Le armi in Nioh – Poesie di ferro e fuoco

Le armi in Nioh – Poesie di ferro e fuoco
Fonte immagine_ nakasendoway.com

Attraverso le categorie ed i minuziosi dettagli ed incisioni, Nioh, senza aprir bocca, narra lo spaccato di un giappone feudale in piena guerra civile. Quelli che, per noi occidentali, sono soltanto nomi e forme esotici, raccontano nella sua interezza l’ecosistema nipponico. L’arsenale di armi è stato utilizzato, in questo caso, non solo per fini puramente ludici, ma come metanarrazione latente dallo sviluppatore.

Quando si ha a che fare per la prima volta con un videogioco la difficoltà maggiore sta nel familiarizzare con i comandi e con le meccaniche di gioco. In Nioh, oltre questo tipo di percorso, bisogna percorrerne un altro: comprendere il mondo circostante, oltre la trama principale.

Come ogni souls-like che si rispetti in Nioh la sensazione heideggeriana dell’essere-gettati è forte e viva, quindi, per dirla in romanesco “se caschi te do er resto”. Cercate di non cadere e morire!

Ma non è soltanto per fini ludici che gli sviluppatori hanno pensato l’ambiente ed alcune meccaniche, perché ogni singola cosa in Nioh è intrisa di una quasi ovvia tradizione nipponica.

Ovvia perché, ciò che è strano e difficile da comprendere per noi occidentali, è scontato e quotidiano per gli occhi di un giapponese. Provo ad immaginare come si siano sentiti nel giocare Assassin’s Creed II; la lunghezza d’onda è proprio questa.

La “nostra” storia è fatta di antichi romani, di daghe, di centurioni che diventano gladiatori, di corone d’alloro del Sommo poeta, di tradizioni culinarie che affondano le radici ai tempi di Archimede, di Repubbliche marinare che veleggiano per il mondo allora conosciuto.

Di “loro” conosciamo qualche parola come katana e samurai e non condividiamo neanche il tasto conferma dei gamepad (non a caso Nintendo ha introdotto solo recentemente anche per noi occidentali il tasto A sulla destra e non in basso).

Il virgolettato è d’obbligo, perché parlare di noi e loro in un mondo sempre più globalizzato e connesso può essere fuorviante e pericoloso, ma, per interessi puramente storici, artistici e culturali, è bello seguire le piste che ci portano indietro, dove i tesori non sono fatti di oro e diamanti, ma di un qualcosa che sfugge al tempo e all’avidità materiale degli esseri umani.

Quanti nomi ci sono?

Guardando semplicemente il menù e l’inventario ci accorgiamo sin da subito di una presenza massiccia di nomi che non ci dicono quasi nulla e li apprendiamo come se incontrassimo per la prima volta il cirillico.

Io, che ho praticato il karate per molti anni, sorrido simpaticamente quando leggo la parola Ki, traducibile, molto banalmente, con energia vitale intesa più come lo spiritus latino, il soffio, l’anima, svuotandola però da qualsiasi sovrastruttura religiosa alla quale siamo abituati.

Da questa semplice parola potrebbe iniziare un viaggio lunghissimo. Nella scrittura kanji il Ki è rappresentato dall’ideogramma giapponese che raffigura il “vapore che sale dal riso in cottura”, testimonianza di quanto il riso e la cottura al vapore siano indissolubilmente legati a questo popolo: nutrimento essenziale il primo, energia eterea il secondo.

Il viaggio potrebbe seguitare per molto, ancora fermi nel menù, senza muoverci di un passo, con altre paroline magiche come ninjutsu, onmyo, yokai, ed un database enorme per ogni singolo personaggio storico, ma, quello che mi ha colpito di più in assoluto, è l’arsenale delle armi.

nioh_armi
Fonte immagine: polygon.com

Ci sono dieci categorie, DLC compresi: Katana, doppia Katana, Lance, Asce, Kusarigama, Tachi, Tonfa, Archi, Fucili ed infine Cannoni a mano. Ognuna di queste nasconde al suo interno numerose armi differenti tra loro da tantissimi punti di vista, ma soprattutto da quello storico. Ciò che si nasconde dietro la fucina nipponica giunge ai giorni nostri da un’eco lontanissima, fatta di miti e leggende, di uomini e di eredità, di storie millenarie.

Le loro armi, autentiche poesie di ferro e fuoco, giungono intatte ai giorni nostri; facciamo un salto insieme partendo dagli albori del periodo Edo (1603-1868), toccando quello Heian (794-1185) e l’invasione mongola del XIII secolo, per giungere alla restaurazione Meiji.

Ma soprattutto vediamo cosa rende unica una Odachi di Bizen (presente in Nioh) lunga ben tre shaku; più di 90 centimetri.

Torniamo a scuola per qualche minuto

Se a scuola vi avessero detto di studiare la storia del Giappone vi sareste guardati stupiti con il vostro compagno di banco: immaginate ora di farlo grazie a Nioh e da protagonisti.

La storia di William (nella realtà l’unico samurai occidentale), è ambientata proprio nel 1600, anno in cui Tokugawa Ieyasu riuscì a vincere definitivamente contro il clan Toyotomi dando inizio al suo shogunato (il periodo Edo per l’appunto, ufficializzato solo nel 1603).

Essere Shogun significava, in quel periodo, assumere il controllo non solo delle forze armate, ma del territorio, nazionale in questo caso, volendo usare un termine a noi più familiare. L’imperatore, di fatto, manteneva il suo potere nella sede di Kyoto, ma era lo Shogun a decidere le sorti del paese.

Le nostre battaglie videoludiche si legheranno proprio a questo periodo bellico estremamente violento: si narra che nella battaglia finale di Sekigahara furono mozzate circa 45.000 teste.

Sekigahara
Fonte immagine_ nakasendoway.com

Ma tra le tante armi e strategie utilizzate, qual era la spada più utilizzata? La uchigatana. Non vi dice nulla? Se la chiamassi katana sono sicuro che mi capireste. La uchigatana, lunga almeno 2 shaku, 60 centimetri circa, era diventata ormai dal XIII secolo l’arma preferita dal Bushi, la classe feudale giapponese, i samurai, perché la tachi, che vi ho accennato poco sopra, aveva mostrato i suoi limiti nel contrastare l’invasione mongola del XIII.

La tachi era un’arma devastante, potente, ma per certi versi ingombrante e lenta per la cavalleria: di fatto può essere considerata l’antenata della ben più nota katana.

La tachi, come le altre lame giapponesi, non sono tutte uguali! In Nioh le Odachi (la O sta a significare “più lunghe”, quindi tachi più lunghe del normale) hanno tantissimi nomi differenti e rappresentano tantissime tradizioni culturali differenti, come la Yamashiroden Odachi, della scuola di forgiatura di Yamashiro, la Kimibanzai Tomonari prodotta dal leggendario Tomonari, o la già citata Odachi di Bizen.

Il Gokaden

Mi rendo conto di aver fatto tanti nomi e di aver riportato diverse date, quindi facciamo un profondo respiro ed immergiamoci completamente nel Gokaden, traducibile con “le cinque tradizioni” riferito alle cinque scuole di forgiatura presenti sul suolo nipponico. Ognuna ha la sua storia, le sue tradizioni, ma soprattutto i suoi metodi. Le scuole sono:

  • Yamashiro (Kyoto)
  • Yamato (Nara)
  • Bizen (Okayama)
  • Sagami (Kanagawa)
  • Mino (Gifu)

La Odachi di Bizen presente in Nioh fa parte dell’omonima scuola di Bizen. Siamo nel periodo Heian (794-1185) e con la guida del clan Minamoto la scuola iniziò a forgiare armi di eccellente fattura.

Con Kyoto, capitale e nodo nevralgico del potere e del commercio dell’epoca, non troppo distante, corsi d’acqua e risorse di ottima qualità in abbondanza, come carbone, ferro e pino rosso giapponese, Bizen divenne presto importante.

Le loro lame hanno dei segni distintivi che le resero uniche: itamehada e chōji. Il primo è difficile da descrivere e certamente le immagini aiuteranno; si tratta di una sorta di venatura dell’acciaio, un motivo, presente lungo tutta la lama e che ricorda il legno. Il secondo invece è ancora più difficile da descrivere, perché non si tratta di un’incisione, ma di una sorta di disegno che ricorda i chiodi di garofano.

La firma è inequivocabile, così che ovunque viaggiasse la spada portasse con sé qualcosa di “casa”. Questi dettagli in Nioh non sono apprezzabili, ma lo è la ricerca minuziosa di nomi e caratteristiche morfologiche aderenti al vero.

La metanarrazione latente

Nioh è un videogioco ed il suo compito è quello di divertire e, possibilmente, narrare una storia. Riesce a fare entrambe le cose e, se non fosse per la ripetitività di alcuni livelli e creature sarebbe davvero un gioco perfetto.

Ciò che mi ha colpito di più non è stata la componente ludica o la sua trama, ma la capacità da parte degli sviluppatori di immergere William in una fonte storica, artistica e culturale inesauribile.

Quello che avete appena letto è un articolo di giornale, limitato strutturalmente nella distanza che è in grado di percorrere, perché Nioh meriterebbe, piuttosto, un saggio. È la punta dell’iceberg delle informazioni che ho raccolto, è un viaggio scaturito dal solo inventario, senza contare l’ambiente circostante, il folklore, le creature, la colonna sonora coerente: prendendo in prestito dal vocabolario anglofono, la lore.

Quando la narrazione è un “effetto collaterale”, voluta o non voluta dallo sviluppatore, ma mai attiva e palese, si può dire che il videogioco è riuscito a fare un passo in più. Io credo che gli sviluppatori abbiano voluto dialogare con il videogiocatore in una metanarrazione che non gli si rivolge apertamente, ma è cercata a tutti i costi, perché la ricchezza di Nioh è tale da non poter essere un caso fortuito.

L’intento non è stato semplicemente quello di fare un gioco divertente o dalla bella trama, ma di creare uno strumento in grado di farci viaggiare con coerenza e tanta curiosità nel mondo nipponico (e di Nioh).

Siamo abituati, con i film ed i libri, ad usare l’espressione “leggere tra le righe”; è sicuramente questo il caso di applicarlo anche ad un videogioco, perché la capacità comunicativa dell’essere umano è un caleidoscopio e non può certo fermarsi a questo o a quello strumento per farlo.

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