“POESIE”: I LUOGHI INTERIORI DI CLAUDIO DAMIANI

di Piergiorgio Viti

Le poesie di Claudio Damiani rappresentano una topografia interiore ed esteriore costituita da territori, anche affettivi. Colpisce una certa ricorrenza, mai banale, ai “topoi” classici della poesia (il tempo che passa, la paura della morte ecc.) con, sullo sfondo, luoghi che il poeta rende familiari, generando così un senso di appartenenza, di vicinanza, anche umana, ai suoi scritti. Il particolare, quel particolare, conduce insomma all’universale, in un’aderenza emotiva che coinvolge il lettore da subito. Ecco perché sembra quasi di conoscerlo, Damiani, già dalla lettura delle prime poesie, già da quando, nel 1987, parlava di Fraturno, un lago della Sabina che dava il titolo alla sua plaquette d’esordio.

Il piccolo lago è l’emblema, mutatis mutandis, della poesia di Damiani che è pura, limpida, però allo stesso tempo profonda, come tutte le cose solo in apparenza semplici. “Poesie” uscito lo scorso anno per l’editore Fazi, è il compendio del suo lavoro, dalle origini fino alle prove inedite più recenti. Si parlava, all’inizio, di luoghi. Essi sono perlopiù luoghi cari al poeta, come le aule scolastiche dove insegna, o ambienti naturali in cui vivono animali, piante con i quali stabilire, attraverso l’uso di personificazioni, diminutivi e vezzeggiativi, un rapporto simbiotico, di affratellamento. A volte, i luoghi sono inventati, come “La casa di Filemone e Bauci”, estratta da “La miniera”, raccolta  del 1997, il cui titolo richiama, guarda caso, un luogo, e cioè un villaggio minerario situato nel Gargano, dove il poeta è nato. Una particolare citazione merita la sezione del libro intitolata “Eroi” che riporta alcuni componimenti tratti dall’opera omonima uscita nel 2000 e che, tra l’altro, gli hanno fatto meritare il Premio Aleramo, il Premio Montale e il Premio Frascati. Qui il poeta dedica diverse poesie ai suoi familiari e in particolare ai figli, riesumando quell’altezza lirica, in chiave ovviamente più moderna, di Pascoli e del suo “nido” pullulante di affetti e di amore. L’amore. Proprio la parola con cui Lodoli chiude la sua prefazione: “Queste poesie non solo ci convincono nella loro distesa purezza, ma per un poco almeno ci rendono migliori, come la grande poesia fa sempre, perché ci mettono in contatto con il centro della vita, (…) che contiene un nocciolo fermo, fecondo come l’amore”.

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