L’Italia è una repubblica “sfondata” sul lavoro

L’Italia è una repubblica “sfondata” sul lavoro

«Il presente è uno di quei periodi in cui svanisce quanto normalmente sembra costituire una ragione di vita e, se non si vuole sprofondare nello smarrimento o nell’incoscienza, tutto va rimesso in questione. Solo una parte del male di cui soffriamo è da attribuire al fatto che il trionfo dei movimenti autoritari e nazionalisti distrugge un po’ dovunque la speranza che uomini onesti avevano riposto nella democrazia e nel pacifismo; esso è ben più profondo e ben più vasto. Ci si può chiedere se esista un àmbito della vita pubblica o privata dove le sorgenti stesse dell’attività e della speranza non siano avvelenate dalle condizioni nelle quali viviamo. Il lavoro non viene più eseguito con la coscienza orgogliosa di essere utile, ma con il sentimento umiliante e angosciante di possedere un privilegio concesso da un favore passeggero della sorte, un privilegio dal quale si escludono parecchi esseri umani per il fatto stesso di goderne, in breve un posto».

A rileggere le parole scritte da Simone Weil nel 1934, a soli venticinque anni, in Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, si stenta a credere che non siano contemporanee. O forse la contemporaneità non riguarda l’essere coevi ma l’uso della ragione e il saper guardare dritto negli occhi la realtà.

Il lavoro e il PIL a zero crescita

Il lavoro, Eldorado dei giorni nostri, cambia volto. Sempre più inesistente, sempre più precario. Difficile non naufragare nella manipolazione dei dati relativi al post Job Act, ad uso e consumo di slogan necessari per far passare come ossigeno da respirare ciò che invece è gas. E sì, il mercato del lavoro è alla canna del gas e con esso tutta la nostra economia.

Il PIL nel secondo trimestre non è aumentato. Prevedibile, nonostante il “va tutto bene” da ingurgitare come olio di ricino. E con il PIL fermo (la re-ces-sio-ne è servita siori e siore) ed un tasso di disoccupazione allarmante non c’è che da attendere l’implosione del sistema bancario.

Ciò che ci ha permesso di boccheggiare sinora è l’economia del debito. Follia da funamboli su una corda sfilacciata, dato che è lapalissiano che se non si guadagna, il debito diventa un buco nero che si trascina con sé ogni cosa. Bye bye 1,2%, obiettivo di crescita fissato dal governo per il 2016. Un tonfo che non sarà indolore, il governo deve far saltar fuori i soldi da qualche parte, ergo meglio le nostre tasche che le loro.

È preoccupante che chi ci governa parli di ripresa quando nel 2015 meno di un contratto di lavoro su dieci ha creato occupazione “vera”, cioè nuovo lavoro – disoccupati o inoccupati non necessariamente iscritti ufficialmente alle liste di disoccupazione che sono diventati occupati.

Lavoro, Job Act e precarietà

L’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, basandosi sui dati ufficiali dell’Inps e del Ministero del Lavoro, parla di nuova occupazione non per il paventato 20% delle ipotesi iniziali ma solamente per un 9,5%, cioè 240.137 contratti tra i 2.530.695 contratti a tempo indeterminato relativi all’anno scorso.

Nel marasma collettivo non si è mai sottolineato abbastanza quanto il Job Act abbia non creato ma trasformato contratti già esistenti, grazie all’allettante decontribuzione per 3 anni per il tempo indeterminato che i datori di lavoro hanno sfruttato in pieno, non vincolati alla creazione di nuova occupazione. Si è prodotta pertanto una bolla numerica, di numeri fintamente reali, che hanno scalfito in piccolissima parte il dramma disoccupazione.

E anche laddove può sembrare che almeno la riforma del lavoro abbia messo definitivamente una croce sul precariato, è invece vero che abbia istituzionalizzato la precarietà, in quanto dopo i tre anni dall’assunzione l’interruzione del rapporto lavorativo è semplice come bere un bicchier d’acqua. Una trasformazione già avviata con la riforma Fornero ma che con il Job Act ha avuto una accelerazione, eliminando di fatto l’articolo 18 per quanti assunti dopo l’8 marzo 2015.

Il lavoro e il tasso di disoccupazione

Ci ritroviamo così non solo con una riduzione delle tutele contro i licenziamenti illegittimi, ma anche con un tasso di disoccupazione dell’11,6%, (ultimi dati sull’occupazione di Eurostat, agenzia statistica europea, relativi al mese di giugno 2016), un punto e mezzo sopra la media dell’area dell’euro (10,1%) e tre punti sopra la media dell’Europa a 28 ‒ inclusi pertanto anche i paesi con la loro moneta (8,6%) che hanno una minore sofferenza legata a problemi di disoccupazione (guarda un po’).

In soldoni, sono circa 3 milioni gli italiani disoccupati, di cui più della metà non hanno lavoro da oltre un anno. Va sottolineato che nella percentuale dell’11,6% non sono compresi quanti non si iscrivono alle liste di collocamento, dunque stando al numero degli occupati noi ci piazziamo ai minimi europei, con il 56,3% della popolazione in età da lavoro ad avere un impiego.

È pur vero che il governo Renzi era partito da un tasso di disoccupazione maggiore (12,9%), ma se rapportiamo i dati relativi alla disoccupazione di allora ‒ gennaio 2014 ‒ nell’area euro (12%) e dei 28 paesi dell’Unione europea (media 10,8%), si evince che tra gennaio 2014 e giugno 2016 la situazione italiana è peggiorata rispetto al resto d’Europa: disoccupazione cresciuta di 0,6 punti percentuali per l’area euro e di 0,9% rispetto all’Europa a 28.

È indubbio, di conseguenza, che l’impegno del governo in carica non ha garantito né in termini di ripresa economica vista altrove, né a livello occupazionale, anzi. A questo va aggiunto un elemento non trascurabile, il vergognoso “stipendio” al limite della sopravvivenza accettato pur di lavorare. Paralisi economica e sociale. Nessuna guida illuminata, nessuna voce fuori dal coro (siamo governati da un Re vestito di niente, Andersen insegna), nessuna reazione. Solo assuefazione.

Il non lavoro dei Neet e i sussidi di disoccupazione

Ad aggravare ulteriormente la prospettiva futura, altro dato preoccupante viene messo in evidenza dalla ricerca Eurostat “Education, employment, both or neither? What are young people doing in the Eu?” in occasione della Giornata della Gioventù del 12 agosto, in cui l’Italia si piazza tra i Paesi ad avere il maggior numero di Neet (acronimo di Not – engaged – in education, employment or training), un vero e proprio esercito: in dieci anni si è passati dal 21,6% al 31,1% di giovani che non studiano, non lavorano e non si formano.

Un trend negativo, in continua crescita, a differenza di altre nazioni che sono migliorate o rimaste stabili. Sotto di noi Grecia (26,1%), Croazia (24,2%), Romania (24,1%), Bulgaria (24,0%), Spagna e Cipro (entrambi 22,2%). di contro, la percentuale più bassa di Neet è nei Paesi Bassi (7,2%), Lussemburgo (8,8%), Danimarca, Germania e Svezia (9,3%), Malta e Austria (9,8%), Repubblica Ceca (10,8%).

Insomma, il nostro Paese non è in buona salute e le cure adottate stanno allungando l’agonia invece che curare. Sicuramente l’assistenzialismo statale non ha aiutato, con i sussidi di disoccupazione svincolati in pratica – nella teoria no – dall’attivismo del disoccupato.

Gli ultimi dati di Eurostat mostrano quanto l’Italia investa nelle politiche del lavoro: l’1,7 per cento del PIL; purtroppo la maggior parte dei fondi è utilizzata per pagare sussidi di inattività, lievitati durante la crisi, mentre solo una minima parte è spesa per reinserire i disoccupati nel mercato: nel 2014, anno per cui sono a disposizione i confronti internazionali, sono stati spesi 5,5 miliardi in politiche attive e 24 miliardi tra sussidi e aiuti per i prepensionamenti.

Viviamo immersi in un paradosso perpetuo. Negli ultimi dieci anni sono aumentati sia i disoccupati che i posti di lavoro disponibili. I “conti” non tornano, o sì? È forse ora di spostare gli investimenti nella formazione e nello sviluppo di competenze richieste dal mercato? Finché la barca va, lasciala andare… anche se sta per affondare.

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