Romano Prodi. Il giornalista ha raccontato delle lunghe giornate trascorse a Bologna durante la lavorazione del libro e ha messo in luce l’aspetto più interessante emerso dall’intervista, ovvero la biografia complessa e contraddittoria, a tratti discutibile, dell’ex Presidente del Consiglio Prodi: le decisioni prese negli anni della sua direzione all’Iri, la questione della privatizzazione dell’Alfa Romeo e dell’Ilva, o i rapporti intrattenuti con Agnelli e Berlusconi. Ciò che emerge chiaramente dal libro però è anche lo spessore del personaggio, che dalla sua posizione di “empirista brutale”, ha rappresentato una classe politica, ormai estinta, che si è dimostrata attenta e talvolta capace di comprendere ciò che succedeva nella storia italiana. A testimonianza di tale atteggiamento, Damilano ha raccontato come Prodi da Presidente del Consiglio avesse l’abitudine di chiamare le imprese di imballaggi per ricavare dati certi sull’andamento dei consumi, delle esportazioni e dunque dello stato dell’economia in generale. Un approccio empirista impensabile al giorno d’oggi in cui gli esponenti politici si limitano a scorrere numeri, statistiche e sondaggi, dati completamente astratti e insufficienti per avere il polso della situazione.

Marco Damilano ha parlato a lungo anche della sua professione, dichiarando di aver sempre voluto fare il giornalista politico. Ha ricordato gli anni dell’università e il corso di storia contemporanea con il suo professore Pietro Scoppola, l’emozione nell’’89 di vivere la Storia in diretta… il crollo del muro, Occhetto alla Bolognina, la curiosità di vedere cosa sarebbe successo.

73059_De Mauro0904 sovracc.qxdHa parlato dei suoi maestri e modelli: le cronache dei congressi di Giampaolo Pansa che, da lontano, col binocolo, scrutava il palco e intercettava tic, smorfie e movenze dei politici, li svelava e rivelava nel loro aspetto più umano quando non era ancora subentrata la personalizzazione della politica. Il giornalismo da spogliatoio e backstage di Guido Quaranta, capace di intrufolarsi in qualsiasi luogo, a tal punto che Aldo Moro, durante una riunione privata, chiese ai presenti se fossero proprio sicuri che non ci fosse Guido Quaranta sotto il tavolo, episodio che il giornalista riportò perché effettivamente presente in quel momento.

Damilano ha raccontato quindi com’è fare il giornalista oggi, un mestiere che è diventato più complesso e allo stesso tempo più semplice. Certamente più frenetico e tecnologico, anche se lui si ostina a lavorare con gli strumenti di una volta, carta e penna, “il tablet lo uso, ma per appoggiarci il mio quadernino”. Descrive il suo lavoro per «L’Espresso», che consiste nel filtrare il flusso quotidiano e continuo di informazioni alla ricerca degli elementi che gli altri tralasciano per rincorrere la notizia dell’ultimo secondo, dati e indizi che permettono di ricostruire un racconto diverso, fatto di analisi, retroscena e contesto. “È un po’ come setacciare la sabbia e trovare ogni tanto qualche pepita d’oro”, come il primo incontro tra Romano Prodi e Matteo Renzi, allora ventinovenne.

Una battuta anche sulla proliferazione dei talk politici che invadono il palinsesto a ogni ora del giorno e della notte (giustificata in parte dal susseguirsi di colpi di scena della politica italiana degli ultimi anni), ormai trasformatisi “in un grande romanzo popolare, con personaggi che entrano e escono” molti dei quali non vanno oltre il ruolo di semplici caratteristi. “Bisognerebbe cambiare rotta e iniziare a far parlare chi ne sa davvero e quindi, ad esempio, se si vuole discutere seriamente di immigrazione invitare il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini”, che non a caso sarà la prima intervistata della nuova versione prime time di Gazebo.

Cristina Nicosia

22 maggio 2015

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