Pelican Bay e Dylann Roof: due esempi di ingiusta giustizia

Pelican Bay e Dylann Roof: due esempi di ingiusta giustizia
Parte dell'interno di Pelican Bay (Foto: Le blog de Anne Wolff - Overblog)

Ho fatto un sogno strano, un incubo atroce, di quelli che lasciano le palpitazioni e il senso di triste sgomento per giorni e giorni. C’era una prigione di massima sicurezza, dove succedevano cose strane e terribili: i detenuti erano veri e propri prigionieri, le celle venivano chiamate celle-bare e tutta la circonferenza della prigione era ricucita all’interno di un recinto elettrico. Purtroppo è un incubo ad occhi aperti, perché questa è la prigione di Pelican Bay, in California, a sud dell’Oregon, che apre i battenti nel 1989. Si espande su 275 acri ed è famosa per la forma a X della sua zona isolamento, composta da edifici bianchi, e circondata da terreno sterile. Sarebbe più facile accettare un simile complesso per un film di fantascienza, oppure per un moderno 1984 orwelliano, però no, è vero, esiste realmente ed è abitato da gente in carne ed ossa come noi, che respira, mangia, dorme, piange, sogna, si dispera, gioisce come noi.

La prigione di Pelican Bay accoglie detenuti di tutto il mondo, per questo le celle diventano laboratori della società globalizzata, dove vengono stipati i rifiuti della globalizzazione. Certo è, che a Pelican Bay non si entra per errore, piuttosto si vive per errore. Qui i detenuti sono persone molto violente, che hanno commesso atti efferati e orribili, ma mi domando comunque che senso ha una prigione così. Mi domando se è veramente una democrazia quella che si avvale della logica del taglione.

I detenuti sono costretti a lunghi periodi di isolamento, dichiarati dai funzionari delle Nazioni Unite come una violazione dei diritti umani: nella maggior parte dei casi i detenuti passano 22 o 23 al giorno nelle celle da 2,5 o 3,5 metri, con poca ventilazione e senza luce naturale. L’isolamento forzato, in queste condizioni, può durare mesi, ma anche anni.

Soltanto in seguito ad uno sciopero della fame, i prigionieri in isolamento hanno ottenuto il diritto di poter vedere almeno una loro foto una volta all’anno. I prigionieri devono avere l’assoluta percezione della loro estraneità al mondo.

Quando la tecnologia ci rende uomini delle caverne

La prigione di isolamento di Pelican Bay è interamente automatica e progettata in maniera tale che i reclusi non abbiano alcun contatto diretto con le guardie e neppure con gli atri reclusi. Le celle-bare sono prive di finestre, costruite di solidi blocchi di cemento armato e di acciaio inossidabile, i reclusi non lavorano, non fanno ricreazione, non possono mescolarsi agli altri reclusi. Le guardie stesse sono chiuse in cabine di controllo di vetro e comunicano con i prigionieri attraverso un sistema di altoparlanti. In questo modo è possibile che le guardie non siano mai viste, o al massimo molto raramente. Il loro unico compito è assicurarsi che i prigionieri siano chiusi nelle loro celle, sempre privi della possibilità di vedere e di comunicare.

Ma cosa pensano le guardie delle persone che osservano ogni giorno per ore e ore? Che tipo di lavoro svolgono? Come si ripercuote sulle coscienze? Esiste ancora una parte di loro che le intende come persone o li ritengono meri prigionieri matricolati?

È per le vittime, che si deve mutare il senso della pena detentiva, e maturarne uno nuovo: perché rinchiudere un uomo per quasi 24 ore al giorno, spesso per anni, in una cella senza finestre, senza poter parlare con nessuno, o semplicemente senza poter guardare gli occhi di un altro uomo, o i propri occhi, non significa punire, ma umiliare. Una simile pena è inutile, vuota, disumana e inefficace. Non insegna, ma imbarbarisce, non stimola la coscienza, la cancella. Fallimento umano e culturale. La sfera etica detentiva è grigia. Non esiste il bianco e il nero, perché è sempre di uomini che parliamo. Ciò che veramente conta a Pelican Bay è che i prigionieri stiano lì, nelle loro celle solitarie e senza aria, e che siano abituati al loro stato di esclusi.

La zona grigia

Dylann Roof: il killer ventiduenne di Charleston, che aveva ucciso nove persone afroamericane, in una chiesa alla fine della cerimonia il 17 giugno 2015, è stato condannato a morte ieri. Dopo aver ribadito di non provare il minimo pentimento, ha mostrato con aria spavalda un volto sicuro anche di fronte alla sentenza di condanna a morte. È la prima condanna capitale federale per un crimine legato all’odio razziale.

Dylann Roof è colpevole di non aver compreso il minimo comun denominatore dell’equità: l’umanità. Il suo scopo infatti era quello di ripristinare la segregazione o innescare l’ennesima guerra razziale. Non ha chiesto perdono o clemenza, né si è appellato all’eventualità di turbe psicologiche. Lavorava a quell’attacco da sei mesi, primo di compierlo, non è stato lo sfogo di un impeto malsano, ma il frutto di una raccapricciante convinzione.

Questo ragazzo incarna il fallimento dell’umanità, è un errore vivente, che pensa male e agisce ancora peggio. Ma la sua morte, farà resuscitare le nove vittime? No. La condanna a morte, allora, non è altro che una vendetta legalizzata e istituzionalizzata. È una forma attraverso la quale lo Stato mostra la propria potenza, ma non giova a nessuno. Lo Stato mentre punisce gli assassinii, diventa esso stesso assassino. Il senso di vendetta si smorza con il tempo, perché la rabbia per aver perduto le persone care diventa nostalgia, e il fatto che Dylann Roof sia morto o vivo non cambia lo stato delle cose. Non a caso ho parlato di zona grigia, non esiste una verità assoluta. Non è possibile, però, intendere la pena di morte come giustizia. Una democrazia che applica la pena di morte è una contraddizione in termini e un’offesa alla civiltà.

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