Persona 5 – Il Grande errore di Atlus
Persona 5 è stata innegabilmente una delle opere più amate della scorsa generazione videoludica. L’impatto che l’ultimo capitolo della serie ha avuto sui giocatori di tutto il mondo è stato rilevante, specie considerando come prima di esso Persona venisse ancora considerato una IP di nicchia da molti.
Il team giapponese è stato in grado di amalgamare con una maestria davvero impareggiabile una trama interessante, un gameplay decisamente fresco per gli standard RPG, uno stile artistico incredibilmente accattivante (specie nella UI) e una soundtrack meravigliosa, per non parlare della sua abilità di proporre uno spaccato della cultura giapponese.
Ma per chi come me ha amato il capitolo originale e ancor di più la sua versione “Royal” è purtroppo impossibile soprassedere su un grave problema che spesso viene ignorato nelle discussioni online e che ha potenzialmente leso l’avventura di innumerevoli giocatori che avrebbero voluto poter godere appieno dell’intera esperienza di Persona 5.

Persona 5 Royal – Il Grande Errore di Atlus
Per spiegare in maniera adatta la questione è importante fare una brevissima lezione di storia videoludica: il 15 settembre 2016, poco più di sei anni fa, veniva rilasciato Persona 5 sul suolo nipponico, per poi approdare sugli scaffali di tutto il resto del mondo a distanza di qualche mese, nell’aprile del 2017. Il lancio è stato il migliore della serie fino a quel giorno, totalizzando oltre 1,5 milioni di copie vendute pochi giorni dopo la release internazionale, portando a un generale passa-parola che ha spinto altri milioni di giocatori da tutto il mondo ad assaporare l’ultima opera di Atlus.
Ora, la versione vanilla di Persona 5 era piena zeppa di contenuti, fra missioni principali e secondarie, incontri con personaggi per aumentare l’intimità fra loro e il protagonista, minigiochi vari e svariate decine di combinazioni possibili per i propri Persona, portando la durata di una run a durare anche oltre 100 ore di gioco (o quasi il doppio, per coloro disposti ad accettare la sfida del completismo).
Passano un paio d’anni e Persona 5 soddisfa appieno le aspettative di quasi tutti i giocatori che indossano i panni di Joker, fino a quando nel marzo del 2019 viene annunciato Persona 5 Royal, un’espansione stand-alone dell’originale Persona 5 contenente aggiornamenti di gameplay, nuove armi, nuovi nemici, nuovi Persona, un terribile ribilanciamento di una specifica boss-fight e, ultime ma non meno importanti, svariate ore aggiuntive di trama con nuovi personaggi.
Nello specifico, se gli altri addendum potevano essere considerati qualcosa di carino ma decisamente non fondamentale, le aggiunte lato trama erano abbastanza significative da giustificare un intero trimestre aggiuntivo all’interno della storia (che durava, nella versione base, tre trimestri). Non solo, ma la versione Royal introduceva anche due nuovi personaggi fondamentali, che per coloro che avevano giocato la versione base erano perfetti sconosciuti ma che per chi ha giocato esclusivamente l’espansione stand-alone sono indissolubilmente intrecciati con la storia dell’intero gioco, addirittura sin dalle prime cut-scene mostrata al giocatore.
Persino per chi, come me, ha amato l’opera nella sua interezza e la considera uno dei suoi giochi preferiti in assoluto è impossibile negare che questo sia, a tutti gli effetti, un po’ una cattiveria nei confronti di coloro che hanno supportato il titolo sin dalla sua uscita: i fan che avevano già concluso l’avventura dopo una media di 120/130 ore sono stati costretti non solo a comprare a prezzo pieno un’espansione, ma addirittura a rigiocarsi oltre 100 ore di un gioco che al 90% già conoscevano e avevano già concluso, in quanto impossibilitati a trasferire il salvataggio dal gioco originale.
È innegabile che questo sia stato un male necessario, se si vuole godere appieno dell’intera avventura: trasferire i salvataggi avrebbe permesso ai giocatori di proseguire subito con il trimestre aggiuntivo ma li avrebbe resi perfettamente incapaci di comprendere chi fossero i personaggi centrali della vicenda, in quanto non presenti nella trama da loro giocata in precedenza. Come non essere quindi comprensivi verso coloro che avrebbero voluto tornare a giocare nei panni dei Phantom Thieves ma hanno preferito evitare perché “dio mio, ma sai quanti altri giochi finirei in 100 ore?”.

Recidività e soluzioni
A essere del tutto onesti, non è neanche la prima volta che Atlus compie una scelta del genere. Lo stesso era successo per il capitolo precedente, Persona 4 (uscito nel 2008) e la sua versione Persona 4 Golden (uscito nel 2012). Anche in quel caso i giocatori hanno dovuto rinunciare ai loro tanto sudati salvataggi della versione base, ricominciando da capo nella versione Golden per poter godere appieno della visione definitiva ideata dal team nipponico. Nel caso del titolo del 2008 una run richiedeva in media “solo” 70 ore circa, ma rimane comunque una quantità di tempo considerevole.
È tuttavia peculiare vedere come la soluzione alle problematiche descritte sopra può invece essere trovata in Persona 3, predecessore dei due capitoli appena discussi: il titolo uscito nel 2006 vede un’intera run aggirarsi attorno alle 80 ore, una via di mezzo fra Persona 4 e Persona 5, ma allo stesso tempo introduce una scelta piuttosto scaltra con la versione Persona 3 FES.
Quest’ultima, uscita solo un anno dopo il gioco base, andava a suddividere l’esperienza in due sezioni distinte e separate: “The Journey” portava il giocatore a rigiocare il titolo originali con migliorie dal punto di vista del gameplay, mentre “The Answer” era una modalità aggiuntiva che andava a raccontare una nuova storia successiva agli eventi narrati in precedenza.
È chiaro come una soluzione di questo tipo richieda di mettere dei limiti creativi per gli sviluppatori, in quanto li costringerebbe a non poter revisionare quanto accaduto durante la storia originale e impedirebbe loro di aggiungere, ad esempio, nuovi personaggi (come successo proprio in Persona 5 Royal), ma sarebbe verosimilmente una soluzione più accettabile rispetto al costringere il giocatore a rigiocare decine e decine di ore un contenuto già vissuto appieno nella versione base.
Considerando il successo della serie non è azzardato predire un futuro sviluppo di Persona 6, ma stando ai precedenti una cosa è sicura: prima o poi arriverà una versione aggiornata, con contenuti aggiuntivi, che potrebbe costringere i giocatori a dover ricominciare da capo l’intera avventura. Per noi fan non rimane che sperare che Atlus trovi una soluzione diversa rispetto a quella adottata in Persona 5 Royal e Persona 4 Golden, ma per quanto mi riguarda credo che attenderò qualche tempo e comprerò l’espansione stand-alone. Giusto per sicurezza.




