La classe: la cultura come riscatto

La classe: la cultura come riscatto
Claudio Casadio in La classe, di Vincenzo Manna, regia Giuseppe Marini

Giuseppe Marini firma la regia di La classe, una sinfonia inquietante di urla di rabbia e dolore di giovani studenti liceali “dimenticati”; la drammaturgia incisiva e violenta di Vincenzo Manna parla la loro lingua, si riempie dei loro gesti forti, volgari e aggressivi, del loro esibizionismo necessario a non sentirsi invisibili.

In scena al Teatro Elfo Puccini di Milano sino al 3 febbraio 2019.

La classe ha una finestra da cui si vede lo “zoo”, che è una zona recintata abitata da profughi; stanno costruendo un alto muro intorno per nasconderlo alla vista. Si vede anche il fiume, lungo il quale si sono ammassate baracche accanto alle quali brucia sempre qualcosa, e poi, più lontano, il mare. Ma è un mare da cui si parte per scappare da una terra abbandonata dalle istituzioni, dai valori, dall’umanità, dove violenza e criminalità sono la quotidianità.

La classe è fredda, priva di riscaldamento; è disordinata e sporca. La bella ed evocativa scena a firma di Alessandro Chiti, resta invariata per tutto lo spettacolo.

Sul pavimento fogli, cartacce e rifiuti. Proprio come gli studenti che la frequentano. Anche loro sono rifiuti delle loro famiglie, della società, di un mondo che non li vuole e li accusa.

Sono ragazzi difficili con provenienze diverse ma accomunati da un destino di disperazione: c’è lo zingaro, l’ebrea, il ragazzo di colore, il bullo violento, la sua ragazza bellissima e la ragazza spaventata. Nessuno vuole fare lezione. Sono chiusi a qualsiasi stimolo esterno. Sentono che gli adulti non hanno fiducia in loro e loro hanno finito per perderla in se stessi; il freddo della classe, è quello che loro hanno dentro.

L’insegnante, un tormentato Andrea Paolotti, è già in classe. É giovane, nuovo, deve fare un corso di recupero crediti per studenti sospesi per motivi disciplinari. Il preside gli ha consigliato di tenerli buoni, di fare guardare loro film e documentari. Non serve l’educazione, dice il preside, Claudio Casadio, ormai disilluso e pronto a difendere l’ordine. Facciamo finta di nulla e poi li promuoviamo tutti, perchè è una responsabilità troppo grande tenerli qui.

Come volatili senza ali

Aggiunge guardando di sottecchi il giovane professore idealista: non si faccia venire strane idee di salvarli, fallirebbero! Quei ragazzi, continua con una punta di disprezzo sono come delle galline, dei volatili che non sanno volare perchè hanno le ali troppo piccole. Sono una comunità molto attenta, al punto che, appena se ne ammala una, le passano accanto per darle una beccata profonda, sino a quando non muore. Lo fanno per difendere il gruppo; una malattia infettiva sarebbe infatti la fine di tutte. L’unica cosa che conta, conclude il preside, sono i conti e la festa di natale per salvare le apparenze.

Ma il professore non ci sta. Lui, grazie alla scuola, è riuscito ad uscire dallo zoo. In quei ragazzi rivede se stesso, le sue difficoltà, qualcosa di irrisolto, ed  ora vuole offrire loro e dare a se stesso questa possibilità. Riesce a motivarli ascoltandoli, osservandoli, immaginando come vivano.

Il riscatto: la cultura

E offre loro “cultura”, cioè, umanità. Quella che faceva recitare a Primo Levi, il canto di Ulisse a Pikolo. Quello squillo di tromba per non perdere la dignità. “Fatti non foste per vivere come bruti, ma per servire virtute e conoscenza” declama in Se questo è un uomo, aggrappandosi all’umanità che sta scivolando verso la bestialità.

Il giovane professore infatti li rende partecipi della sofferenza altrui tramite un progetto scolastico. Per la prima volta i ragazzi non “reagiscono”, ma scelgono di agire, occupandosi dell’olocausto che vivono loro coetanei a poche ora da loro (noi), in terre martoriate da dittatura e guerra.

La classe è un urlo di rabbia per un’eredità morale mancata, un monito ad adulti occupati solo a monetizzare la quotidianità. Ma anche una storia di riscatto che attraversa violenza fisica, verbale, psicologica, rabbia, chiusura e disperazione; per poi giungere ad una condivisone di valori fondanti nei quali quasi tutti gli studenti si riconoscono.

É attorno a questi che comincia a formarsi l’idea di comunità. Da cui resta escluso chi non riesce più a credere nella vita. E sorpreso il preside, che finisce con l’appoggiare il professore.

La classe diventa cosi un esempio di responsabilità civile nel vuoto che gli adulti creano.

Bravi tutti gli attori. Particolarmente generosi nella recitazione, “gli studenti”.

 

Teatro Elfo Puccini,

Corso Buenos Aires, 33, 20124 Milano MI

Telefono: 02 0066 0606

La classe

di Vincenzo Manna

con Claudio Casadio, Andrea Paolotti, Brenno Placido

e Edoardo Frullini, Valentina Carli, Haroun Fall, Cecilia D’Amico, Giulia Paoletti

regia Giuseppe Marini

scene Alessandro Chiti

costumi Laura Fantuzzo

musiche Paolo Coletta

light designer Javier Delle Monache

produzione Accademia perduta Romagna Teatri, Società per attori, Goldenart production

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