Il Patto: I nomi, i fatti, le parole. Ecco cosa fu la trattativa fra Stato e Mafia

Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci, in questo libro edito da Chiarelettere, affrontano con maestria uno degli argomenti più spinosi di questi anni. Nascosto nel 1992, passata sotto silenzio per lungo tempo, dopo 17 anni in Italia si ritorna a parlare del famoso Patto fra Mafia e Stato. E si, perché quel patto, secondo gli autori, ci fu, ci furono gli aiuti da parte dello Stato ai boss mafiosi, quegli arresti mancati, quegli incontri documentati e poi dimenticati e perfino qualcuno che sapeva troppo e che non avrebbe dovuto opporsi.

Alla fine del giugno del 1992 due ufficiali dei Ros dei carabinieri, Mori e De Donno, incontrarono segretamente l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, che era stato condannato per mafia. La richiesta era semplice, Ciancimino sarebbe dovuto divenire il tramite fra lo Stato, rappresentato dai Ros, e i Corleonesi, capeggiati da Totò Riina, il super boss di Cosa nostra, e Bernardo Provenzano, all’epoca numero due dell’organizzazione criminale, ma presto al vertice.

In quei giorni, mentre i primi contatti avvengono e la trattativa comincia a prendere forma accade un fatto strano, il nuovo governo Amato, senza alcun motivo, cambia il ministro dell’Interno sostituendo Scotti, che da sempre aveva lottato contro la mafia, con Nicola Mancino che nella trattativa avrà un posto di primo piano.

E’ così che il decreto antimafia che avrebbe dovuto mettere Cosa nostra con le spalle al muro, si arena in Parlamento e non diviene legge. Il decreto era stato elaborato proprio da Scotti, allora ministro dell’Interno, e da Martelli, subito dopo la strage di Capaci in cui era morto il giudice Falcone. Il 25 giugno Borsellino in un incontro segretissimo riceve Mori e De Donno nella caserma Carini di Palermo. Durante la discussione i due ufficiali negano di avergli parlato della trattativa, ma queste affermazioni saranno smentite da Liliana Ferraro, funzionario del ministero che pochi giorni aveva raccontato ad uno sconcertato Borsellino del tentativo di intavolare una trattativa fra Stato e Mafia. E allora perché i due ufficiali dei Ros mentirono? Borsellino sapeva della trattativa e non era d’accordo?

Un altro strano fatto si verificò il 1° luglio, all’epoca il giudice Paolo Borsellino era a Roma per interrogare il pentito Gaspare Mutolo. L’uomo aveva annunciato scottanti rivelazioni asserendo di possedere informazioni riguardo i rapporti con la mafia due giudici di due importanti giudici, Corrado Carnevale e Domenico Signorino, e del numero tre del Sisde, Bruno Contrada. I testimoni raccontano che quel giorno, mentre Borsellino verbalizzava le rivelazioni del pentito, venne chiamato al ministero dell’Interno. Quando tornò era pallido e fumava più del solito, visibilmente agitato. Raccontò in seguito che di fronte allo studio di Mancino, nuovo ministro, Parisi, il capo della polizia, lo aveva fatto incontrare con Contrada.

Cosa si dissero non c’è dato sapere, ma il giudice Borsellino era visibilmente sconvolto e scioccato da quanto era accaduto. Che i due avessero parlato della trattativa? Che a Borsellino fosse stato chiesto di mettersi da parte e lasciare le indagini?

L’appuntamento è segnato sull’agenda grigia del giudice, ma Mancino e Parisi hanno sempre negato di aver incontrato Borsellino, qualcosa potrebbe rivelare la misteriosa agenda rossa del giudice dove Borsellino annotava tutti gli sviluppi delle indagini, ma stranamente l’agenda non è stata mai ritrovata ed è scomparsa nel nulla. Forse Borsellino sapeva, anzi di sicuro sapeva, forse si era opposto ed era divenuto a quel punto un personaggio scomodo. 57 giorni dopo la strage di Capaci in cui aveva perso la vita Falcone, Borsellino morì a via D’Amelio in un attentato dinamitardo. Tutti i pentiti uomini di Riina hanno poi raccontato che la morte di Borsellino non era prevista nei piani di Cosa Nostra, la strage non era in programma, ma la condanna a morte per il giudice arrivò dall’esterno. Riina si sentiva stranamente al sicuro ed agì per conto d’altri togliendo di mezzo un personaggio scomodo, non solo per la mafia, ma per tutti quelli che erano coinvolti nella trattativa.

In molti ne sono sicuri, Borsellino fu sacrificato perché sapeva della trattativa e si era opposto, ma soprattutto perché due giorni prima di Capaci, aveva rilasciato a due giornalisti francesi di Canal Plus una scomoda intervista sulle indagini ancora in corso riguardanti i rapporti fra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e il mafioso Vittorio Mangano.

Con Borsellino morto la trattativa dei Ros con Ciancimino proseguì per tutta l’estate e l’autunno. Riina, secondo il figlio di Ciancimino, fece recapitare a Mori un papello con le richieste della mafia: via il 41 bis, via i pentiti, via l’ergastolo, via il sequestro dei beni, revisione delle condanne del maxi

processo. Il 15 gennaio 1993 Riina venne arrestato dagli uomini che curavano la trattiva, i Ros guidati da Mori. A questo proposito Ciancimino Jr ha sempre sostenuto che “Riina fu venduto da Provenzano ai carabinieri”.

Lo Stato ha sempre negato, ma allora perché i Ros perquisirono il covo di Riina solo diversi giorni dopo l’arresto lasciando alla mafia tutto il tempo di ripulire le sue tracce? La risposta forse sta in una cassaforte ritrovata in quella casa che custodiva documenti scomodi e sorprendenti, erano le carte della trattativa con il Ros e il famoso papello.

Con Riina e Ciancimino fuori dai giochi secondo Ciancimino Jr la trattative passarono nelle mani di Dell’Utri, che all’epoca stava creando Forza Italia con Silvio Berlusconi. Nell’estate del 2009 spunta una lettera scritta da Provenzano a Berlusco ni, si promette appoggio politico e si minaccia un “triste evento” se non si avrà a disposizione una rete Fininvest. Secondo alcuni pentiti questa è solo una della tante lettere che Berlusconi e Provenzano, il capo dei capi, si scambieranno, in tutto sono tre, all’inizio degli anni novanta, nel 1992, all’epoca delle stragi di Capaci e D’Amelio e infine

nel 1994 quando avvenne la famosa discesa in campo e Berlusconi divenne primo ministro.

“La lotta alla mafia è ammaliata da uno strano sortilegio: non consente a nessuno tra quanti vi partecipano di rimanere immacolato, immune dalle fiamme” scrivono i due autori. “Questo è un paese violento. Abituato a non credere in se stesso, e dunque incapace di pretendere una classe dirigente all’altezza. Viaggiamo nel buio, aspettando che degli eroi vengano a salvarci, a tirarci fuori dall’inferno: santi o rivoluzionari, generali o politici, magistrati o preti di periferia, poco importa. Che siano loro a sporcarsi nella battaglia, che siano loro a combattere in nome di tutti; e se cadono, li si celebri come martiri”.

Quegli stessi eroi come Falcone o Borsellino che decisero di affrontare il male a viso aperto, di lottare, anche se la forza contro cui si opponevano era molto più grande di loro. Eroi che decisero di

sporcarsi le mani e di non voltarsi, di non trattare perché farlo significava arrendersi. Non furono protetti dallo Stato e pagarono con il sangue il loro coraggio. Questo libro serve anche a ricordare loro, eroi silenziosi, che lo Stato ha salutato e che poi ha dimenticato, ma che forse sono morti perché sapevano troppo, perché non volevano, perché erano puliti.

Info:

Edizioni Chiarelettere – Collana Principio Attivo – pp. 368 – 16,00 euro
Il libro è disponibile in formato  ebook al prezzo di 11,99 euro


Valentina Vanzini

22 aprile 2012

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