Stefano Cucchi: la verità «non era finita lì»

Stefano Cucchi: la verità «non era finita lì»
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«Ho mantenuto la promessa fatta a Stefano l’ultima volta che l’ho visto: non finisce qui. Non era finita lì». Con queste parole Ilaria Cucchi commenta a caldo la sentenza del 14 novembre, arrivata con dieci anni di ritardo.

Non era finita lì, perché Stefano Cucchi non è morto per epilessia o per una caduta accidentale dalle scale. Stefano Cucchi non è morto per la droga, come ancora oggi personaggi politici come Matteo Salvini e Carlo Giovanardi hanno il coraggio di far credere.

Stefano è morto ammazzato per le botte e i colpevoli, i carabinieri Di Bernando Alessio e D’Alessandro Raffaele, dovranno affrontare 12 anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per omicidio preteritenzionale. Francesco Tedesco sconterà una condanna di due anni e sei mesi di reclusione, mentre il maresciallo Mandolini tre anni e otto mesi.

Il 14 novembre 2019 è la data che ufficializza una verità già nota a tutti, anche a coloro che la rinnegavano e provano ancora a farlo. È la data in cui la madre di Stefano è riuscita a dire «ce l’abbiamo fatta»: dieci interminabili anni di sofferenza e sacrifici per riuscire a far ammettere la verità di una morte procurata dall’abuso e dallo snaturamento della divisa. Dieci anni per abbattere il muro di omertà costruito intorno alla morte di Stefano.

Con questa sentenza si chiude il caso Cucchi e finalmente verità storica e verità processuale coincidono, ma quello che rimane è un’amara rassegnazione: per arrivare a vedere riconosciuta la verità, la famiglia di Stefano è stata costretta a rendere di dominio pubblico la sua storia privata.

Senza la pressione dell’opinione pubblica, senza l’attenzione dei media e della stampa probabilmente l’epilogo di questo processo non sarebbe stato lo stesso. Questo è un Paese in cui la verità, se arriva, arriva sotto minaccia; in cui la realtà dei fatti non rappresenta una sufficiente garanzia di giustizia.

Non bastava che Stefano fosse stato ucciso per punire i suoi assassini: la sorella Ilaria ha dovuto oltrepassare la sua sofferenza e mostrare l’orrore della morte di Stefano. Ha esposto pubblicamente il corpo di Stefano e la sua stessa persona alla mercé dell’opinione pubblica, incontrando sostegno ma anche critiche e offese. E non può essere questo il percorso verso il riconoscimento della verità e l’applicazione della giustizia in uno Stato di diritto.

Ilaria – simbolo della resilienza contro un sistema corrotto, privo di coscienza e spina dorsale – mostrando il corpo martoriato di Stefano, ha chiesto aiuto, scegliendo di rendergli giustizia a costo di ledere la sua dignità. Ha dovuto mostrare l’indicibile strazio di un uomo per far sì che non venisse dimenticato nel cimitero degli ultimi.

Il 14 novembre 2019, dopo dieci anni dalla morte di Stefano, Ilaria ha avuto la certezza di aver scelto correttamente, perché oggi Stefano Cucchi è un capitolo della storia dello stato di diritto italiano ed è lo specchietto tornasole del grado di inciviltà che contraddistingue le fasce di potere di questo paese.

È una data importante per la società intera, perché come sottolinea l’avvocato Fabio Anselmo: «mi auguro che questo cambiamento non sia un cambiamento di oggi, ma che sia un cambiamento per sempre, che rimanga non soltanto per la vicenda di Stefano Cucchi, ma per la vicenda di tutti i cittadini, gli ultimi soprattutto, i cui diritti spesso vengono calpestati in questo paese».

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