Governo Renzi, un bilancio dal 2014 a oggi

Governo Renzi, un bilancio dal 2014 a oggi
(Foto: Jeff Moore)

A volte mi chiedo se non sia meglio parlare di ciò che il governo fa rispetto a quanto non fa (o dovrebbe fare). Poi immagino un qualsiasi operaio, che ogni giorno lavora indefesso senza ricevere particolari attenzioni. Nessuno nota il suo lavoro ma (uso un’iperbole) è sufficiente un solo errore per compromettere la sua figura e ritrovarsi di colpo al centro dell’attenzione e dei rimproveri da parte dei superiori. Ebbene, se questo Governo vuole richiamarsi ad alcuni valori nati nella sinistra, credo debba accettare di buon grado il fatto di essere considerato proprio come quell’operaio. Del resto è compito del Governo assicurare ai cittadini beni collettivi e servizi al massimo dell’efficienza, tutto il giorno, tutti i giorni. Parlare quindi delle (poche) cose ‘valide’ sin qui realizzate sarebbe un po’ come parlare dell’ovvio, un qualcosa che va a ledere anche la funzione di watchdog svolta – non sempre – dal giornalismo.

Detto questo, veniamo alla sostanza dell’articolo, cioè a una sorta di bilancio sull’operato del Governo Renzi dal febbraio 2014 (epoca d’insediamento) a oggi. Per l’elenco completo delle votazioni chiave, rimando a questo indirizzo: http://parlamento17.openpolis.it/votazioni-in-parlamento-importanti mentre in questa sede – per mantenere fede a quanto sopra e per non gravare sulla digestione del lettore – prenderò in considerazione i passi principali del Governo, insieme ad alcuni fatti topici e alle promesse non ancora mantenute.

Se da un lato i cittadini potrebbero ritenersi soddisfatti per quanto riguarda l’istituzione di nuove leggi (dall’introduzione degli ecoreati al divorzio breve, dalla riforma della PA alle unioni civili passando per le misure contro il negazionismo della Shoah all’introduzione dell’omicidio stradale) è bene tener presente che, in linea generale, a queste ‘innovazioni importanti’ non sono seguite altrettante misure efficienti per soddisfare le istanze principali del Paese, cioè l’abbattimento del tasso di disoccupazione e la riduzione della povertà. Si tratta di milioni di persone a cui è preclusa la possibilità di guardare al domani, di fare progetti, di vivere una vita dignitosa. Il Jobs act non ha aiutato in questo senso e questo è confermato dai dati sulla discesa del tasso di disoccupazione; una discesa lentissima, sfiancante, fondata su stucchevoli ‘zerovirgola’ che hanno fiaccato anche il più tenace dei sostenitori (non votanti) di questo Governo, che ora si gode un periodo di riposo (quanto sia meritato lo decida il lettore).

Poco lavoro, parecchia disoccupazione/inoccupazione e anche un debito pubblico che lievita, inesorabile, come un panetto di lievito madre della miglior fattura. Dal Governo gli esperti si affannano a ribadire che la crescita del debito pubblico (aumentato in 6 mesi di 77 miliardi, toccando quota 2.248 miliardi e 800 milioni di euro) è ‘normale’ e sostanzialmente ‘tutto è sotto controllo’. Sarà. Ma all’accrescimento del debito non corrisponde un miglioramento dei servizi per i cittadini, stanchi – tra l’altro – delle politiche del Governo in tema immigrazione. Tempo fa manifestavo il timore che presto ci saremmo ritrovati con tante ‘Ventimiglia’, beh, così è stato e il nostro Paese adesso è una polveriera, in cui la gente comune si sente braccata e in trappola mentre c’è chi specula sugli immigrati, di qua e di là dal Mediterraneo. Mafia capitale è l’esempio forse più eclatante ma la sensazione che ci sia ancora dell’altro dietro al traffico di esseri umani diventa ogni giorno sempre più concreta.

Cresce, invece, la teatralità degli atti del Governo, s’involgarisce il dibattito politico e lo si personalizza alimentando la già deprecabile autorevolezza delle istituzioni, anche all’estero (vedi vicenda Rolex). Le E-news del capo del Governo, i cinguettii sul social, il perpetuo quanto inconcludente scambio di accuse tra le parti ben inquadrano la situazione, costituita da un proscenio di attori da nickelodeon, venditori di fumo convinti del fatto che i cittadini credano ancora che ‘l’Italia è ripartita’ (e dove sarebbe andata?). Fortunatamente la situazione disastrosa ha anche dei risvolti positivi; sono molti infatti gli italiani che dopo aver toccato con mano il fondo del barile, si sono accorti d’aver ‘legittimato’ in qualche modo il partito di maggioranza (le famose elezioni europee) e di aver consegnato de facto il Paese in mani poco affidabili. A dimostrarlo le recenti elezioni amministrative, in cui il dato più evidente è stato proprio l’elevato grado di astensione, cioè a dire: fate quello che vi pare, ladroni siete, ladroni resterete. C’è chi si è ‘venduto’ per i celebri 80 euro ma oggi si mostra pentito (e talvolta costretto a risarcire), ci sono le forze di polizia in estrema difficoltà, banche truffaldine, clientelismo, corruzione dilagante, mafia e chi più ne ha più ne metta. Altro che ‘cultura’ e sussidi ai 18enni.

Il Governo pensa alla banda larga, all’eliminazione della carta nell’apparato burocratico e perfino al ponte sullo stretto, il tutto mentre ci sono centinaia di chilometri di strade piene di buche (eppure il bollo auto gli italiani lo pagano), tubi dell’acqua che esplodono e scuole fatiscenti (a dispetto del Ddl ‘scuole belle’) in cui lavorano insegnanti mal retribuiti e talvolta costretti a migrare pur di non perdere l’agognata cattedra (vedi ‘la buona scuola’). Insomma, sono parecchie le cose da sistemare nel Paese e i provvedimenti presi finora sembrano più specchi per le allodole che manovre volte a un immediato cambio di rotta. Fondamentale potrebbe rivelarsi il prossimo referendum di ottobre, nel quale Renzi ha scommesso molto della sua carriera politica; un errore – quello di personalizzare – che potrebbe costare caro al Governo e che potrebbe riportare il Paese alle elezioni.

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