Notizie dal carcere: morire d’estate insieme alla riforma penitenziaria

Notizie dal carcere: morire d’estate insieme alla riforma penitenziaria

In galera d’estate non si muore solo di caldo… 4 morti in poco più di una settimana ci informano d’altro. 32 suicidi dall’inizio dell’anno: gente che se ne va nell’indifferenza e nell’anonimato generale. Morti delle quali, nella maggior parte dei casi, nessuno ne spiegherà le ragioni. Morti senza nome, senza storia: non conta che a morire siano persone, l’importante è che ne muoiano i reati.

Nella maggior parte dei casi “Il carcere ti lascia la vita, ma ti divora la mente, il cuore, l’anima e gli affetti che fuori ti sono rimasti. […] La galera è spesso una macelleria che non ha nessuna funzione rieducativa o deterrente, come dimostra il fatto che la maggioranza dei detenuti ritorna a delinquere in continuazione”. Dalla lettera dell’ergastolano Carmelo Musumeci, pubblicata da Beppe Grillo, qui.

Hassan è morto il 30 luglio nell’ospedale di Belcolle a Viterbo, dopo essersi impiccato nel carcere di Mammagialla (Viterbo), ormai noto come “carcere punitivo”, in cui raccogliere detenuti trasferiti per motivi di “ordine e sicurezza”. Aveva 21 anni Hassan, era egiziano, e sarebbe stato scarcerato per fine pena il 9 settembre. È morto, dopo una settimana di coma: si è impiccato due ore e mezzo dopo essere stato trasferito in una cella della sezione di isolamento, il 23 luglio.

È il terzo detenuto che perde la vita nel carcere viterbese dall’inizio dell’anno, il secondo a seguito di un tentativo di suicidio compiuto nel reparto di isolamento.

La Procura di Viterbo ha nominato due periti per l’autopsia sul ragazzo, ma il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, solleva una questione affatto marginale: «nel caso specifico di questo ragazzo poi c’è da accertare se corrisponda a realtà quanto starebbe emergendo, ovvero che il ventunenne fosse in carcere per un reato commesso da minorenne. Se così fosse avrebbe dovuto essere recluso presso un Istituto di Pena per Minorenni». La legge prevede infatti che fino a 25 anni, se il reato è stato commesso da minorenne, la pena sia da scontare nel penitenziario per minori.

Era stato condotto in isolamento soltanto due ore e mezzo prima che tentasse il suicidio. Il motivo: un’azione disciplinare riguardante un fatto del marzo precedente.

In merito al suo caso Stefano Anastasia, garante dei detenuti della regione Lazio, aveva richiesto il trasferimento – mai avvenuto – di Hassan in un altro istituto penitenziario: «il 21 marzo scorso, una delegazione del mio ufficio aveva incontrato Hassan, all’indomani del fatto per cui solo quattro mesi dopo sarebbe stato sottoposto alla sanzione disciplinare dell’isolamento. In quell’occasione, Hassan avrebbe riferito di essere stato picchiato il giorno precedente da alcuni agenti di polizia che gli avrebbero provocato lesioni in tutto il corpo e probabilmente gli avrebbero provocato anche la lesione del timpano dell’orecchio sinistro, da cui sentiva il rumore “come di un fischio”. Mentre raccontava la sua versione dei fatti, Hassan velocemente si spogliava, così da mostrare i segni sul corpo e la delegazione effettivamente poteva vedere molti segni rossi su entrambe le gambe e dei tagli sul petto. Alla fine dell’incontro, Hassan chiedeva aiuto, dicendo di avere paura di morire».

Sulla colluttazione tra gli agenti e Hassan, la provveditrice dell’Amministrazione penitenziaria informava che questa sarebbe avvenuta perché Hassan e il suo compagno di cella avevano opposto resistenza a una perquisizione della loro camera da cui avrebbero svolto un traffico di psicofarmaci verso il piano inferiore. Secondo la versione del Dap, dunque, il ragazzo non fu picchiato, ma si ricorse all’uso della forza perché si era opposto ad un controllo nella sua cella. È lo stesso ordinamento penitenziario a prevederlo e stando ai sanitari del Dap, le sue lesioni erano «incompatibili con un’azione offensiva in suo danno».

Eppure Anastasia aggiunge che nelle settimane successive all’aggressione «altri detenuti lamentavano di essere stati vittime di abusi, in specie nella sezione di isolamento, e tra questi uno confermava di essere stato testimone dell’aggressione denunciata da Hassan».

Una detenuta transessuale trentatreenne si è tolta la vita nel bagno del carcere maschile di Udine lo scorso 31 luglio, dopo solo 4 ore di detenzione. Non era la sua prima detenzione: era già stata detenuta nella casa Circondariale di Udine.

Un uomo senegalese di 30 anni si è tolto la vita lo scorso sabato nel carcere di Marassi a Genova, impiccandosi nella sua cella con una cintura. Anche questa volta si tratta di un giovane immigrato, senza relazioni familiari sul territorio, arrestato per detenzione di sostanza stupefacenti di lieve entità. Il garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, lo definisce «un giovane senegalese, con paternità e maternità sconosciute, disoccupato, senza fissa dimora. In sintesi povero e solo».

Nadir Garibizzo: ex medico imperiese sessantenne, detenuto nel carcere di La Spezia con l’accusa di tentato omicidio, si è tolto la vita recidendosi l’arteria femorale.

L’incidenza dei suicidi in carcere supera di 17 volte quella riscontrata nella società esterna e Mauro Palma, riflettendo sui tragici avvenimenti degli ultimi giorni, ha posto un interrogativo nel quale è racchiuso il senso generale della logica punitiva e non solo: è doveroso interrogarsi «su quali presidi sociali il mondo esterno offra a tali disperate giovani vite e su come implicitamente tale disinteresse non finisca col gettare tutta la responsabilità su quell’approdo tragico e finale rappresentato dalla reclusione in carcere».

Cosa siamo disposti a fare per prevenire anziché punire?

Una riforma penitenziaria che non ripensa il carcere si limita ad incrementarlo

Ammesso che i recenti interessi di Beppe Grillo, circa le realtà del crimine, delle condizioni di vita dei detenuti e delle possibilità di riscatto, non siano soltanto vane provocazioni, sembra in ogni caso che il Movimento da lui partorito stia prendendo tutt’altra direzione.

Il 2 agosto scorso, infatti, il Consiglio dei ministri ha approvato l’ennesima versione dell’ordinamento penitenziario, di fatto riscrivendo quasi completamente la riforma penitenziaria proposta nella scorsa legislatura dall’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Tale riforma, finalmente orientata verso la rieducazione e la risocializzazione delle persone recluse, era il risultato di un lavoro portato avanti da una squadra di giuristi guidata da Glauco Giostra, notoriamente sensibile alle reali criticità e mancanze degli istituti penitenziari italiani. Il nuovo esecutivo invece, come si legge in una nota, “ha ritenuto opportuno intervenire con una revisione e riscrittura del testo, in modo da tenere conto delle indicazioni espresse dal Parlamento”.

Sulla riforma Orlando ne sono state dette fin troppe: dal decreto “svuota carceri” alle accuse di buonismo mosse dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Falsità. Tra gli intenti della riforma bocciata comparivano le tanto discusse pene alternative, ossia possibilità reali per i reclusi di scontare le condanne meno gravi non interamente in carcere, ma usufruendo di misure alternative alla detenzione, più utili al reinserimento sociale, come i lavori di pubblica utilità e la “messa alla prova”. Ne rimanevano, tra l’altro, escluse alcune categorie, come i detenuti per reati ostativi.

Proprio le misure alternative hanno rappresentato il primo bersaglio da sterminare per il nuovo esecutivo, nonostante i dati riguardanti le percentuali europee sulla recidiva dimostrino che misure punitive alternative alla detenzione facilitino il reinserimento sociale e dunque riducano drasticamente la probabilità di tornare a delinquere.

Per quanto riguarda l’utilizzo delle misure alternative alla detenzione l’Italia è tra le ultime posizioni in Europa: mentre in Italia più della metà dei condannati finisce in carcere (55%), in Germania sono solo il 28%, il 30% in Francia, il 36% in Inghilterra e Galles e il 48% in Spagna. Con il risultato che in Italia il tasso di recidiva arriva fino al 68 per cento, mentre in Inghilterra e Germania è fermo a meno della metà rispetto ai livelli italiani. Il numero dei detenuti sale, rispetto all’anno scorso, di 1.740 unità, raggiungendo le 58.506 persone private della libertà, come riporta il rapporto di Antigone.

Non hanno avuto sorte migliore neanche le disposizioni riguardanti l’eliminazione degli automatismi preclusivi alla concessione di forme attenuate di esecuzione della pena con affidamento, caso per caso, alla maggiore discrezionalità della magistratura di sorveglianza circa la decisione del percorso punitivo/rieducativo di ciascun detenuto.

I tre decreti legislativi riguardanti la riforma dell’ordinamento penitenziario, che era stata già adottata in via preliminare dal precedente governo lo scorso 16 marzo, introducevano disposizioni volte a modificare l’ordinamento penitenziario, a revisionare la disciplina del casellario giudiziale e ad armonizzare la disciplina delle spese di giustizia funzionali alle operazioni di intercettazione.

Stefano Anastasia in merito alle nuove disposizioni del ministero Bonafede: «sulla base della confusione tra certezza della pena e certezza del carcere, sono stati cancellati dalla proposta del governo tutti i riferimenti alle alternative al carcere. Il rifiuto ideologico delle alternative al carcere arriva fino al punto che nel nuovo schema di decreto sono state cancellate finanche la sospensione della pena per gravi motivi di salute psichica (cosa su cui è chiamata a pronunciarsi a breve la Corte costituzionale, che non potrà che parificare la malattia mentale alle patologie fisiche) e l’alternativa terapeutica per i malati di mente».

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