Federico Aldrovandi: la sua vita in un periodo ipotetico infinito

Federico Aldrovandi: la sua vita in un periodo ipotetico infinito

Federico Aldrovandi è morto a 18 anni il 25 settembre 2005, ormai tredici anni fa. Federico muore riverso sulla strada, circondato da quei quattro estranei che si permisero di strappargli via la vita senza nessun tentennamento.

Erano le 06:04 di una domenica mattina ferrarese come tante e il cadavere di Federico sarebbe stato lasciato all’aria aperta per 5 ore, senza essere coperto nemmeno con un telo.

Avrebbe poco più di trent’anni oggi e chissà chi sarebbe stato, su quali strade avrebbe scelto di camminare e crescere in questi ultimi tredici anni.

La morte di un ragazzo diciottenne non si accetta, mai, ma questa in modo particolare: la vita di Federico è e rimarrà in un periodo ipotetico infinito.

“Una parte di me non ha più respiro. Non ha più luce, futuro… Perché il respiro, la luce e il futuro sono stati tolti a lui”. Dalla lettera con cui la madre di Federico, Patrizia Moretti, apre il blog dedicato a Federico, il 2 gennaio 2006.

Tornava a casa sua a piedi, dopo una serata passata in un locale di Bologna insieme ai suoi amici. Quella sera Federico prende la decisione più sbagliata della sua vita, l’ultima, ma non può saperlo: chiede ai suoi amici di scendere in un parco vicino a casa sua, così da poter fare due passi prima di rientrare. Non sa ancora che non arriverà mai a casa, non sa che quelli saranno i suoi ultimi passi, le sue ultime boccate d’ossigeno.

Il padre, Lino Aldrovandi, a Repubblica: «quella maledetta mattina qualcuno decise del suo destino, ma anche del mio e della mia famiglia. Non è giusto sopravvivere alla morte di un figlio e non potrà mai esistere pace nel mio cuore, finché ogni volta rivivrò nei pensieri, attimo per attimo questa orribile e disgustosa storia, perché quella pace e quella gioia di vivere si chiamava Federico e Federico non c’è più, e a me è rimasto di portargli dei fiori e l’amore di tanti cuori».

A decidere l’ora della fine sono 4 poliziotti, tre uomini e una donna. Si avventano su di lui, riducendolo a niente, perché lo considerano niente. Indifferenti alle urla di Federico, che gridava aiuto e implorava i poliziotti di smetterla. “Se solo avessero ascoltato quelle urla di basta e aiuto, anziché, mentre lui bloccato a terra dagli altri tre, veniva tempestato di calci dal quarto in piedi”, rivendica il padre.

Gli ultimi minuti di Federico: “Il mio bambino era perfetto, e stupendo. L’hanno distrutto…”

Federico “non aveva commesso alcun reato”, eppure Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, i quattro poliziotti, lo hanno ammanettato e riempito di colpi fino a farlo morire. Federico riportava sul suo corpo 54 lesioni ed ecchimosi. Il medico legale della famiglia Aldrovandi conferma che «c’erano tante lesioni, nessuna mortale, ma tanti segni di manganello e che anche lo scroto era tumefatto». Sul corpo di Federico vennero rotti due manganelli.

Gli ultimi minuti di Federico sono stati ricostruiti dalla testimone oculare Anne Marie Tsegueu, una donna la cui abitazione affaccia in Via Ippodromo dove è stato ucciso Federico. La donna ha visto tutto il pestaggio, dall’inizio alla fine, affacciata al balcone della sua cucina, ma ha aspetto molto prima di parlare perché aveva paura di ritorsioni riguardo il suo permesso di soggiorno.

Dice: «Vedo i Poliziotti, tutti come le formiche che sono già là per… con i bastoni che arrivano qua che fanno così per picchiarlo» (dalla testimonianza resa il 16/06/2006 in incidente probatorio).

Anne Marie descrive la scena a cui ha assistito. Un poliziotto prende Federico per i capelli che ormai è a terra e a quel punto lo immobilizzano: la poliziotta lo tiene fermo per i piedi, un altro lo blocca facendo pressione sulle ginocchia/cosce, il terzo sulla parte superiore del busto, mentre il quarto lo colpisce ripetutamente con calci.

La testimone poi fa esplicito riferimento ai manganelli: «Lo picchiano con il bastone, tutti e quattro proprio su di lui così. […] Quindi in tutto il corpo non posso dire sulla testa sui piedi, tutti loro. Sono così, il ragazzo in mezzo, io che sono là nel buio non è che vedo molto bene per dire sulla testa sul corpo dove. Però vedo che tutti fanno i movimenti di… con i loro movimento di bastone sono su di lui».

Anne Marie sente ciò che dicono i quattro poliziotti, soprattutto la donna, Monica Segatto, che rispondendo ad un collega che chiedeva se ci fosse del sangue, dice: “è la roba, mica siamo stati noi” , per poi aggiungere “ah ci sono le luci accese, moderate che ci sono le luci accese”.

Il processo: la fatica di difendere “Federico com’era realmente e non come lo volevano loro”

I quattro agenti sono stati condannati il 21 giugno 2012 dalla Corte di Cassazione in via definitiva per eccesso colposo in omicidio colposo, nonostante i depistaggi e gli insabbiamenti dei primi processi – che tra l’altro hanno impedito di predisporre un capo d’accusa più adeguato – a tre anni e sei mesi, anche se i tre anni sono stati poi cancellati dall’indulto.

Il processo di primo grado, apertosi nel 2008, era volto a dimostrare la colpevolezza del morto, della vittima: doveva essere chiaro che Federico, e nessun altro, era stato l’unico e principale artefice della sua morte. Era un tossico, aggressivo e mentalmente instabile.

Il capopattuglia Enzo Pontani, così come gli altri tre, comincia a descriverlo come un demone di almeno 100 chili che “ringhiava”. «Faceva dei salti su se stesso, aveva gli occhi fuori dalla testa. Inizialmente sembrava un extracomunitario. Quello che mi ha sconvolto in quel momento era il collo: aveva un collo taurino con delle vene che gli uscivano. Io non so, non avevo mai visto una cosa del genere. Sembrava che volesse mangiarmi la testa».

Stabilita la condanna in Cassazione, nel 2012, Paolo Forlani, uno dei quattro agenti, rincara la dose, ma stavolta nei confronti di Patrizia, la donna a cui ha violentemente strappato il diritto a essere madre. Su Facebook, la definisce “faccia di culo” e “falsa e ipocrita”.

Anche gli amici che erano con Federico quella sera vengono inizialmente colpevolizzati, loro stessi ricordano quanto sia stato difficile “far ricordare Federico com’era realmente e non come lo volevano loro”.

Le prime ricostruzioni ufficiali parlavano infatti di un individuo violento sulla trentina d’anni, “vestito da centro sociale,” tossico, tatuato e autolesionista, morto per un malore non meglio precisato o addirittura per overdose.

Paolo Burini, un amico di Federico, ha citato, durante il processo, le testuali parole con cui un poliziotto l’aveva informato della morte di Federico Aldrovandi: «Il tuo amico è morto perché era un drogato. Anche tu sei un drogato. Lo sappiamo che siete tutti drogati. Dimmi da chi prendete la droga».

Finito il processo nel 2012, la famiglia Aldrovandi ha dovuto affrontare altre mortificazioni, come dover assistere agli applausi da parte di colleghi poliziotti rivolti ai quattro agenti o il sit-in di solidarietà del 27 marzo 2013 per i quattro agenti condannati, organizzato dal sindacato di polizia Coisp. Gli agenti si erano riuniti proprio sotto l’ufficio di Patrizia Moretti, costretta a quel punto a scendere in piazza in lacrime ed esibire la foto del figlio massacrato.

La morte di Federico

Federico non è morto né per le droghe che aveva assunto (le analisi hanno dimostrato l’assunzione di modesti quantitativi di sostanze stupefacenti, eroina e ketamina), né per le ripetute e violente percosse, almeno non direttamente per queste. Federico è morto per asfissia provocata dalla “compressione toracica”, che ne ha determinato l’arresto cardiaco.

L’“immobilizzazione forzata” protrattasi per almeno quindici minuti in posizione prona con le mani ammanettate dietro la schiena, mentre almeno un agente di polizia gravava su di lui, comprimendogli la cassa toracica, è stata la causa del decesso individuata dai consulenti e medici legali.
La prima ambulanza del 118 arriva sul posto alle 06:15 dopo essere stata chiamata dalla centrale operativa del 113 alle 06:08, mentre la seconda ambulanza arriva alle 06:18. Nel frattempo Federico rimane a terra in posizione prona, con braccia ammanettate dietro la schiena, almeno per undici minuti (dalle 6.04 alle 6.15). Gli agenti chiamano troppo tardi il 118, anche quando si rendono conto delle gravi condizioni del ragazzo non chiamano subito soccorsi, ma contattano prima il 113.

I genitori di Federico allarmati perché il figlio non è ancora rientrato iniziano a chiamarlo ripetutamente al cellulare, il telefono squilla ma nessuno risponde. Finché a chiamare non è il padre di Federico, memorizzato sul telefono del figlio come ‘Lino’: è un agente a rispondere e intima all’uomo di qualificarsi e di descrivergli il figlio. Il poliziotto non accenna a niente di quanto accaduto, si limita a dire che hanno ritrovato quel telefono e stanno procedendo con alcuni controlli, poi riaggancia.

Mentre i genitori, in preda al panico, iniziano a chiamare centrali di polizia e ospedali, il fratello minore di Federico, Stefano, esce con la sua bicicletta per cercarlo, ma non lo trova. Soltanto intorno alle ore 11 verrà informata la famiglia e condotta in obitorio, dove sarà lo zio di Federico a fare il riconoscimento.

Le intercettazione telefoniche degli agenti rilevano inoltre una corrispondenza telefonica che passava attraverso linee non ufficiali e dunque non autorizzate, attraverso le quali un agente, Enzo Pontani, preso dall’impeto del momento, racconta le sue prodezze alla centrale: “l’abbiamo bastonato di brutto per mezz’ora”.

Ucciso ancora nonostante la condanna

A parlare recentemente di Federico Aldrovandi è stato il questore di Reggio Emilia, Antonio Sbordone, sicuro che se tredici anni fa ci fosse stato il taser a disposizione dei poliziotti “Aldrovandi sarebbe ancora vivo”.

Ecco: Aldrovandi sarebbe ancora vivo se quei poliziotti avessero creduto che il suo nome fosse Federico Aldrovandi, come lui stesso aveva riferito, anziché crederlo un’extracomunitario di 100 chili. “Se, figuarti se ti chiami Federico”, gli rispose l’agente Monica Segatto.

Aldrovandi sarebbe ancora vivo se non avesse subito un pestaggio di circa 30 minuti, se non fosse stato schiacciato sull’asfalto come una mosca. Aldrovandi sarebbe ancora vivo se i poliziotti che ha incontrato avessero scelto di svolgere correttamente il loro lavoro e non di ucciderlo.

Aldrovandi sarebbe ancora vivo se non avesse incontrato quattro “schegge impazzite in preda al delirio”, come ha definito i quattro poliziotti il procuratore generale della Cassazione. Il taser non avrebbe fatto alcuna differenza, o forse si, se utilizzato nel modo in cui ha replicato Lino Aldrovandi su Repubblica: «Mi viene da pensare che quella maledetta mattina il taser non sarebbe stato da usare su Federico, ma su chi lo stava uccidendo senza una ragione».

L’attuale ministro dell’Interno Matteo Salvini, nel 2014, si esprimeva nei termini che seguono, continuando a proporre una serie di parallelismi inadatti tra la vittima, mai chiamata per nome, e la categoria dei poliziotti che nulla c’entra nella vicenda. «Tutta la vicinanza alla famiglia di quel ragazzo morto, ma tutta la mia vicinanza alle migliaia di poliziotti, di vigili e carabinieri che ogni giorno si trovavano ad avere a che fare con balordi, con violenti, con disgraziati». Alla domanda di un giornalista che chiedeva a Salvini ‘se gli applausi a quei poliziotti erano una vergogna, come detto dal presidente Napolitano o no?’, l’attuale ministro rispondeva: «chiedetelo ai poliziotti. Io non faccio il poliziotto, voi non fate i poliziotti, qua stanno facendo un processo a una categoria che per mille euro al mese esce di casa la mattina e non sa se torna a casa la sera. […] Non entro nel merito degli applausi, entro nel merito dei lavoratori spesso ignorati se non derisi da troppa gente».

Per finire Carlo Giovanardi fino al 2013 ha sostenuto che la foto che ritrae Federico Aldrovandi in obitorio con la testa circondata da una pozza del suo sangue è “una foto terribile, ma quella macchia rossa dietro è un cuscino. Gli avevano appoggiato la testa su un cuscino. Non è sangue, ma neanche la madre ha detto che è sangue e neanche lo può dire, perché non è così”.

Giovanardi inoltre ha sempre offerto interpretazioni piuttosto singolari delle sentenze: “Rispetto la sentenza, ma bisogna vedere cosa c’è scritto: gli agenti sono stati condannati per omicidio colposo per aver trattenuto l’Aldrovandi supino con le manette dietro”. E alla trasmissione radiofonica La Zanzara si opponeva alla detenzione di tre agenti coinvolti, perché “in Italia nessuno va in galera per omicidio colposo”.
Ma se morire a diciotto anni equivale a rimanere in un periodo ipotetico infinito, ci permette anche di poter immaginare oggi Federico con le parole con cui la madre lo ricordava nella lettera di tredici anni fa. “Dopo la scuola il pranzo insieme, chiacchiere, risate. Era ancora estate, faceva caldo. Ha portato a spasso il suo amico cane. Non lo faceva spesso, ma quel giorno è andato con la musica in cuffia. Tutto in quel giorno aveva un’aura speciale. Pensandoci ora è come se avesse voluto salutare tutti noi. Ha avuto sorrisi per tutti… la gioia era lui”.

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