La Resistenza in un libro: «La messa dell’uomo disarmato» di Luisito Bianchi

La Resistenza in un libro: «La messa dell’uomo disarmato» di Luisito Bianchi

 La messa dell'uomo disarmato25 aprile, Festa della Liberazione.

Festa di discorsi e manifestazioni, di troppe parole e ideologie, di rivendicazioni e appropriazioni.
Ma la parola «commemorare» non rappresenta questo, significa fare memoria insieme. «Memoràre» è indissolubilmente unito al «cum», per renderlo solenne, per rendere un ricordo non più personale e particolare ma universale e di tutti, questo ricordo deve diventare proprietà di ognuno di noi, deve essere cioè una condivisione. Una festa vera.

C’è un romanzo, «La messa dell’uomo disarmato» di Luisito Bianchi, che affronta il tema della Resistenza sia nella sua accezione storica sia in un significato più profondo, civile, filosofico e religioso, che rende corale e smisuratamente umano il ricordo dei volti e delle vite che hanno lottato con tutte le loro forze e le loro fragilità per riprendersi la libertà perduta. Per Luisito Bianchi la vita è nei fatti.

Un libro intenso e vero, che tiene incollati a sé pagina dopo pagina (e non sono poche, ben 864 pagine) con la voglia di non perderne nemmeno un goccio, con una irrimediabile nostalgia appena giunti alla parola “fine”, ed uno spassionato desiderio di consigliarne la lettura.

Luisito Bianchi è stato un prete profeta di un cristianesimo radicale, povero e gratuito, un missionario, un inserviente all’ospedale, un cappellano presso il monastero benedettino di Viboldone (Milano), un prete-operaio, scrittore, poeta, insegnante, traduttore, che quando è morto (5 gennaio 2012) ha espressamente chiesto di avere sulla bara la sua tuta da operaio, la Bibbia, la stola e tre rametti di agrifoglio, e di essere accompagnato al cimitero da un asinello, animale spesso citato nel suo libro, e dallo stendardo dell’Anpi.

Nel 1975 , anno nel quale don Luisito pubblica «Dialogo sulla gratuità» (edito da Morcelliana, riedizione Gribaudi, Milano 2004), comincia anche a sviluppare l’idea di un grande romanzo sulla Resistenza. La mattina scrive, il pomeriggio studia e traduce per vivere. Cinque anni di lavoro per dare alla luce questo romanzo che resta per lunghissimo tempo solo un dattiloscritto letto da alcuni amici, che partecipi dell’immenso valore di quelle pagine, lo diffondono con un efficace ed inarrestabile passaparola, «di mano in mano, da amicizia ad amicizia».
Rifiutato da molti editori per la sua lunghezza ritenuta eccessiva, ha una sua prima edizione, autofinanziata, solo nel 1989, con il titolo «Resistenza». Nel 1991 viene fatta una ristampa, anch’essa esaurita. Nel 2003 l’editore Sironi propone il romanzo al grande pubblico cambiandone il titolo in «La messa dell’uomo disarmato», anche se in modo inconsueto si è già imposto come un best seller.
Diventa un caso letterario, considerato dalla critica come il maggiore romanzo cristiano sulla lotta partigiana, con un valore non solo letterario ma civile. È presente una tensione continua e costante, un’inquietudine che rimanda al senso profondo della vita e della propria umanità. Il tutto costantemente scandito dai tempi e dai paesaggi che la campagna impone immutati ed immutabili.

«La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza. Tutta la gente del paese doveva essere presente in piazza davanti al municipio, sul cui balcone il podestà aveva acceso la radio a tutto volume. Toni non c’era, e nemmeno il fabbro, il professore, l’arciprete e Rondine, il nostro martire. Io c’ero. Dovevo rappresentare anche mio padre; due erano troppi, ma uno era necessario, mi aveva detto», così introduce la guerra la voce narrante di Franco, che lascia nella primavera del 1940 il monastero benedettino nel quale era novizio per ritornare alla cascina dei genitori, La Campanella, per fare il contadino.

Un narrare epico che spinge chi legge ad impastarsi con il sudore ed il sangue di un microcosmo rappresentativo di quelle individualità che con il loro impegno e sacrificio hanno trasfigurato l’ordinaria quotidianità in una straordinaria eccezionalità.

Dopo il 25 luglio 1943 nulla è più stato uguale. La storia nazionale si impone nello stravolgimento del mondo di chi vive in queste pagine, nomi ai quali ci si affeziona e verso i quali si ha una compartecipazione.
È un momento di svolta nella vita ognuno, con l’occupazione nazista che spinge a compiere delle scelte, per alcuni radicali. Da qui le pagine si infittiscono di azioni: la lotta di Resistenza di diverse bande partigiane che avviene sulle montagne. Lupo, Balilla, Piero, Rondine, Capitano, Stalino e Sbrinz con la loro storia trasformata in Storia. Sullo sfondo «tutta quella folla anonima senza nome che avrebbe solo vantato dei diritti sul sangue degli altri».

Un romanzo che rimane appeso al cuore e che solleva una grande domanda: per chi, per cosa e con chi vale la pena vivere? Per chi, per cosa e con chi rischiare la propria vita? Perché la questione fondamentale della vita è il proprio «sì» o il proprio «no», siamo ciò che scegliamo.

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