Le linee invisibili che ridisegnano il potere

Il diritto non vive mai nel vuoto, ma si applica sempre in un luogo, dentro un tempo, entro un confine. Citando la formulazione iconica di Natalino Irti, il geo-diritto è lo studio delle relazioni tra norma giuridica e punti dello spazio. È una definizione che oggi acquista una forza nuova. Nell’età delle filiere globali, delle piattaforme digitali e delle infrastrutture transnazionali, il confine non è affatto scomparso: si è moltiplicato. Si annida nelle giurisdizioni, nei regimi di enforcement, nei controlli sugli investimenti, nelle sanzioni, nei nodi logistici e finanziari che consentono o impediscono la circolazione di merci, capitali, dati ed energia.
Intanto, il quadro multilaterale mostra crepe sempre più evidenti: dal 2019 l’OMC non garantisce più un sistema pienamente funzionante di risoluzione delle controversie commerciali su due gradi, mentre le dispute tra Stati e investitori sulle risorse strategiche hanno raggiunto nel 2025 il livello più alto dell’ultimo decennio. È in questo paesaggio che il geo-diritto diventa una chiave di lettura del mondo contemporaneo come rileva Luca Picotti con il suo ultimo libro, “Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati”, edito da Egea.
La lettura della geopolitica dall’angolo visuale del diritto mostra come norme, giurisdizioni e sistemi di enforcement siano tornati a essere il campo di gioco decisivo in cui si muovono imprese, mercati e governi: la globalizzazione viene progressivamente imbrigliata da nuove linee di frattura, meno visibili dei vecchi confini politici e spesso più incisive. Il libro convince soprattutto quando mette a fuoco gli strumenti concreti del geo-diritto. L’Inflation Reduction Act dell’amministrazione Biden ha reso plastica la trasformazione della politica industriale in strumento geopolitico: crediti d’imposta, sussidi e garanzie sui prestiti vengono impiegati per attirare investimenti, ricostruire capacità produttiva sul suolo americano e legare la transizione ecologica a sicurezza energetica e continuità degli approvvigionamenti. Lo stesso Picotti, in un suo intervento sull’IRA, descrive questa architettura come una leva giuridico-finanziaria diretta a rafforzare la manifattura statunitense e a presidiare i settori strategici; i siti ufficiali federali ricordano che l’IRA continua a sostenere, tra l’altro, incentivi per veicoli puliti e relative infrastrutture. Qui il diritto diventa selezione geografica: decide dove conviene produrre, investire, assemblare, localizzare.
Il secondo strumento sono le sanzioni, che Picotti descrive con grande efficacia come una tecnica di potere che opera attraverso la propria giurisdizione. Sanzionare un Paese terzo significa anzitutto ordinare ai soggetti che ricadono sotto la propria sovranità di interrompere rapporti, bloccare operazioni, negare accessi. Accanto alle sanzioni, i dazi e i controlli all’export compongono il terzo pilastro: Picotti lega queste misure alla competizione tecnologica e alla crisi delle filiere, fino a individuare nei dazi trumpiani un possibile “quarto shock” capace di allargare ulteriormente le crepe del sistema.
Il quarto strumento è il golden power, e più in generale il ritorno della sovranità nazionale come criterio ordinatore dell’economia. Anche qui il libro coglie una trasformazione profonda: gli Stati intervengono per presidiare asset, tecnologie, reti e capacità produttive ritenute strategiche. In Italia, la disciplina del Golden Power continua a estendersi e ad affinarsi; nel gennaio 2026 le revisioni approvate hanno incluso espressamente la “sicurezza economica e finanziaria” tra gli interessi nazionali protetti. È un passaggio rivelatore: la sovranità si sposta dentro il cuore delle infrastrutture economiche e finanziarie. Picotti, da componente dell’Osservatorio Golden Power, legge bene questa torsione: i confini giuridici tornano a contare perché tornano a contare i punti di controllo.
Per capire quanto siano decisive queste nuove linee invisibili basta guardare al caso Euroclear. Euroclear Bank si definisce come il principale International Central Securities Depository, cioè uno dei grandi snodi mondiali della custodia e del regolamento post-trade dei titoli. Proprio per questo, il congelamento degli asset russi ha trasformato una infrastruttura finanziaria apparentemente tecnica in un epicentro geopolitico. Secondo l’Istituto Affari Internazionali, circa 190-210 miliardi di euro di riserve russe immobilizzate si trovano presso Euroclear a Bruxelles; Reuters ha riferito che la banca centrale russa ha contestato in sede giudiziaria il congelamento dei fondi, sostenendo che la gran parte delle riserve sovrane bloccate in Europa fosse detenuta dalla società belga. La lezione è evidente: il potere passa dai grandi snodi di compensazione, custodia e regolamento che rendono possibile la circolazione del denaro globale. Quando uno di questi nodi si blocca, la geopolitica si materializza dentro l’ingranaggio giuridico-finanziario.
È qui che la riflessione di Picotti diventa ancora più interessante, perché smonta un equivoco tenace: l’idea che i settori ad alta tecnologia siano per definizione “immateriali” e dunque sospesi sopra i territori. In realtà, la materialità è tornata nuovamente centrale. I data center richiedono suolo, acqua, connessioni di rete, potenza elettrica, tempi autorizzativi e standard ambientali. La Commissione europea sta costruendo proprio per questo un sistema di reporting, rating e futuri standard minimi di performance energetica dei data center; l’IEA stima che nel 2024 essi abbiano consumato circa 415 TWh, pari all’1,5% dell’elettricità mondiale, e che possano arrivare a circa 945 TWh nel 2030. L’“immateriale” del cloud, dunque, poggia su una base fisica intensiva, costosa e territorialmente situata.
Lo stesso vale per i cavi sottomarini, che rappresentano una delle infrastrutture più concrete e vulnerabili dell’ecosistema digitale. Nel marzo 2026 la Commissione europea ha aperto bandi CEF per 200 milioni di euro destinati a reti ad alta capacità, inclusi i cavi sottomarini, indicando esplicitamente sicurezza, resilienza e protezione delle infrastrutture critiche come obiettivi strategici. La stessa Commissione collega questi investimenti anche al monitoraggio ambientale e climatico. Si capisce allora quanto sia riduttivo parlare di rete come di uno spazio senza geografia: la rete ha fondali, approdi, dorsali, centrali, giurisdizioni. E ha, soprattutto, vulnerabilità localizzate.
Anche il rapporto tra tecnologia e inquinamento entra a pieno titolo in questa nuova geografia del potere. L’UNEP richiama l’attenzione sul fatto che i data center producono rifiuti elettronici, consumano grandi quantità d’acqua, dipendono da minerali critici e assorbono energia spesso generata da fonti fossili, con ricadute dirette sulle emissioni. La questione ambientale diviene il punto in cui sovranità, diritto, infrastrutture e scarsità delle risorse tornano a incontrarsi.
Picotti mostra che i confini non sono affatto evaporati nell’era globale: si sono trasferiti nei codici normativi, nelle camere di compensazione, nei regimi sanzionatori, negli incentivi pubblici, negli snodi logistici, nei data center e nelle dorsali sottomarine. Il potere contemporaneo passa sempre meno dalle linee tracciate sulle carte e sempre più da quelle, invisibili ma decisivissime, che il diritto imprime allo spazio.





