Yog-Sothothery: il vero orrore è capire troppo
C’è un momento preciso, leggendo Lovecraft, in cui il lettore smette di cercare un “mostro” e si rende conto che il vero terrore non è in ciò che appare, ma in ciò che resta fuori campo. È lì che scatta l’effetto Lovecraft: quando intuisci che l’universo non solo è indifferente alla tua esistenza, ma potrebbe benissimo cancellarti come una nota sbagliata su uno spartito cosmico. Con Yog-Sothothery. Oltre la soglia dell’immaginario di H.P. Lovecraft, curato da Salvatore Santangelo e pubblicato da Castelvecchi, questa consapevolezza non solo si amplifica, ma viene scomposta, sezionata, vivisezionata. E, cosa più rara, senza rovinarne il mistero.
La raccolta di saggi – sette autori, sette chiavi di lettura, nessuna pretesa di esaustività (per fortuna) – prende il nome dal termine coniato da Lovecraft per definire la propria mitologia: Yog-Sothothery, un’autodefinizione ironica, e già questo la dice lunga. Lovecraft non è mai stato uno scrittore “semplice” né, tantomeno, uno che si prendeva troppo sul serio. L’orrore cosmico di cui parlava era una constatazione, non un’espediente narrativo. E il libro ha il pregio, raro, di partire da qui.
Angelo Clementi, Virginia Como, Pietro Guarriello, Adriano Monti Buzzetti Colella, Miska Ruggeri, Paolo Mariani: ciascuno affronta Lovecraft da una prospettiva diversa, senza pasticciare con interpretazioni forzate o letture ideologiche. È già un mezzo miracolo. La forza di questa raccolta è proprio la varietà degli approcci: non c’è un’unica verità da imporre, ma una costellazione di sguardi che si arrischiano dentro l’indicibile.
C’è la Lovecraftiana inquietudine del sapere – che porta alla follia – e c’è la forma. Perché, inutile girarci attorno, Lovecraft scriveva in un modo tutto suo: arcaico, iperletterario, barocco, eppure incredibilmente efficace. Guarriello, studioso e curatore di lungo corso, lo spiega con puntualità filologica. Ma c’è anche chi, come Como, indaga la dimensione epistemologica: la conoscenza come abisso, l’intelletto umano come sonda impazzita in un oceano troppo vasto. Nessuna verità ci salva, e chi osa guardare oltre la soglia – letteralmente – ne paga il prezzo.
Miska Ruggeri, nel suo saggio, affronta il cuore pulsante della Yog-Sothothery: il culto dell’ignoto, la divinizzazione dell’Altro, la religione del vuoto. È forse il capitolo più audace del volume, e anche il più disturbante. Perché alla fine, quello che Lovecraft ci dice è che il divino non ha volto, né morale: è puro orrore matematico, disinteresse assoluto, cieca geometria dell’infinito.
Ora, veniamo a un punto che molti libri simili ignorano: Yog-Sothothery non è solo un esercizio accademico. È un libro che, pur avendo basi solide, sa parlare anche al lettore non specialista. Non banalizza, ma non si chiude nella torre d’avorio. Cita, certo, ma non si compiace. Evoca, ma non spiega troppo. Perché, e qui sta il genio, spiegare Lovecraft in modo esaustivo è come pretendere di misurare il tempo con un compasso: puoi provarci, ma finirai per disegnare cerchi vuoti.
Il volume non manca di toccare anche le declinazioni culturali del mito: cinema, musica, narrativa post-lovecraftiana. Ma lo fa con misura. Non si fionda su Cthulhu come mascotte pop, non scade nel merchandising dell’orrore. È un’analisi sobria, rispettosa, che restituisce dignità a un autore troppo spesso ingabbiato tra il nerdismo da salotto e la demonizzazione ideologica.
Naturalmente, non è un libro perfetto. Alcuni saggi, specie nei passaggi più accademici, tendono a chiudersi su se stessi. Qualche frase sembra scritta più per un convegno che per il lettore curioso. Ma sono peccati veniali, in un’opera che ha l’ambizione – e in gran parte anche la riuscita – di restituire Lovecraft al suo giusto contesto: quello di uno scrittore tragico, disperato, modernissimo nella sua visione di un cosmo senza centro.
Yog-Sothothery è dunque un’ottima porta d’accesso per chi vuole andare oltre l’icona e scoprire l’architettura profonda del pensiero lovecraftiano. Ma è anche un prezioso compagno di viaggio per chi, come me, ha letto Il colore venuto dallo spazio più volte di quanto vorrebbe ammettere e continua a chiedersi cosa sia davvero quell’“altra realtà” che si intravede tra le righe. Perché alla fine, come diceva Lovecraft, “la cosa più misericordiosa al mondo è l’incapacità della mente umana di mettere in relazione tutto ciò che contiene”.
E questo libro, invece, prova a metterle in relazione tutte. Con coraggio, lucidità, e anche un po’ di sano terrore.




