Intervista a Sandro Ferri. Il fondatore delle edizioni E/O parla del successo straordinario di Elena Ferrante, di come si promuovono i libri e dà qualche consiglio ai piccoli editori

Intervista a Sandro Ferri.  Il fondatore delle edizioni E/O parla del successo straordinario di Elena Ferrante, di come si promuovono i libri e dà qualche consiglio ai piccoli editori

E-OSandro-FerriSi è da poco concluso Più libri più liberi, l’annuale appuntamento della capitale con la piccola e media editoria indipendente. In occasione della fiera abbiamo incontrato e fatto qualche domanda a Sandro Ferri, fondatore insieme a Sandra Ozzola delle edizioni E/O, una casa editrice, in attività da trentacinque anni, che sta vivendo una stagione d’oro grazie al successo eccezionale dei romanzi di Elena Ferrante, autrice della tetralogia de “L’Amica geniale”.

La tetralogia de “L’Amica geniale” sta avendo un successo straordinario. Cosa vi ha colpito di più di questi romanzi e da cosa avete capito che dovevano essere assolutamente pubblicati?
Direi la forza della scrittura, intesa nel senso di una sincerità rara e profonda e, però, niente affatto autobiografica. Non si tratta della sincerità di una testimonianza, ma di una sincerità in senso letterario: il fatto di riuscire a trovare le parole giuste, cosa che solo la grande letteratura riesce a fare, per raccontare delle emozioni, dei rapporti umani … e poi, allargandosi, anche la storia di un rione e, alla fine, la storia d’Italia. Quindi sì, direi la forza letteraria unica. Questo, secondo me, è uno dei pochissimi, purtroppo, romanzi che oggi in Italia riesce ad appassionare un pubblico di lettori forti. Tra l’altro, non solo in Italia, ma nel mondo, sta succedendo una cosa incredibile, un tale entusiasmo non si vedeva da anni, e ciò è dovuto essenzialmente a questa forza della scrittura.

Vi aspettavate un successo simile? Elena Ferrante pubblica con voi dal 1992 e, pur essendo un’autrice molto apprezzata, non è mai arrivata a una tale notorietà.
Bè, quest’ultimo successo è stato sicuramente superiore, internazionale, strepitoso, legato a un entusiasmo incredibile dei lettori e anche della critica, soprattutto in America. Però devo dire che noi già con “L’amore molesto” e soprattutto con “I giorni dell’abbandono”, tutti e due poi diventati film, avevamo ottenuto un importante risultato. Nel 2005, per dire, “I giorni dell’abbandono” è stato primo o secondo in classifica. Non è che sia nata proprio adesso la Ferrante, anche de “I giorni dell’abbandono” abbiamo venduto più di centomila copie.

In Italia si parla così tanto della Ferrante solo adesso che è stata scoperta negli Stati Uniti. Perché secondo lei? Che idea si è fatto?
È proprio a questo che mi riferisco quando dico che non ci piacciono i giornalisti. Purtroppo in Italia l’attenzione dei giornali a più grande diffusione e delle riviste (non di tutti, per fortuna, perché ci sono state anche delle recensioni molto interessanti) è rivolta a questa cosa del mistero, insomma il solito gossip, ma questo è un malcostume generale dell’informazione.

Abbiamo bisogno che qualcun altro ci faccia notare quello che abbiamo a casa, sotto i nostri occhi?
Sì, da una parte c’è questo, e poi, dall’altra, questo concentrarsi in modo ossessivo sulla questione dell’identità, senza poi leggere i libri. Venendo all’osso, il problema, in Italia, è che i giornalisti non leggono i libri. Parlano dei libri senza leggerli.

 Nel suo libro “I ferri dell’editore” (edizioni E/O, 2011) parla dei rapporti tra la sua casa editrice e la stampa, della volontà di tenersi fuori dalla “società letteraria” e dai salotti. Questa poca simpatia per i giornali e i media in generale, come si coniuga con la necessità di oggi di comunicare tutto a tutti, di presenziare ovunque?
Sì è vero che oggi si richiede una presenza costante, e noi abbiamo un ottimo ufficio stampa, due persone che fanno solo questo e lavorano molto bene sulla comunicazione all’esterno. Però, il principio che volevo esprimere nel libro è questo: che la letteratura è una cosa autonoma, la letteratura è un’altra cosa, deve andare per la sua strada; ha le sue leggi, le sue regole, i suoi tempi. Poi dopo c’è il problema di come comunicare queste cose, che è un problema vero, però ci tengo a dire che la letteratura deve rimanere autonoma, non può asservirsi all’informazione, o al gossip.

 Parlando con addetti ai lavori, con i librai indipendenti e in particolare con Marco Guerra della libreria Pagina 348, è emerso che oggi l’unico modo per far acquistare libri è quello di metterli al centro di eventi e occasioni di incontro. Fare dei libri un’occasione di socialità. È d’accordo? Qual è secondo lei oggi il modo più efficace per promuovere la lettura?
Sì, sono d’accordo. Ci sono dei libri che miracolosamente funzionano da soli, che piacciono di più, quelli per cui scatta il passaparola e a quel punto vanno un po’ da soli. Ma il 99% percento dei libri non è così, ha bisogno di essere spinto. E spingere vuol dire proprio quello. Sì, io credo che la migliore promozione sia quella di cui parla Marco, è quella fatta dalle librerie che hanno i loro clienti, i loro lettori, che sono sul territorio. Magari sono librerie di quartiere, però hanno quei cento lettori che il libro se lo leggono. Tutto questo non è che faccia grandi numeri però comunque crea comunicazione vera sul libro, che è quello che ci vuole.

Sia nel suo libro che in altre occasioni ha sottolineato l’importanza del lavoro dei librai, soprattutto di quelli indipendenti. Secondo lei bisogna puntare sull’alleanza editore-libraio?
Sì, io penso che il libraio oggi possa fare tantissimo, perché c’è molta confusione nei lettori, c’è disorientamento: la critica non funziona, l’informazione funziona male, quindi il lettore che arriva in libreria ha bisogno di un libraio che lo consigli bene. Sia che lo consigli realmente sia che, semplicemente, faccia la vetrina in un certo modo, scriva un cartello, o metta un libro in maggiore esposizione… il consiglio può essere declinato in tanti modi.  Quindi sì, per noi i librai sono fondamentali.

Come valuta le opportunità come questa, cioè le fiere e i saloni dedicati al libro? In questi giorni, come ogni anno in occasione di Più libri più liberi, si è aperto un dibattito sull’utilità di partecipare a manifestazioni di questo tipo. Lei crede che sia necessario ed effettivamente utile ai fini dell’ampliamento del mercato?
Queste occasioni sono importanti, anzi, secondo me, una delle poche cose positive, se non l’unica, che ci sono state in Italia negli ultimi dieci anni nel campo dei libri e dell’editoria, è proprio questa fiera.  E questo è anche uno dei pochissimi esempi, se non l’unico, di intervento istituzionale utile, che non prevede i soliti finanziamenti a pioggia all’editore che fa comodo o cose del genere. Bisogna sostenere queste manifestazioni, questi festival, che ormai sono numerosi in Italia, perché permettono ai lettori di venire direttamente in contatto con gli editori, con gli autori e con i libri.  Per dire, i nostri libri si vedono in giro, li trova abbastanza girando per Roma, non dappertutto ma abbastanza, ma il 90% percento degli editori che sono qui non li trova da nessuna parte. Quindi è sicuramente utile che il pubblico venga qui e possa vedere queste cose.

 Secondo lei si potrebbe migliorarne l’organizzazione? Alcuni si lamentano del fatto che ci siano anche editori a pagamento o situazioni di editoria “ibrida”.
Io non conosco esattamente i dettagli di questa cosa, ma credo che se qui ci sono editori a pagamento, sono davvero pochi. La maggioranza degli editori presenti mi sembrano editori mossi da passione e non attività a pagamento. Certo, per la maggior parte sono editori che non sopravvivono, o ci riescono solo facendo anche altri lavori, ma questa è la realtà del mondo del libro, non è che una fiera possa cambiare la situazione. Poi a Roma abbiamo il problema dello spazio, questo è l’unico spazio che di fatto c’è. Questa sede non è comoda, venire all’Eur non è comodo per esempio per chi sta a Roma nord, e infatti questa fiera fa cinquanta-sessantamila visitatori, mentre il Salone di Torino ne fa duecentocinquanta-trecentomila. È vero che lì c’è tutta l’editoria, però per una città come Roma sicuramente si potrebbe avere una sistemazione migliore. Io conosco tanta gente che legge e che qui non ci è mai venuta. Questo perché a Roma manca uno spazio adeguato, non c’è uno spazio migliore di questo, o perlomeno non è venuto fuori.

 Che consiglio darebbe a chi si affaccia oggi al mondo dell’editoria e cerca di fare impresa con i libri come noi, che esordiamo proprio a dicembre con le edizioni 2duerighe?
Io vi consiglio innanzitutto di farvi un po’ di conti: cercate di capire quanto potete reggere, quanta autonomia potete avere, quanti libri potete fare. All’inizio, ovviamente, venderete qualche centinaio di copie, poi bisogna partire da quello, cercare di avere un orizzonte più ampio possibile, cioè pensare di poter resistere per un periodo più lungo per avere il tempo di farsi conoscere un po’ di più. Inoltre c’è il problema gravosissimo della distribuzione: oggi c’è praticamente il monopolio perché PDE, il nostro distributore, ormai confluisce in Messaggerie, quindi ci sarà un solo distributore, a parte Mondadori, Rizzoli… e questo vuol dire che moltissimi editori non avranno più distribuzione perché sono troppo piccoli. Ci sono delle esperienze alternative interessanti, per esempio quella di Sur di Marco Cassini, che sta provando a fare una distribuzione direttamente in libreria. Questo metodo però comporta un lavoro amministrativo e logistico importante, si è costretti, per esempio, ad andare a recuperare i soldi, cosa non facile, perché i librai hanno difficoltà. Però lo dovete fare sennò come li distribuite questi libri? Io non conterei solo sulla vendita online, bisogna essere fuori, in libreria. E poi cercare di trovare, abbastanza presto e ogni tanto, un libro che abbia un richiamo maggiore.

Si dice spesso che ai piccoli o piccolissimi editori conviene puntare sulle nicchie e su un pubblico molto settoriale per poter esistere e resistere sul mercato. È d’accordo? Crede che la chiave sia la iperspecializzazione?
Penso di sì ma quella non è l’unica chiave, quella è una chiave. Noi ci siamo fatti conoscere a un certo punto come editori dei libri dell’est, quindi se qualcuno voleva leggere libri dell’est veniva da noi. Trovare una specializzazione è molto utile, ovviamente. Se non altro, avere almeno una collana che sia un riferimento unico. Tutto questo aiuta, però non credo che sia l’unica strada, anche perché a un certo punto rischia di diventare un imbuto.

Un’ultima curiosità. Nel libro “I ferri dell’editore”, parlando di sua moglie (Sandra Ozzola, cofondatrice di E/O), accenna alla sua capacità di passare settimane intere a rileggere classici russi e “Angelica”. Si tratta proprio della saga di “Angelica” dei coniugi Golon?
Sì, i romanzi di Angelica, quelli da cui, negli anni Settanta, è stata tratta una serie di film diventati molto famosi. Mia moglie avrà letto ognuno di quei libri dieci o quindici volte! Ad un certo punto avevamo anche pensato di rifarli noi ma l’autrice recentemente li ha riscritti e ripubblicati in Francia, apportando dei cambiamenti importanti e rendendoli di fatto molto diversi dagli originali, per cui abbiamo rinunciato.

 Cristina Nicosia
10 dicembre 2014

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook