Stefano Cucchi, per il pm fu vittima di omicidio preterintenzionale: uccidere non può essere un hobby

Stefano Cucchi, per il pm fu vittima di omicidio preterintenzionale: uccidere non può essere un hobby
fonte immagine: redditopertuttitdg.blogspot.it)

Chiederesti aiuto e protezione ad un uomo che uccide per gioco? No, probabilmente correresti dai carabinieri. Ma se l’uomo che uccide per gioco fosse un carabiniere?

«Hai raccontato a tutti di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda […] che te ne vantavi pure, che te davi le arie». Queste le parole, durante un’intercettazione telefonica, di Anna Carino, ex moglie del carabiniere Raffaele D’Alessandro. Chi è Raffaele D’Alessandro? È uno dei tre poliziotti accusato dell’omicidio di Stefano Cucchi, insieme ad Alessio Di Bernardo e Francesco Tedesco.

I tre lo hanno pestato violentemente nella notte tra il 15 e 16 ottobre 2009, dopo averlo arrestato. Per il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il pm Giovanni Musarò sono colpevoli di omicidio preterintenzionale, e non di omicidio colposo, ciò significa che conoscevano benissimo le conseguenze del loro pestaggio. Il maresciallo Roberto Mandorlini è accusato di calunnia, insieme all’appuntato Vincenzo Nicolardi. A Mandorlini e Francesco Tedesco spetta anche l’accusa di reato di falso verbale di arresto.

Questo il cambio di imputazione di martedì 17 gennaio, che chiude l’inchiesta bis, per mano appunto del procuratore capitolino Giuseppe Pignatone e il sostituto Giovanni Musarò, sulla morte di Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009. Stefano Cucchi e la sua famiglia, lo scorso martedì, hanno aggiunto un tassello importante per ottenre giustizia. Ci sono voluti più di sette anni, ma alla fine che importa, parliamo di un tossico anoressico giusto? Tanto per citare il senatore Carlo Giovanardi, che intervistato dalla trasmissione radiofonica La Zanzara, ha esposto una sua grande intuizione, sulla quale i posteri saranno costretti ad interrogarsi per anni: «Cucchi era uno spacciatore e fare lo spacciatore non è una cosa gloriosa, non è un benemerito della Nazione».

Decenni di profonda riflessione antropologica lo hanno portato ad esporre una così analitica e lungimirante considerazione sul genere umano. Ci sareste mai arrivati voi a capire che spacciare non è una cosa gloriosa, se non fosse stato per l’onorevole Giovanardi? Verrebbe da chiedergli e quindi? Questa premessa tende a giustificare cosa?. L’obiettivo del suo intervento era dimostrare che non sussiste alcuna relazione tra le presunte (ormai non più tali) percosse e la morte del giovane Stefano. La causa della morte, spiega il senatore Giovanardi, è la droga, il ragazzo era già molto debilitato al momento dell’arresto. Dice: «I più famosi periti italiani in otto anni hanno sempre escluso questo legame. L’ipotesi d’accusa cadrà». Non voglio dare altro spazio a simili porcherie, credo di aver già sprecato troppe righe.

L’arresto, le ore, i minuti, le botte

15 ottobre, ore 22.30, Stefano Cucchi viene fermato e arrestato, al parco degli Acquedotti, da due carabinieri in divisa, ai quali si aggiungono tre militari in borghese, arrivati con un’altra macchina. Al momento della perquisizione nell’auto di Cucchi vengono trovati 29 grammi di hascisc e 2 grammi di cocaina, inoltre il ragazzo ha con sé delle pasticche di Rivotril per l’epilessia, ma i militari le registrano come ecstasy; solo le successive analisi di laboratorio dimostreranno che si trattava veramente di Rivotril.

Ore 1.30, viene perquisita la casa dei genitori di Stefano, alla presenza del ragazzo, ma non viene trovata altra droga. Meno di 2 ore dopo viene nuovamente condotto alla caserma di via del Calice, ma nei verbali iniziano a comparire degli errori, poiché da questi risulta che Stefano è stato arrestato alle 15 e viene registrato di nazionalità albanese e senza fissa dimora.

La stessa notte viene spostato dalla caserma in via del Calice alla caserma di Tor Sapienza, dove passerà la notte, ma alle 5 suona il campanello per avvertire che non si sente bene. Arriva un’ambulanza, ma i medici annotano soltanto un arrossamento sotto le palpebre. Nella scheda del 118, viene riportato schizofrenia.

Venerdì 16 ottobre, prima dell’udienza di convalida, Stefano viene pestato dagli agenti di polizia penitenziaria. Questo è quanto, già, sostenuto dal pm della procura di Roma che ha rappresentato la pubblica accusa al processo di primo grado in corte d’assise. Il testimone era un detenuto originario del Gambia, Yaya Samura, che era rinchiuso nella cella di sicurezza numero 5, mentre Cucchi nella cella numero 3.

Ore 12:30, udienza di convalida, il padre, Giovanni Cucchi, nota un gonfiore sul viso del figlio che non era presente la sera prima. Il ragazzo continua a lamentarsi, viene visitato dal medico del tribunale, che è il primo a riscontrare ecchimosi e dolore al sacro e agli altri inferiori. Stefano dirà di essere caduto dalle scale.

Ore 14:30, Stefano viene portato a Regina Coeli, dove viene visitato dal dottor Rolando Degli Angioli, che ne dispone subito un ricovero in ospedale con estrema urgenza.

Ore 19:00, al Fatebenefratelli gli vengono riscontrate lesioni ed ecchimosi alle gambe e al viso, frattura della mascella, emorragia alla vescica, lesioni al torace e due fratture alla colonna vertebrale. Torna in carcere, ma la mattina seguente viene rispedito al Fatebenefratelli, dove non c’è posto. Viene allora ricoverato nella struttura carceraria dell’ospedale Sandro Pertini, che non è idonea per patologie acute come quelle di Stefano.

Da domenica 18 a mercoledì 21 viene registrato, nelle cartelle ospedaliere, che Stefano ha assunto un atteggiamento poco collaborativo, mentre i tassi di azotemia continuano a salire. Ai genitori viene respinta, ogni giorno, la possibilità di vedere il figlio, per mancanza di autorizzazioni. Nonostante corressero sempre a procurarsele, al momento della presentazione ne servivano sempre altre ancora. La madre lascia almeno un ricambio di vestiti per Stefano, ma Stefano muore con i vestiti che portava il giorno dell’arresto.

Giovedì 22 ottobre, ore 6:20 Stefano è morto: non si registra alcun segno di vita.

A casa Cucchi si presenta un ufficiale giudiziario con la notifica dell’autorizzazione all’autopsia: è così che i genitori e la sorella sono messi al corrente della sua morte.

Gli 8 anni di processi

Il primo processo si apre nel marzo 2011. Erano accusate della sua morte 12 persone: 6 medici, 3 infermieri e 3 guardie carcerarie. I capi d’accusa: abbandono d’incapace, abuso d’ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, lesioni e abuso di potere.

La sentenza di primo grado del 5 giugno 2013 condanna sei medici dell’ospedale Sandro Pertini ad un massimo di due anni di reclusione per omicidio colposo, ma la pena viene sospesa. Assolve i tre agenti penitenziari, accusati di aver picchiato il ragazzo e gli infermieri, accusati di non aver prestato assistenza. Secondo i giudici Stefano era morto di fame e di sete (sindrome di inanizione: mancanza di cibo e acqua): pesava ormai solo 37 chili, al momento dell’arresto ne pesava 43.

Il processo di appello si conclude il 31 ottobre 2014, quando la corte d’appello di Roma assolve tutti gli imputati per insufficienza di prove. Nelle motivazioni, depositate nel gennaio 2015, i giudici scrivono che andava valutata «la possibilità di svolgere nuove indagini». Per i giudici Cucchi era stato picchiato mentre era detenuto: andava chiarito cioè il ruolo di chi, a partire dai carabinieri, l’aveva avuto in custodia dopo la perquisizione della sua casa.

«È una sentenza assurda. Mio figlio è morto ancora una volta. Lo Stato si è autoassolto», dice la madre di Stefano, Rita Calore.

Alla fine del 2015, la Cassazione decide di annullare le assoluzioni dei medici e conferma le assoluzioni dei tre agenti di polizia penitenziaria. Nel 2016, si apre il processo di appello-bis: l’accusa chiede di condannare per omicidio colposo i cinque medici. Ma vengono nuovamente assolti, in forza di una perizia medica, che attestava «una morte improvvisa ed inaspettata per epilessia in un uomo di patologia epilettica di durata pluriennale».

La perizia, però, riconosce la duplice frattura della colonna vertebrale e del globo vescicale che hanno fermato il cuore di Stefano. È su queste basi che è stato possibile impugnare l’accusa di omicidio preterintenzionale. Tesi supportata, anche, dalle due intercettazioni telefoniche sconvolgenti e sconcertanti: la prima che riporta un’accesissima litigata fra Raffaele D’Alessandro e la ex moglie, in merito al mancato versamento degli alimenti da parte dell’uomo per i figli. La donna lo schernisce per essersi vantato, con molte persone, del pestaggio, perpetrato insieme ai suoi colleghi, su «un drogato di merda». La seconda intercettazione riguarda gli agenti coinvolti: si trovano in macchina durante le ore di servizio, e scherzano sull’avvenuto, rincuorandosi l’un l’altro che la sentenza non andrà avanti e loro non verranno toccati. Inoltre Riccardo Casamassima ha raccontato che la notte dell’arresto disse all’allora comandante Roberto Mandorlini: «È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato».

Stefano in poche righe

Voglio concludere con le parole della sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, da sempre volto di questa resistenza nei confronti dell’ingiustizia: non si è mai arresa, di fronte alle batoste dei tribunali. Ha sempre perseverato nella ricerca della verità, mai ceduto ai momenti di sconforto. In un’intervista di qualche anno fa diceva: «La nostra scelta è stata, nel momento in cui chiedevamo la verità, di non nascondere la verità. Non abbiamo mai voluto farlo passare come un eroe o una persona perfetta. Nonostante fosse un fratello meraviglioso. Sicuramente aveva avuto delle debolezze, aveva commesso degli sbagli che gli avevano rovinato la vita, ma questo non c’entra niente su ciò che gli è capitato dopo. Stefano non è morto perché a diciotto anni si faceva le canne e più avanti è diventato un tossicodipendente, come qualcuno vorrebbe far credere […] proprio chi doveva proteggerlo, tutelarlo e punirlo secondo la nostra legge gli ha tolto ogni speranza di futuro».

Stefano Cucchi, geometra trentunenne, era molto più di questo: più di un arresto partito con le botte e finito con una morte disumana. Era una voce, due piedi sull’asfalto, una bocca sorridente, era qualcuno, non qualcosa.

Non era solo un ragazzo, che aveva commesso delle decisioni sbagliate, ma era un pezzo di mondo, parte della sua famiglia, amico di qualcuno. E una schiera di manipoli negligenti e incompetenti lo hanno ucciso: è stato ucciso da uomini in divisa, che in nome di questa divisa, si sentivano intoccabili, è stato ucciso dalle mani di padri di famiglia, che con quelle stesse mani accarezzano i loro figli. Carezze che Stefano non riceverà più.

Ci sono voluti quasi otto anni per arrivare a questo cambio di imputazione, e l’appello che muove Ilaria Cucchi è di non arrendersi, di continuare e di gridare a gran voce tutti i soprusi subiti. È necessario non rimanere in silenzio, ma far sapere e conoscere come stanno le cose: l’opinione pubblica deve essere smossa dal risentimento verso simili atti deplorevoli, altrimenti chi abusa della propria posizione non verrà mai punito.

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