Carcere, il punto su sovraffollamento, Opg e Rems (parte 3)

Carcere, il punto su sovraffollamento, Opg e Rems (parte 3)
(fonte immagine: www.dolcevitaonline.it)

Al 31 gennaio 2016 i detenuti presenti nelle carceri italiane erano 52.475, e la capienza regolamentare era di 49.480 posti. Il livello attuale di presenze è il più basso registrato da molti anni, almeno dal 2006, in seguito all’indulto. Oggi, però, si registra anche la più alta capienza mai raggiunta in Italia, ad esempio nel 2010, la capienza regolamentare era di 45.022 posti, ma i detenuti erano all’incirca 67.475: quindi quasi 15.000 carcerati in più e 4.400 posti in meno.

Propongo alcuni dati empirici per concretizzare singolarmente la condizione delle prigioni italiane: giugno 2010, Casa Circondariale di Napoli Poggioreale: la capienza regolamentare era di 1.347 posti e vi erano presenti 2.701 detenuti. L’istituto ha, nel 2016, una capienza regolamentare di 1.644 detenuti, e dal 2010 il numero dei carcerati è diminuito di 800 unità.

Giugno 2010, Casa Circondariale Regina Coeli di Roma: la capienza regolamentare era di 640 posti, e i detenuti erano 1.073. Oggi la capienza regolamentare si è ridotta a 624 posti e le presenze si aggirano attorno alle 850 unità.

Giugno 2010, Casa Circondariale-Casa di reclusione di Firenze-Sollicciano: capienza regolamentare di 521 posti e 989 detenuti. Oggi: capienza di 494 posti e circa 700 detenuti.

Giugno 2010, Casa Circondiale di Como: capienza regolamentare di 421 posti e 529 detenuti, di cui 468 uomini e 61 donne. Oggi la capienza è stata notevolmente ridotta a 226 posti, e le presenze sono ancora intorno alle 400.

Questo carcere è, tutt’oggi, uno dei più sovraffollati del Paese.

Il sovraffollamento è una piaga del sistema penitenziario italiano, che negli anni ’90 fino ai primi anni 2000 ha assunto una deformazione cronica e causa di molti problemi. Nel luglio 2009, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanna l’Italia per trattamenti inumani e degradanti nei confronti di un recluso che aveva trascorso un periodo di detenzione usufruendo di uno spazio vitale di 3mq.

Pochi mesi dopo, nel gennaio 2010 il governo italiano dichiara lo stato di emergenza, conseguente all’eccessivo affollamento degli istituti penitenziari. E ancora nel luglio 2011, esattamente un anno dopo, il Presidente della Repubblica parla di un'”emergenza assillante”; l’8 gennaio 2013 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanna di nuovo l’Italia, con la più volte richiamata sentenza Torreggiani, in conseguenza della quale il nostro Paese è chiamato a risolvere il problema del sovraffollamento carcerario entro il 28 maggio 2014. Il caso Torreggiani è sottoposto all’attenzione della Corte nell’agosto 2009, per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea, che prevedeva la proibizione dei trattamenti inumani e degradanti: i 7 ricorrenti, detenuti nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, denunciavano proprio questi trattamenti.

La mancanza di spazio vissuta dai detenuti consisteva nella reclusione in celle triple, con meno di 4mq disponibili a testa. Tale periodo di detenzione variava, in base al detenuto, dai quattordici ai cinquantaquattro mesi, e all’insuficcenza dello spazio si aggiungeva la privazione dell’acqua calda e la scaristà di illuminazione e di ventilazione nelle celle.

La sentanza Torreggiani viene chiamata “sentenza pilota”, poichè rappresenta un momento di svolta, dopo il quale, a partire dal 2013 una serie di iniziative hanno marginalizzato il problema, riuscendo a limitarlo, anche se non a risolverlo totalmente.

È inutile ricordare come il sovraffollamento comporti diffussione rapida di malattie ed epidemie; diminuisca la sopportabilità degli sbalzi climatici, rendondo insopportabile il caldo, così come il freddo; nullifichi la privacy e l’intimità del detenuto; renda difficile disinfettare e pulire luoghi importanti, quali la zona docce e le mense.

Ancora in aprile del 2014, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanna l’Italia per il trattamento degradante subito da un detenuto affetto da problemi di incontinenza, denunciando il ritardo nelle prestazione delle cure e rilevando le condizioni di angoscia, inferiorità e umiliazione, nelle quali era costretto a vivere a causa della condivisione della cella con altri reclusi e dell’assenza di idonei servizi igienici.

Essere costantemente trattati da bestie, può indurre a pensare di esselo veramente: essere assemblati e stivati come merce avariata non agevola certamente l’introiezione e l’elaborazione del senso di colpa per i reati commessi, ma al contrario aumenta esponenzialmente la frustrazione e la voglia di rivalsa contro uno Stato che ha offeso e umiliato.

Lo squilibrio degli equilibri mentali

La questione della salute mentale è il problema nel problema. La detenzione è portatrice di disagio, soprattutto psichico: celle sovraffollate, detenuti chiusi per venti ore al giorno. La reazione dell’amministrazione penitenziaria di fronte a squilibri o cedimenti psichici passa prima per la somministrazione sconsiderata di psicofarmaci e antidepressivi e poi per lo scaricamento della “rogna” agli Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), ex manicomi criminali, sei in tutto il Paese. Qui, il motto è sedare, sedare, sedare! Uso massiccio di psicofarmaci (ancora oggi il 50% della popolazione carceraria ne fa uso), perdita di coscienza e consapevolezza da parte del malato. Il vero paradosso è che i detenuti vengono trasferiti dal carcere agli Opg perché il loro stato di salute fisica e mentale non è compatibile con il regime detentivo, eppure una volta portati all’interno degli Ospedali psichiatrici si ritrovano chiusi dietro cancelli e porte blindate. Con la differenza che a circondarli adesso è l’alienazione mentale e la sofferenza allo stato puro.

Il problema degli Opg è sorto nel momento in cui il sovraffollamento ha superato la soglia della gestione e del contenimento. Stracolmi di uomini ridotti in frantumi dall’intrusività della sorveglianza e della forza delle sedazioni, gli Opg rappresentavano il regno della tortura: nei primi anni 2000 ospitavano più di 1500 persone. In seguito a varie indagini da parte di istituzioni internazionali, come il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, la Corte Costituzionale, nel 2003, ha dichiarato la disumanità degli Opg, finalmente aboliti nel 2015, quanto meno sulla carta. Sono stati sostituiti dalle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) e dall’implementazione di percorsi terapeutici sul territorio.

La prima prova è stata fatta a Torino con la Settima, diventata il Sestante, uno dei primi reparti di Osservazione psichiatrica d’Italia. Inoltre l’Ordinamento penitenziario ha istituzionalizzato la creazione di repartini, almeno uno per ogni provveditorato, operativi dal 2004: Roma, Monza, Napoli-Secondigliano, Palermo e Genova. Il compito dei repartini è quello di curare, trovare un equilibrio e decidere se le condizioni di salute mentale del detenuto siano compatibili con la carcerazione. Sono stati predisposti psicologi, terapeuti, educatori per seguire terapie mirate e personalizzate, che prevedono un contatto periodico con l’esterno. Ma ciò che avviene nella realtà è molto più complesso delle prescrizioni normative e i buoni propositivi rimangono tali, senza essere concretizzati.

Il Sestante, ad esempio, è un reparto che fatica a stare in piedi: si arriva fino a 25 posti letto, mentre gli altri reparti di osservazione psichiatrica hanno cinque, otto, dieci posti al massimo. Come dice un dottore del Sestante: «Questo è un brutto posto e non tutti sono tagliati per lavorare qui». Più della metà degli operatori del  Sestante non regge e se ne va alla prima occasione.

Carceri, l’urgenza dell’umanizzazione della pena (parte 1)
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