«Mr. Robot», la serie “virale” arriva in Italia

«Mr. Robot», la serie “virale” arriva in Italia

«Mr. Robot» arriva in Italia, finalmente. Dal 17 dicembre sarà infatti trasmessa da Premium Stories la serie tv di Sam Esmail che si è imposta questa estate negli Stati Uniti. La passione per l’hacktivismo di Esmail diventa il tema portante di questo telefilm, dalle tematiche quanto mai attuali, incentrato appunto su un giovane hacker, Elliot Anderson (meravigliosa interpretazione di Rami Malek), sociopatico disgustato dalla società che lo circonda: «Cosa ti delude così tanto della società? Oh, non saprei. Forse il fatto che (…) tutto il mondo non è che un grande imbroglio. Ci sommergiamo l’un l’altro di spazzatura, propinandoci cronache incentrate su cazzate spacciandole per verità e usiamo i social media come surrogato dell’intimità. (…) parlo delle cose che abbiamo, delle nostre proprietà, dei nostri soldi. Non sto dicendo nulla di nuovo. Sappiamo bene perché facciamo così. (…) perché vogliamo essere anestetizzati. Perché è doloroso non fare finta, perché siamo dei codardi. Si fotta la società».

È proprio Eliott una delle ragioni per la quale si rimane affascinati ed incollati al piccolo schermo, con il suo sguardo catatonico, il suo sentirsi sempre fuori posto in mezzo agli altri, il suo rifiuto delle regole di convivenza sociale, la sua urgenza di rinchiudersi in casa dopo essere stato all’esterno ed il suo relazionarsi unicamente a tu per tu. L’ansietà prodotta dal mondo circostante viene gestita attraverso l’utilizzo della morfina, lucidamente regolata in modo da non esserne totalmente dipendente. Movimenti meccanici, frasi che sembrano uscire dalla sua bocca come estratte con il forcipe, eppure è impossibile non sentirsi attratti dalla genialità di questa mente ossessionata che ingloba lo spettatore in un dialogo incessante: «Ciao, amico. Ciao, amico? È da sfigati. Forse dovrei darti un nome ma la cosa potrebbe degenerare. Sei solo nella mia testa, dobbiamo ricordarlo. Merda! Sta succedendo davvero, sto parlando con una persona immaginaria».
Lo spettatore è infatti, già dalla puntata pilota, parte integrante del gioco, compagno immaginario del protagonista, presente solo nella sua mente. La voce fuori campo è stata però una delle ragioni per cui la serie ha inizialmente destato qualche arricciamento di naso da parte dei network, maldisposti ad acquistarla: «Pensavano che ce ne fosse troppo. Odio lo stigma nei confronti della voce fuori campo, per me è uno degli strumenti migliori nella sceneggiatura, anche se va contro numerose regole della sceneggiatura. Alcuni dei miei film preferiti, Arancia Meccanica, Taxi Driver, Quei bravi ragazzi, hanno incredibili voci fuori campo. Si riesce ad avere un rapporto intimo con il pubblico che non si può avere con il solo dialogo nelle scene». Inoltre Esmail veniva accusato di abusare di una terminologia di settore, oltre che di un’abbondanza di scene che richiedevano specifiche competenze tecniche di rete per essere comprese: «Da un lato erano interessati a questo aspetto perché sembrava che fosse nello spirito del tempo ed attuale. Ma dall’altro lato, Hollywood ha sempre sbagliato quando ha parlato di questi argomenti, nei film ed in televisione, avevano paura di ripetere quest’errore».
Il successo decretato sembra aver dato ragione al creatore, che ha tenuto alta la tensione con colpi di scena e un’attenzione particolare nella caratterizzazione dei personaggi, oltre che aver sdoganato un mondo di nicchia, quello dell’hackeraggio e dei computer, mostrando quanto questa realtà virtuale non sia solo interessante ma sia ormai parte integrante ed ineliminabile della nostra vita.

«Democracy has been hacked», l’urgenza di Eliott di sovvertire l’ordine capitalistico per ripristinare l’uguaglianza e cancellare le ingiustizie, risucchia nel vortice di questa storia sviluppata in più episodi. Massiccio l’utilizzo di monologhi, citazioni, nonché un’autoanalisi costante permeata da una giudizio drastico e disincantato della società: «Di solito i bug hanno una cattiva reputazione, ma a volte, quando finalmente un bug decide di mostrarsi, può essere inebriante. Come se si fosse appena sbloccato qualcosa. Una grossa opportunità che aspettava di essere sfruttata. Perché, alla fine, l’unico scopo di un bug, l’unico motivo per cui esiste, è quello di essere un errore che deve essere corretto, di aiutarti a rendere giusto qualcosa di sbagliato. Il bug costringe il software ad adattarsi, per causa sua deve evolvere in qualcosa di nuovo. Deve aggirare l’ostacolo o superarlo. Qualsiasi cosa accada si trasforma. Diventa qualcosa di nuovo. La versione successiva. L’inevitabile upgrade».

Un viaggio schizoide, visionario e futuristico in una società troppo spesso tenuta in ostaggio ed ossessionata dalla tecnologia, da scoprire e gustare tutto d’un fiato, con la voce ipnotica di Eliott e il suo viso emaciato come compagni: «Questo è il mondo in cui viviamo. Le persone contano sugli errori altrui. Per manipolarsi e usarsi a vicenda. Anche per relazionarsi. Un caldo e caotico cerchio di umanità».

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