Carceri, l’urgenza dell’umanizzazione della pena (parte 1)

Carceri, l’urgenza dell’umanizzazione della pena (parte 1)
Foto: Tviweb

È accaduto di nuovo, lunedì 7 novembre: ancora una volta un detenuto ha tentato il suicidio. Stavolta si tratta di un collaboratore di giustizia campano, recluso nella casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, nel quartiere le Vallette. Ha 39 anni, napoletano, detenuto per associazione mafiosa, omicidio e detenzione di armi. Si è impiccato ad una finestra, la notte di lunedì scorso. Ha utilizzato i lacci delle scarpe, fissate alle grate della finestra del bagno della sua cella, dove è rimasto rinchiuso. L’intervento delle guardie penitenziarie è stato tempestivo: ha impedito che il detenuto morisse ma le sue condizioni sono molto gravi, è in prognosi riservata, al momento in coma farmacologico, all’ospedale Maria Vittoria di Torino. Nonostante la tempestività delle guardie penitenziarie, è stata da subito, e ancora una volta, denunciata la mancanza di organico all’interno delle carceri italiane.

A rendere noto l’accaduto, infatti, è l’Osapp, sindacato di Polizia Penitenziaria: «Servono interventi urgenti – dichiara il segretario generale Leo Beneduci – sul sistema delle carceri italiane e piemontesi, ormai connotato da profonda disorganizzazione a cui solo la professionalità degli agenti di polizia penitenziaria riesce a supplire arginando il fenomeno. Continuiamo a essere nel caos più totale: tra aggressioni, danneggiamenti, detenuti che compiono atti inconsulti, mancanza di vestiario per il personale, mancanza di mezzi e pessime condizioni igieniche e qualitative delle mense di servizio». La casa circondariale delle Vallette, che sorge tra le case popolari e la tangenziale, è confinata nella periferia torinese, lontano da occhi attenti, nascosta il più possibile dalla città per bene, borghese. È uno dei carceri più grande e complesso d’Italia: oltre mille detenuti e altrettanto personale operativo.

Carceri e sovraffollamento: limiti del sistema penitenziario

La carenza di organico e il sovraffollamento – una delle più grandi emergenze del sistema penitenziario italiano – sono la causa scatenante delle condizioni disumane in cui versano i detenuti: nel 2009, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanna l’Italia per trattamenti inumani nei confronti di un recluso, che aveva trascorso un periodo di detenzione, usufruendo, in cella, di uno spazio vitale inferiore a 3 mq. Nel gennaio 2010 il Governo italiano dichiara lo «stato di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento degli istituti penitenziari presenti sul territorio nazionale». Ancora nel 2013, la Corte Europea di Strasburgo condanna l’Italia per il ritardo nella risoluzione del problema, in nome della, ormai nota, Sentenza Torreggiani. Il malfunzionamento del sistema penitenziario e dell’amministrazione carceraria influisce sull’equilibrio psico-fisico di agenti e detenuti. È la Corte costituzionale, infatti, che precisa quanto segue: «chi si trova in stato di detenzione, pur privato della maggior parte della sua libertà, ne conserva sempre un residuo, che è tanto più prezioso in quanto costituisce l’ultimo ambito nel quale può espandersi la sua personalità individuale». Il compimento di gesti inconsulti ed estremi come quello di togliersi la vita simboleggia il disagio esistenziale e il riverbero tragico della prigionia, sulla coscienza del detenuto. Dopo il 2013, lo stato di emergenza relativo all’eccessivo affollamento delle carceri si è di molto stemperato, rendendo più vivibile la detenzione, ma come spiega il leader nazionale del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria «dal 1992 al 30 giugno 2016 il Personale di Polizia Penitenziaria delle carceri italiane ha salvato la vita, in tutta Italia, ad oltre 20.260 detenuti che hanno tentato il suicidio ed ai quasi 142mila che hanno posto in essere atti di autolesionismo, molti deturpandosi anche violentemente il proprio corpo».

L’amministrazione del sistema penitenziario ha per troppo tempo dimenticato e continua a dimenticare che la pena è, al contempo, afflittiva e rieducativa: deve punire il reo, che ha rotto il patto sociale, che ha violato le leggi, mettendo a rischio o ledendo totalmente la sicurezza personale e sociale degli altri cittadini, ma contemporaneamente la pena è rieducativa, deve tendere alla risocializzazione del detenuto. Gli anni di reclusione non possono ridursi a 20-22 ore al giorno di ozio forzato, che costringono i detenuti in uno spazio angusto e troppo ristretto, tale da non consentire i liberi, minimi spostamenti. Il reinserimento sociale è frastagliato da numerosi e radicali pregiudizi che spesso escludono definitivamente il reo dal tessuto sociale. È così che la prigione diventa discarica umana e sociale, dove la quasi totalità dei detenuti è composta da immigrati e tossicodipendi, e questo non può essere un caso. Concludo con una citazione di Castellano e Stasio, in Diritti e castighi: «l’insostenibilità del carcere fa ammalare anche chi è in buona salute. Non a caso la prigione è l’unico luogo in cui si apre una cartella clinica a una persona sana, che non è malata, ma che probabilmente lo diventerà. Se la salute è un diritto fondamentale – e lo è – il carcere non può essere un posto in cui ci si ammala. È una contraddizione in termini».

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