Le Beatrici, il nuovo libro di Stefano Benni

“Fior di vaniglia/Il tempo passa e nessuno mi si piglia/Si sposan tutte quante/E a me mi tocca di aspettare Dante”, così recita la diciannovenne Beatrice, spazientita dalla poca intraprendenza del sommo poeta alla cui corte preferirebbe volentieri le attenzioni di Battistone “quello che gioca al pallone”, cioè il calcio fiorentino. Ormai al limite della zitellaggine Beatrice ha ben poco tempo da perdere e se Dante non vuole che il suo sguardo cada troppo spesso sui calciatori medievali è bene che si sbrighi, che si dichiari, e, così, tanto per essere sicuri, faccia vedere anche il suo sette e trenta.
Basta questo racconto a rendere imperdibile l’ultimo libro di Stefano Benni, una raccolta di monologhi teatrali, messi in scena al Teatro dell’Archinvolto di Genova, ora raccolti in volume. Attraverso le figure femminili che animano il libro, con la tagliente ironia che lo contraddistingue, Benni si prende gioco della realtà in cui viviamo, infatti al di là della finzione e delle battute sagaci si nasconde una capacità non comune di cogliere le storture, i tic, le contraddizioni della nostra società.

L’abuso della chirurgia plastica e la conseguente omologazione estetica, la strumentalizzazione mediatica dei fatti di cronaca, le morti sul lavoro sono solo alcuni dei temi che affiorano nel libro, e nonostante la serietà degli argomenti ogni monologo riesce a strappare come minimo un sorriso.
La comicità vigorosa di alcuni monologhi si stempera però in presenza di altri passi in cui l’autore si mostra capace di grande intensità, uno di questi è Attesa. Attraverso le parole della protagonista Benni riesce a rendere tangibile la sensazione di chi aspetta, l’ansia, l’agitazione e il panico di chi, sospeso in un lasso temporale di cui non conosce l’esito né la fine, si strugge, non potendo fare altro che aspettare e sobbalzare ad ogni minimo rumore.
Il più denso dei monologhi è sicuramente Vecchiaccia,  con una feroce invettiva che non risparmia nessuno una donna ripercorre la sua intera esistenza, il suo amore perduto, l’orrore della guerra, l’abbandono in una casa di riposo, il senso devastante della propria inutilità.

La capacità di cambiare registro è forse uno dei meriti più grandi di Stefano Benni, la sua abilità nel far ridere di cuore il lettore e un attimo dopo farlo sentire al limite della commozione è il segno della sua grandezza. L’arma dell’ironia unita ad un linguaggio funambolico e multiforme gli consentono di arrivare dritto al punto e costringono chi legge, senza che neanche se ne accorga, a riflettere su questioni che troppo spesso, al di là di un fugace pensiero o qualche sterile polemica, ci lasciano del tutto indifferenti.

Cristina Nicosia

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