Carcere, il senso della pena: la testimonianza di un detenuto a Rebibbia (parte 2)

Carcere, il senso della pena: la testimonianza di un detenuto a Rebibbia (parte 2)
L'interno di una cella di reclusione (Fonte: geograficamente - WordPress.com)

Quale pretesa più assurda, e che parole al vento, se poi tu Stato mi fai dormire per terra perchè le celle sono stracolme; mi dai un vitto che non lo mangerebbe neppure un cane; mi allontani dalla residenza della mia famiglia; mi trasporti da un carcere all’altro ammanettato (come un tempo si faceva con le bestie da soma) e mi rinchiudi nelle cellette dei tuoi furgoni il cui spazio è insufficiente anche per un piccolo pennuto; mi fai soffrire il freddo e il caldo, perchè le “case” (come tanto ti è piaciuto chiamarle “Casa Circondariale” di…) sono fatte di ferro e cemento e le stanze, ovvero questi angusti posti chiamati celle, nelle quali il condannato deve trascorrere la sua esistenza, si arroventano se ci batte il sole estivo e si raggelano col venir dell’inverno, considerato che i riscaldamenti funzionano per poche ore al giorno; ti dimentichi di fare la disinfestazione generale e particolare delle “case”, come ad esempio dei locali delle docce, posto in cui ci laviamo in sessanta e spesso anche con l’acqua fredda; mi neghi l’acqua calda corrente in cella; concepisci gli spazi delle celle in uno stile davvero originale: water e cucina a un metro dal letto dove dormo… Ah! Che sbadato, sono io appunto che devo dormire tra tanta decenza, ti chiedo scusa… Come? Ah! Si, è vero, in alcune “case” hai saputo fare di meglio dividendo lo spazio del letto da quello del water e della cucina: che consolazione! Sei contento? Se sei contento tu sono contento anche io!“.

Questo passo è tratto dall’intervento ad un seminario, ospitato dalla Casa Circondariale di Rebibbia, il 28 maggio 2014, di G.P., detenuto nel reparto A.S. di Rebibbia. Sta scontando la pena dell’ergastolo da quasi 22 anni consecutivamente e racconta di essersi diplomato in carcere, dove si è anche laureato due volte, e nel 2014 era distante dalla terza laurea da soli due esami. G.P. dichiara che “in questo continuo sfaldarsi del mondo carcerario a cui nessuno pone un limite, parlare di Costituzione è come dire al condannato che tra pochi minuti verrà fatto sedere sulla sedia elettrica, che la vita è bella e che fuori c’è un sole splendido“.

Ma perchè questo acuto scetticismo nei confronti della Costituzione? L’articolo 27, comma 3, della Costituzione Italiana sancisce che:«Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»; e ancora l’articolo 13, comma 4, recita:«È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». È palpabile la contraddizione esistente tra ciò che è previsto dalla Costituzione e dalle leggi, e ciò che invece avviene nella realtà effettiva delle carceri italiane, nelle quali, troppo spesso, la Costituzione è percepita esclusivamente come presenza utopica e quindi irrealizzabile. Essa si riduce quindi a mera tradizione, spoglia di ogni veridicità e corrispondenza concreta. Gli istituti detentivi devono fronteggiare dei problemi che mettono in seria difficoltà l’attuazione dei diritti riconosciuti dalla Carta Costituzionale ai carcerati: la forte carenza di organico, la mancanza di luoghi adeguati all’accoglimento di centinaia, a volte migliaia di persone nella stessa struttura, la promiscuità delle celle, nelle quali vengono raccolti detenuti che hanno commesso reati diversi, provenienti da Paesi, tradizioni culturali e credo religiosi differenti, il sovraffollamento inaspriscono le difficoltà.

Radicalizzano la spaccatura tra gli articoli costituzionali che riconoscono diritti e doveri ai detenuti, in quanto persone, e il malfunzionamento reale e quotidiano delle prigioni, che, dal canto suo, li nega. A questo punto dovremmo chiederci che senso ha una pena scontata in queste condizioni, che tipo di obiettivo si prefigge, quale esperienza vuole imprimere nella memoria e nel vissuto del detenuto. Dovremmo chiederci, semplicemente, se questo “modello” di pena abbia assunto una funzione teleologica, oppure se sia condannata a morire in se stessa. Dovremmo domandarci quale insegnamento ha tratto il detenuto dalla sua reclusione, e immaginare cosa sia in grado di proporre alla società una volta libero, una volta uscito dalla sua galera. E a questo punto domandarci se varcare i cancelli del carcere, terminata la detenzione, significhi veramente per il detenuto essere uscito dalla sua galera.

Che cos’è la galera? Subito la nostra mente si ricollega all’immagine delle sbarre, e quindi alle grate alle finestre, ai grandi cancelli. Tutti simboli della reclusione, della privazione obbligata della libertà. Quotidianamente tutti noi apriamo e chiudiamo porte, ci passiamo attraverso: un gesto banale, spontaneo, per il quale non serve ragionare, viene fatto autonomamente. Al detenuto è tolta la possibilità di aprire una porta, di oltrepassarla, solo perchè ha deciso di farlo. Non si entra in una prigione di spontanea volontà, così come non se ne esce. Invito a riflettere sul significato di questo gesto: aprire e chiudere una porta. Un gesto banale lo ripeto, ma che non tutti hanno il diritto di compiere. E invito a chiederci cosa resta ad un uomo privato della possibilità di questo gesto. Resta la sua dignità di persona, che lo caratterizza in quanto essere pensante e parlante, resta il diritto alla vita, e non alla mera sopravvivenza.

È ora che lo Stato, e l’opione pubblica, decida qual è il senso della pena e cosa voglia dire punire, infliggendo una pena: il principio retributivo che prevede, per il detenuto, una pena proporzionale e commisurata al reato commesso, deve essere affiancata dal principio del reinserimento sociale, in vista della dignità del reo e dell’utilità pubblica, oppure dal principio dell’umiliazione, che declassa la categoria umana a quella bestiale dell’inciviltà? I diritti restano sulla carta se non diventano cultura viva: la “Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati”, del 2012, afferma che gli istituti penitenziari devono essere dotati di spazi idonei alle esigenze della vita individuale e di spazi addetti alla vita di comunità. Riconosce al detenuto i diritti alla salute, alle cure mediche, all’igiene personale, ad una alimentazione adeguata e il diritto di avere contatti con l’esterno. “Il di più di pena configura un’eccedenza sanzionatoria e afflittiva priva di titolo esecutivo e di base normativa. Dunque illegittima. In uno Stato costituzionale di diritto, infatti, si va in carcere perchè si è puniti, non per essere puniti” (Andrea Pugiotto).

Carceri, l’urgenza dell’umanizzazione della pena (parte 1)
Carcere, il punto su sovraffollamento, Opg e Rems (parte 3)
Carceri, figli detenuti insieme alle madri: i primi passi in prigione (parte 4)

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook