Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo: l’arte di decadere
É difficile restare nella Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo, che sta di casa nel niente e sembra voglia vivere allo stato inorganico. Perché in quel piccolo spazio inizialmente baroccamente arredato, un indolente, cinico ma suadente Lino Musella, ci trascina, nostro malgrado, nei gironi infernali e concettuali della sua decadenza.
Lo fa con sapienza, mettendo la sua intelligenza a servizio di un ammiccante thanatos, con ragionamenti cervellotici e talvolta ripetitivi che possono creare disagio nello spettatore.
Lo spettacolo, su un testo inedito di Fabrizia Ramondino in scena al Teatro Parenti di Milano sino al 12 aprile 2026, è diretto da Mario Martone. In scena anche Iaia Forte, Tania Garribba, Giorgio Pinto, India Santella e Matteo De Luca.
Lino Musella, il compositore, è mollemente adagiato su un canapè che funge da letto, in canottiera bianca e boxer neri. Inizialmente inneggia alla sua libertà compositiva, che non segue filoni tematici o musicali di moda.
Con la smorfia tipica di chi si crede superiore racconta, con tono di voce cadenzato, dell’ostilità della critica che non ha capito i suoi componimenti perché considera ciò che è semplice, sano e ciò che è complesso, malato. E lui naturalmente crea, compiacendosi, complessità.
Vorrebbe raccontarci la sua vita come una composizione musicale, dove tra la nota iniziale e quella finale, c’è tutta una sinfonia, un affresco, un romanzo.
Ma la nota iniziale, il suono che c’è stato alla sua nascita, gli sfugge. Mentre quella finale, l’ultima sua composizione suonata da strumenti che parlano di dissoluzione, sembra una cacofonia che nasce nei territori emotivi dell’infanzia priva di nutrimento affettivo.
Passa quindi a presentarci i pezzi della sua orchestra, mentre la scena si arricchisce di nuovi personaggi. Ecco la mamma, elegantissima, che si cura più della sua antica beltà che di questo figlio che si va perdendo.
Lei lo nutre con cibo raffinato: gli porta le praline fatte fare appositamente per lui, e solo per lui ordina un timballo con pasta frolla, piatto dell’antica tradizione napoletana ormai introvabile.
Non si accorge del bisogno di lui di cibo “celeste”, di come lui sprofondi in una ricerca compositiva nichilista e venata da necrofilia. Per lui, lei è un instabile violino che presto abbandonerà la scena.
Ecco allora la moglie, una semi anaffettiva-viola. C’è stato per un attimo un cerchio magico d’amore. Ma l’amore si sa, capita tra capo e collo e finisce col decapitare.
A nulla servono i tentativi della moglie di far luce sul suo (di lui ) bisogno egocentrico di attenzioni. Anche lei abbandona la scena.
La sfarfalleggiante figlia-violoncello, porta l’amore in scena, quello puro per il suo ragazzo, l’amico-contrabbasso e per la vita tutta.
Ma il compositore teme questo sentimento di gioia inquieta. Anche la figlia, dopo vari tentativi di comunicare col padre, lascerà col ragazzo la scena per andare a danzare la vita con la musica da lei scelta e non con quella imposta dal padre.
La scena ora è praticamente vuota. Un usuraio infatti, che entra a tratti, porta via gli oggetti che avevamo visto all’inizio, carichi di storie e eredità familiare. Al loro posto lascia, di volta in volta, sagome di strumenti musicali stilizzati, fuori scala, che privilegiano la suggestione di una realtà sublimata dove, come in un quadro di De Chirico, la figura umana osserva ma non agisce.
Una cacofonia di note e rumori chiuderà lo spettacolo.
Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo
testo inedito di Fabrizia Ramondino
regia e scene Mario Martone
con la collaborazione di Ippolita di Majo
con Lino Musella, Iaia Forte, Tania Garribba, Giorgio Pinto, India Santella, Matteo De Luca
costumi Ortensia De Francesco
luci Cesare Accetta
con i contributi di Ernesto Tatafiore (strumenti musicali), Pasquale Scialò (sinfonia degli attacchi), Anna Redi (tango)
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
durata 1h10 minuti.




