L’ergastolo ostativo è incostituzionale: serve rimettere l’uomo al centro

L’ergastolo ostativo è incostituzionale: serve rimettere l’uomo al centro
@ antiwarsongs.org

Ne La società disciplinare Foucault scrive che “la prigione non è l’alternativa alla morte; essa porta la morte con sé”. Di carcere in carcere si muore.

Ne ha preso atto anche la Corte Costituzionale, che il 22 ottobre appena trascorso ha dichiarato l’ergastolo ostativo parzialmente incostituzionale.

Già nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo, pronunciandosi nel merito, aveva stabilito che l’ergastolo ostativo viola i diritti umani. E poi di nuovo lo scorso 7 ottobre la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, respingendo il ricorso presentato dall’Italia contro la sentenza del 13 giugno 2019 riguardante il caso Viola, ha stabilito che l’Italia dovrà rivedere la legge sull’ergastolo ostativo, la quale – ha ribadito la Cedu – entra in contrasto con l’articolo 3 della Convenzione dei diritti dell’uomo, secondo cui la “pena non può consistere in trattamenti inumani e degradanti”.

È una sentenza difficile da accettare per un paese imbevuto in un retaggio culturale per cui la condanna è mero esercizio propagandistico e vessatorio del diritto, ma questa volta ha avuto un riscontro immediato anche presso la Corte Costituzionale.

Nello specifico la Consulta ritiene incostituzionale l’inaccessibilità ai benefici, quali ad esempio i permessi premio, il cui accesso è negato ai condannati per reati di associazione mafiosa e terrorismo secondo l’articolo 4 bis.

Va precisato che la Corte Costituzionale non ha reso automatica e certa la concessione di questi benefici: il giudice non è obbligato in alcun modo a concederli, ma adesso dovrà decidere tenendo conto dell’intero percorso riabilitativo del detenuto e non soltanto della sua intenzione a diventare collaboratore (finora unico criterio di riferimento per la concessione dei benefici).

La svolta della Corte Costituzione: l’uomo al centro

La collaborazione del detenuto con la giustizia non sarà più l’unica strada da percorrere per rendere il “fine pena mai” meno disumano. Il giudice potrà avvalersi dell’intero storico della persona reclusa e valutarne il merito, quindi potrà intervenire, caso per caso, nell’esecuzione della condanna.

La decisione della Consulta sposta lo sguardo dalla storia dal crimine organizzato al valore della singola storia della persona reclusa.

Per chi è condannato all’ergastolo ostativo, questo rappresenta l’opportunità di uscire dalla categoria del capro espiatorio e porre l’attenzione non soltanto sul proprio trascorso ma sul percorso intrapreso negli anni di detenzione. Significa stringere tra le mani un pugno di speranza: la scintilla della resilienza per chi vuole essere riconosciuto.

Punire per riscattare o punire per punire?

La recente storia italiana del diritto penale è contraddistinta da una discrasia strutturale: da un lato il richiamo costituzionale ai principi di rieducazione e responsabilità penale personale (art. 27: «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»), dall’altro l’ostatività.

Qual è il senso di rieducare una persona se le si nega la possibilità del reinserimento graduale nella società? A che pro la sua rieducazione? Rispetto all’ostatività, rieducazione e collaborazione diventavano sinonimi. Pareri di educatori e psicologi, percorsi di studio, attività lavorative: zero di fronte alla collaborazione, un nulla da trascurare nella valutazione della persona.

Ma sia la Corte Costituzionale che la Cedu stanno progressivamente sottolineando l’inconciliabilità dei due presupposti: rieducazione e ostatività non possono coesistere, sono una la negazione dell’altra.

Le parole di Gherardo Colombo nelll’intervista rilasciata a Repubblica chiariscono il legame fallace tra rieducazione e collaborazione: «Facciamo l’esempio di un ragazzo che a vent’anni ha commesso un solo reato di mafia e ha vissuto in carcere fino a 50. Sono passati trent’anni, si possono sciogliere anche i matrimoni ben prima che passino trent’anni. E poi c’è partecipazione e partecipazione alla mafia: non tutto è un ‘patto di sangue’, e anche i patti di sangue si possono sciogliere senza per questo collaborare. Per alcuni succede. E d’altra parte chi garantisce che chi collabora sia davvero ‘uscito’ dalla mafia? Succede nei fatti che chi collabora a volte rimane mafioso o ricostituisce i legami con la mafia. Bisogna guardare la vicenda personale di ognuno, seguire il suo percorso rieducativo».

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