Ordinaria tortura. Storie figlie dell’abuso di potere

Ordinaria tortura. Storie figlie dell’abuso di potere
Fonte immagine: freepik. Editing: g2r

Torturare, uccidere non si tratta semplicemente di scelte, piuttosto della costruzione di sé. L’integrazione in un contesto diventa il filtro attraverso il quale misuriamo il mondo, per “natura” niente ci impedirebbe di uccidere: sganciati dal presupposto etico del rispetto della vita altrui, tortureremmo ed uccideremmo alla stessa stregua di qualsiasi altra azione.

Non c’entra la politica, ma soltanto la forza. Nella rete sociale dei rapporti di forza – fuori da ogni categorizzazione morale, politica ed etica – non ci sono buoni e cattivi, non esistono leggi in grado di regolamentare la capacità di essere umani, ma soltanto le leggi non scritte che li fanno essere un tipo di uomini.

Per questo la tortura è un problema impossibile da estirpare, soprattutto se si considerano le proposte avanzate anche in Italia riguardo la cancellazione della legge che punisce il reato di tortura.

Torturare – dal latino torquere, torcere il corpo – è un concetto intrinseco a quello di pena o meglio è intrinseco al concetto di espiazione della colpa. Secondo la morale più obsoleta, attraverso il dolore espungiamo la colpa, ci ripuliamo dello sporco lasciato dall’errore, continuando a concepirlo quindi come qualcosa che ricade fuori dall’impronta umana.

Ma cosa c’è da espiare, qual è la colpa da cui ripulirci se smettiamo di intendere l’errore come un peccato e lo consideriamo unicamente nella sua essenza, ossia la smorfia di un’umanità che ci urtica?

La tortura ha anche un risvolto politico nell’estorsione di confessioni, che rende agli occhi delle folle la punizione legittima, addirittura desiderabile. Ma che si tratti di espiazione o di estorsione, la tortura fa sempre leva sulla stessa profonda radice: la paura. E al tempo stesso si manifesta all’interno delle medesime strutture, quelle detentive.

Il tormento della paura è spiazzante, per stare al mondo abbiamo bisogno di dimenticarcene: se c’è un connotato ineliminabile nell’istinto umano è proprio il bisogno della dimenticanza: le persone cancellano il vissuto che le spaventa per vivere. È in questa ottica che l’euristica della paura di Jonas fallisce. La ragion d’essere della tortura sta nel potere di ricordarci che non possiamo illuderci di essere donne e uomini liberi dalla paura.

La tortura serve a risvegliare questa coscienza perché è paura che si fa stato di cose nella forma della prevaricazione, della violenza e quindi dell’abuso più infimo, quello che rimane radicato sotto la pelle. La tortura fissa un punto, è continua, costante e perciò impossibile da rimuovere.

Dal carcere: la pena come “sfregio all’umanità”

«I muri delle carceri sono impastati di reati talvolta più gravi di quelli per i quali si è detenuti, eppure […] non esiste una sola circolare del DAP sull’uso legittimo (e sull’abuso illegittimo) della forza da parte degli agenti penitenziari», scrive Marco Ruotolo in Il senso della pena.

Ogni Stato che voglia rispondere all’immagine democratica di se stessa ha bisogno di promuovere battaglie contro la tortura, ma d’altra parte ogni Stato cova in sé, nelle frange ufficiose delle proprie istituzioni, le forme più retrograde della tortura.

Il carcere «è lo spazio di esercizio della sovranità punitiva. È il luogo ove lo Stato, depotenziato e desovranizzato dai processi di globalizzazione economica, tende a far valere i suoi residui ambiti di potere. Anche per questo la tortura esiste e resiste ai tentativi di bandirla dal diritto e dalla pratica», è quanto sostiene Patrizio Gonnella in La tortura in Italia.

In Italia, ad esempio, l’ostatività è la forma edulcorata della tortura psicologica. Due persone detenute nel carcere di Rebibbia, riferendosi alla pena dell’ergastolo ostativo, mi scrivono: «una pena che non finisce mai che senso ha, che funzione può avere quando alla persona detenuta non viene concessa un po’ di speranza che un giorno possa tornare nella società libera. Come vuoi che cambi un detenuto che tieni murato a vita? È una tortura continua e uno sfregio all’umanità. Questa non è giustizia, è pura vendetta».

Le prigioni, luoghi di reclusione e di convivenza forzata, sono scatole chiuse e gerarchizzate, dalle quali non si esce senza aver subito lo scotto della violenza. Non necessariamente manifesta, ma pur sempre minacciata, sospesa e ripresa ad intermittenza. Vivere in carcere significa entrare in contatto con persone e regole mai conosciute prima, significa crearsi uno spazio in cui resistere, significa prostrarsi alla legge del più forte. La detenzione è già una violenza di per sé per chi la subisce: la libertà dell’uomo è continuamente violentata da divieti capillari e obblighi umilianti.

A questo sostrato di violenza latente che da sempre caratterizza le strutture di detenzione, se ne aggiunge un altro molto più diretto, quello relativo agli abusi delle divise. Tutti conosciamo i casi italiani più emblematici: Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Gabriele Sandri, i fatti di Bolzaneto e ancora i fatti di Asti (2004-2005).

Questo ultimo caso vedeva coinvolto un gruppo di agenti che quotidianamente torturava due detenuti, ritenuti pericolosi ed irrispettosi. Eppure – nonostante il giudice abbia ammesso che le violenze erano continue e perpetrate nel tempo e che si trattava di vera e propria tortura – non sono stati condannati per questo reato, poiché non ancora presente nel codice penale italiano.

E ancora il caso di Rachid Assarag: nel 2010 detenuto nel carcere di Parma, dove denuncia i pestaggi subiti per mano di alcuni agenti di polizia penitenziaria. Il caso diventa noto anche perché il detenuto riesce a far entrare illegalmente un piccolo registratore con il quale documenta le risposte dategli dagli agenti e dal medico del carcere. Nonostante le registrazioni e le testimonianze raccolte, il pm decide per l’archiviazione del caso come uso legittimo della forza.

Il 16 maggio 2016, Rachid Assarag, questa volta nel carcere di Piacenza, è nuovamente vittima degli stessi episodi di violenza: alcuni video delle telecamere dei circuiti interni al reparto riportano immagini incredibili.

Dieci agenti, alcuni in tenuta antisommossa, entrano nella cella di Assarag per picchiarlo. Due volte a distanza di cinque ore. Ma anche questa volta il pm richiede l’archiviazione del caso come uso legittimo della forza.

Eventi come questi testimoniano «che le percosse sono un canale di comunicazione con i detenuti i quali comprenderebbero solo con la violenza le regole da seguire. Che le carceri non rieducano, al più puniscono, e comunque rendono peggiori» (da Antigone in Galere d’Italia).

Post covid: sedare le rivolte carcerarie attraverso la tortura

«Insultati e picchiati con schiaffi, pugni, calci e a colpi di manganello. Trascinati fuori dalle celle, nel corridoio, dove sarebbero stati ancora pestati e, per sfuggire ai colpi, costretti a correre, passando dalle scale, fino all’area di “passeggio”. Colui che cadeva a terra durante la corsa subiva ulteriori violenze».

Questo è un breve accenno di quanto ci aspettavamo dopo le rivolte di marzo all’interno delle carceri. È a ciò che sarebbe accaduto, ad aprile, nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere come conseguenza alle rivolte durante l’emergenza covid.

Dopo la battitura delle sbarre da parte dei detenuti in seguito alla notizia di un caso positivo al virus, la polizia penitenziaria sarebbe intervenuta in tenuta anti-sommossa. Circa 400 agenti avrebbero fatto ingresso con volto coperto e guanti alle mani. Al momento «sono 44 gli avvisi di garanzia alla polizia penitenziaria» per reati che vanno dalla tortura, alla violenza privata, all’abuso di autorità. Alcuni detenuti sarebbero stati denudati e poi picchiati, insultati, colpiti con i manganelli. Costretti a radersi barba e capelli e poi minacciati e sbattuti in isolamento.

Nell’esposto viene riportato che «altri agenti avrebbero invitato i detenuti a uscire dalle loro celle per effettuare la perquisizione e, dopo che il detenuto si è privato degli indumenti, sarebbe stato percosso violentemente con calci, pugni e con colpi di manganello».

Dalle testimonianze emergono racconti di chi aveva «un occhio livido e gonfio tanto da non riuscire ad aprirlo», chi racconta di essere «rimasto sdraiato per terra in mezzo al sangue e privo di sensi», e ancora chi riferisce di aver «urinato sangue».

L’avvocato di un detenuto con problemi psichiatrici ha segnalato ad Antigone che l’uomo «sarebbe stato prima denudato, poi picchiato con calci, pugni all’addome e manganellate sulla testa. A causa di tali violenze, lo stesso avrebbe riportato gravi lesioni alle costole (alla sola vista risultano disallineate), difficoltà respiratorie, ecchimosi sparse e forti dolori alla testa».

Dall’esposto risulta anche che «i medici non abbiano sottoposto a visita le vittime e, in alcuni casi, è emerso che, a fronte di lesioni evidenti ed importanti, i medici abbiano omesso di refertarle e di prescrivere le terapie».

Dalla loro parte Matteo Salvini: «sono venuto qui perché non si possono indagare e perquisire come delinquenti 44 servitori dello Stato. Non esiste né in cielo, né in terra perquisire gli agenti davanti ai familiari dei detenuti».

Susanna Marietti, presidente di Antigone, in un’intervista spiega: «nei giorni successivi le rivolte di marzo e poi anche in una seconda fase, i parenti dei detenuti, che avevano avuto modo di comunicare con loro, hanno riportato che a rivolta ormai sedata, una volta ristabilita la calma, dopo molte ore o in alcuni casi anche una giornata, sono avvenute irruzioni organizzate di squadrette che avrebbero commesso violenza a danno dei detenuti, alcuni anche del tutto estranei alle rivolte e alcuni addirittura malati o anziani».

Il primo esposto presentato da Antigone, subito dopo le rivolte di marzo, riguarda il carcere milanese di Opera, dove sarebbero stati usati manganelli sulle braccia, sulle mascelle e su altri parti del corpo dei detenuti immobilizzati.

Altro caso di violenza all’interno del carcere di Melfi, nel quale alcuni detenuti sarebbero stati denudati e picchiati, insultati, messi in isolamento, trasferiti in altri istituti con lunghi spostamenti durante i quali era loro impedito di andare in bagno e costretti a firmare fogli nei quali dichiaravano di essere accidentalmente caduti.

«Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti», né in tempo di pace, né in tempo di guerra, così all’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948).

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