La briscola in cinque: il nuovo Montalbano parla toscano e ha ottant’anni.

Dopo la Sicilia di Montalbano e l’Emilia Romagna di Coliandro è la volta della Toscana: da qualche anno è toccato finalmente a una regione del centro diventare lo scenario privilegiato di omicidi e casi irrisolti (vedi anche il commissario Bordelli di Marco Vichi).

È toscano infatti il nuovo protagonista del giallo all’italiana, si chiama Massimo, ha trent’anni, fa il “barrista” e il suo forte non è certo la diplomazia. Questo investigatore, lettore accanito che lascia poco spazio ai convenevoli, nasce dalla fantasia di Marco Malvaldi, scrittore pisano diventato noto al grande pubblico grazie al recente Odore di chiuso.

 

 Dopo una laurea in chimica e vari anni da ricercatore precario all’estero, Malvaldi si cimenta nella scrittura, e in particolare nel giallo, inaugurando nel 2007 una serie di romanzi aventi lo stesso protagonista, il primo dei quali si intitola La briscola in cinque (Sellerio, 10 euro).

 Ma parlare di un unico protagonista in riferimento ai romanzi di Malvaldi costituisce di per sé un grave errore, infatti ad affiancare il giovane improvvisato commissario e a contribuire notevolmente alla soluzione dei casi troviamo ben quattro personaggi. La peculiarità del quartetto non risiede solo nella stravaganza dei nomi dei suoi componenti, ma soprattutto nella sua età anagrafica, la quale poco si addice in realtà alla vivacità delle menti di questi ottuagenari.

Ampelio, Pilade, Aldo e il Rimediotti vivono nell’immaginaria località balneare di Pineta (ispirata a Tirrenia), ogni giorno si ritrovano al BarLume, un tranquillo locale gestito da Massimo, nipote del più temibile dei quattro vecchietti, Ampelio, l’“incontestato trionfatore della gara di moccoli”. I quattro sono curiosi, molto curiosi, o più precisamente impiccioni, indiscreti e invadenti, niente di ciò che succede in paese sfugge loro. Fingono concentrazione e indifferenza assorbiti dal quotidiano gioco delle carte (soprattutto quando si tratta della briscola in cinque) ma sempre vigili, con occhi e orecchie ben aperti, sono prontissimi a intercettare ogni informazione o pettegolezzo e a riportarlo alle rispettive mogli, le quali a loro volta provvedono solerti a divulgare le notizie a conoscenti di vario grado.

Quando la placida quotidianità di Pineta viene bruscamente interrotta dal ritrovamento del cadavere di una ragazza, la diabolica macchina investigatrice guidata da Massimo e dai quattro “collaboratori” si mette in moto giungendo, grazie alla perfetta combinazione di logica deduttiva e saggezza senile, alla soluzione del caso. 

La storia scorre piacevolmente e risulta abbastanza avvincente, ma la forza della costruzione narrativa va senza dubbio attribuita ai personaggi credibili e brillanti. Massimo è il perfetto rappresentante della generazione dei trentenni di oggi, laureato, ricercatore e precario (come lo stesso Malvaldi che candidamente dichiara ancora di voler fare il chimico da grande) rinuncia a un lavoro per cui ha studiato per gestire un bar, acquistato grazie ad una vincita al totocalcio. Un punto in più va certamente a favore di Ampelio, figura fin troppo realistica in quanto modellata sul suo corrispettivo in carne e ossa, Varisello, il nonno di Malvaldi, toscano verace, ateo e socialista, a cui lo scrittore ha rubato gran parte delle battute riversate poi nei romanzi.

Il libro dà il meglio di sé nei dialoghi tra i quattro vecchietti e nei bonari scontri generazionali tra i cinque detective della prima ora; nelle loro espressioni vernacolari e politicamente scorrette, nelle battute taglienti e poco garbate si concentra l’arguto humor dello scrittore di Vecchiano.

Ecco un assaggio:

–          Sì. Spaventoso. – scandì Massimo in tono glaciale. – Quasi come la velocità con cui è riuscita a sapere quel che ho detto ieri sera.

–          Io ‘un l’ho detto a nessuno – disse Ampelio imbronciato.

–          A nessuno. Nemmeno a nonna Tilde?

–          De’, ma la tu’ nonna è in famiglia, se ‘un lo dicevo a lei…

–          E lei, Pilade, l’ha detto anche lei a sua moglie?

–          No no, alla mi’ moglie l’ha detto la sora Tilde, ha telefonato ieri mentre s’era a cena-.

 

di Cristina Nicosia

 

15 settembre 2011

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