Eutanasia: la libertà, regola comune di un gioco individuale. Risposta a Giovanni Salmeri

Eutanasia: la libertà, regola comune di un gioco individuale. Risposta a Giovanni Salmeri

In filosofia come in politica, i cattivi assumono sempre il volto disumano e maligno che i buoni gli attribuiscono. Raramente si è realisti nel ritratto dei propri antagonisti: sotto l’influenza nascosta di pregiudizi inespressi, si tende piuttosto a dipingere la silhouette dei propri avversari con tratti espressionisti o con uno spirito impressionista. Un simile atteggiamento, che può forse essere giustificato negli anfiteatri mediatici della politica, non dovrebbe avere diritto di cittadinanza in filosofia. Il filosofo deve, infatti, opporsi ai propri pregiudizi, non allearsi ad essi; deve andare oltre la doxa, non immergersi in essa.
Il professor Giovanni Salmeri, filosofo e professore di Storia del pensiero teologico, nel suo articolo Eutanasia: le regole di quale gioco? sembra invece aver scelto un metodo opposto – quella che definirei qui, senza alcuna intenzione polemica, la via sensazionalistica. Certo, il suddetto intervento aveva un carattere giornalistico e genuinamente divulgativo. Ciò non toglie che, anche quando ci si rivolge ad una platea di non-filosofi, sia sempre necessario attenersi ad un metodo filosofico rigoroso ed oggettivo.

Vengo al dunque. La prospettiva di Salmeri ha, a mio modo di vedere, almeno quattro difetti evidenti: è incompleta, approssimativa, pregiudiziale e implicitamente paternalista.

È incompleta, perché affronta il tema tragicamente complesso della legalizzazione dell’eutanasia focalizzandosi strategicamente su un solo aspetto come se fosse l’unico: secondo Salmeri, infatti, «il punto cruciale è che l’eutanasia di Stato, dovunque è stata introdotta, ha portato a questo effetto principale: a convincere sempre più i malati, gli anziani, i depressi, che è meglio che si tolgano di mezzo», aggiungendo poi la seguente domanda retorica: «quale altro risultato può avere una legge che a nome della collettività sussurra: “pensaci bene, ci sono buoni motivi per cui tu puoi volere farla finita”?».

È approssimativa, perché fa riferimento ad alcune problematiche particolari in maniera oscura ed allusiva, sostenendo, ad esempio, che «basta leggere i giornali» per accorgersi di come qualcuno stia cercando di estendere il diritto a «togliersi di mezzo» anche a «minorati mentali, bambini, detenuti pericolosi» – io, nella mia ignoranza, non ho colto il riferimento e avrei preferito un briciolo di chiarezza in più, di modo da poter condannare anche io, con cognizione di causa, simili aberrazioni eugenetiche da Terzo Reich.

È pregiudiziale, perché, al fine di persuadere il lettore dell’assoluta malvagità dell’eutanasia, adopera un vocabolario retorico e distorto – definendo, ad esempio, l’eutanasia stessa come «libertà di togliersi di mezzo», laddove invece l’etimologia greca del termine rimanderebbe piuttosto all’idea di una morte (thánatos), se non «dolce» e «migliore», quantomeno «buona» e «non dolorosa» (eu-).

È implicitamente paternalistica, perché dà per assunto che la propria personale concezione della libertà, della vita e della morte sia la «più profonda», la «più vera», la «più umana» e dunque l’unica giusta, come se ogni altra persona che scegliesse lucidamente l’eutanasia non fosse nient’altro che una disperata vittima della propria solitudine e della propria sofferenza, se non addirittura un inconsapevole sottoprodotto del processo tutto contemporaneo di individualizzazione e di disumanizzazione capitalista.

Fatte queste premesse, vorrei rivolgermi direttamente a lei, prof. Salmeri, per mostrarle come esista un’altra prospettiva sul problema dell’eutanasia. Prospettiva che, non ritenendosi migliore della sua, non pretende nemmeno di essere considerata più profonda o più umana di essa, poiché – detto per inciso – una simile rivendicazione di maggiore profondità e di maggiore umanità da parte sua equivale d’emblée ad una accusa implicita di superficialità e di disumanità nei confronti dei suoi avversari.

Immaginiamo alcuni scenari possibili. Domani un’auto potrebbe investirmi. Dopodomani potrei ritrovarmi immobilizzato sul letto di casa mia, attaccato ad un respiratore, con a malapena la possibilità di comunicare col mondo esterno attraverso gli occhi. Le domande che le rivolgo, prof. Salmeri, sono le seguenti: 1) in una simile condizione, quale sarebbe il suo personale giudizio nel caso in cui scegliessi liberamente e lucidamente di morire? E soprattutto: 2) a prescindere dal suo giudizio morale, ritiene che da punto di vista esistenziale e giuridico io abbia in tal caso il diritto di scegliere se, come e quando morire?

In attesa di una sua risposta, posso dirle quale sarebbe la mia. Se immobilizzato su quel letto ci fosse lei, io le lascerei la più assoluta libertà di scelta. Nella mia prospettiva, infatti, restare in vita o scegliere di morire rientra nei confini esclusivi della sua inalienabile libertà, entro i quali la mia altrettanto inalienabile libertà non ha diritto di intromissione.

Nel caso in cui lei scegliesse espressamente di restare in vita, ad esempio, io esigerei, in quanto cittadino, che le venissero garantite tutte le misure necessarie per farlo, a prescindere dal costo – e, al contrario, protesterei nel caso in cui uno Stato pasticcione ed «assoggettato al mercato» la dotasse gratuitamente di quello che lei chiama, con un’espressione ad effetto, un «kit per l’eutanasia».

Nel caso in cui, invece, scegliesse espressamente di morire, io esigerei nello stesso modo che le venissero garantite tutte le misure necessarie per farlo con dignità, nella legalità e nel modo più indolore possibile, a prescindere dal costo – e, al contrario, protesterei nel caso in cui uno Stato paternalista ed «assoggettato al Vaticano» le imponesse di restare in vita ad ogni costo, contro il suo stesso volere lucido e sovrano, in nome di un non meglio precisato «dovere alla vita».

Lo stesso si dica in altre situazioni forse meno tragiche, come ad esempio nel caso in cui, ormai anziano, lei scegliesse di andarsene perché sazio di vita, o nel caso in cui, dopo la scoperta di una malattia terminale, lei scegliesse di andarsene nel pieno della sua lucidità – seguendo in tal modo il consiglio dello Zarathustra di Nietzsche, che immagino lei non ami più di tanto: «morire al momento giusto», perché si è «liberi per la morte e liberi nella morte», perché non si vuole più appendere «corone rinsecchite nel santuario della vita», perché ci si vuole «staccare dal ramo» quando si è maturi al punto giusto, etc.

A mio avviso, prof. Salmeri, lei adopera un’idea mutilata di libertà: nella sua prospettiva, infatti, mi sembra di capire che siamo liberi di fare e scegliere tutto – il bene e il male di fronte a Dio, la carità come la malvagità di fronte agli uomini – ma non siamo affatto liberi di scegliere autonomamente il come, il quando e il perché della nostra morte.

Allo stesso tempo, lei sembra esacerbare in una direzione deterministica e quasi mistica la contingente realtà degli affetti personali: ha in parte ragione ad affermare, con tono solenne, che «ognuno di noi esiste in un contesto di realtà e di affetti del quale non è padrone e che (qualsiasi cosa stabiliscano le leggi) non può creare o disfare»; ma allo stesso tempo sembra dimenticare o non comprendere che, all’interno di alcuni «contesti di realtà e di affetti», l’eutanasia è un atto di amore, un dignitoso gesto di pietà e di umanità nei confronti di una persona che amiamo e che ci ama, la quale ci chiede di alleviare le sue sofferenze proprio in nome di quel vincolo affettivo che ci lega ad essa.

I miei cari lo sanno: se dovessi trovarmi in una simile condizione di stallo vegetativo, nella quale non potessi nemmeno fare quello che mi riesce meglio (e cioè scrivere), loro sceglierebbero di dar seguito alla mia volontà di andarmene, di donare tutti i miei organi e di seppellirmi con un rito laico – e lo farebbero per amore, non per «assoggettamento al mercato» o perché teorici intransigenti dell’individualismo occidentale.

È una questione di umanità e di amore, ma anche e soprattutto di lucidità, di liberalità e di disincanto: per chi, come lei, crede ancora ad un significato ultraterreno e superiore della sofferenza – per chi, cioè, crede che il male e la morte rientrino ancora in un enorme ed imperscrutabile disegno divino – l’eutanasia ha sempre un volto blasfemo ed inumano, anche quando a sceglierla sono persone con le quali non si ha alcun tipo di rapporto.

Al contrario, per chi, come me, vede in ogni terremoto ed in ogni tumore prenatale soltanto le bizzarrie del caso, l’eutanasia coincide con l’estensione della libertà umana nel dominio inumano della necessità – l’affermazione ultima dell’amore dell’uomo in un mondo disertato dall’amore di Dio.

Giovanni Gaetani
8 maggio 2015

Articolo di Giovanni Salmeri: https://www.2duerighe.com/autori/2015-05-04-eutanasia-le-regole-di-quale-gioco

——————————————————————

Post-scriptum di Giovanni Salmerihttps://www.2duerighe.com/autori/2015-05-04-eutanasia-le-regole-di-quale-gioco#postscriptum1

Risposta di Giovanni Gaetani al post-scriptum di Giovanni Salmeri

Innanzitutto vorrei ringraziare il prof. Salmeri per il suo post-scriptum e Paola Mattavelli per il suo commento. Trovo questo dibattito costruttivo e stimolante, ivi compresa tutta l’ironia di certe domande retoriche e di certe “frecciatine filosofiche” — le mie come quelle di Salmeri.

Vorrei fare tre piccole precisazioni ed un invito, anche se il discorso sarebbe effettivamente molto più lungo, come lei ha giustamente intuito nel post‑scriptum – chissà se un giorno non avremo la felice occasione di parlarne a voce:

  1. lei non ha mai detto che l’eutanasia fosse un gesto «blasfemo», è vero e le chiedo scusa per questa falsa attribuzione. Forse mentre scrivevo quella frase avevo in testa l’articolo 2324 della Dottrina della Chiesa Cattolica che recita come segue: «L’eutanasia volontaria, qualunque ne siano le forme e i motivi, costituisce un omicidio. È gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore»; oppure avevo in testa l’articolo 2277 che definisce l’eutanasia «moralmente inaccettabile».
  2. conosco bene le problematiche a cui alludeva, prof. Salmeri. La mia critica era piuttosto di metodo espositivo, e non di contenuto; essa verteva sul fatto che, in un articolo così netto e sbilanciato sull’eutanasia, si facesse riferimento a problematiche estremamente delicate in maniera indistinta ed allusiva. Il punto è che non tutti i lettori sono filosofi o bioeticisti che si interessano quotidianamente di certe questioni – per quanto Google possa essere loro fedele amico. Un semplice link ad un articolo sui fatti citati sarebbe dunque bastato: ciò avrebbe avvalorato e arricchito senza dubbio la sua stessa argomentazione, mettendo il lettore in grado di giudicare meglio sulla questione.
  3. se servisse effettivamente a qualcosa, potrei riportarle degli estratti di Nietzsche ben più crudi di quello da lei citato, e ciononostante rimarrei sempre della stessa idea: a mio modo di vedere, la morte non è un dovere imponibile a nessuna persona, tanto quanto non lo è il restare in vita contro la propria volontà; per questo motivo una persona in pieno possesso delle sua capacità di giudizio dovrebbe sempre avere il diritto di poter scegliere liberamente – e soprattutto legalmente – l’eutanasia, così come, per lo stesso motivo, dovrebbe avere sempre il diritto di restare in vita se lo vuole, in qualsiasi condizione di salute egli versi. Ma un minorato mentale o un neonato non rientrano in questa categoria di esseri capaci di libera autodeterminazione, a differenza invece di un detenuto. Ecco perché è necessario essere chiari quando si parla di simili tematiche, cercando di non accorpare fenomeni così eterogenei tra loro. Altrimenti il rischio è quello di condannare un fenomeno legittimo – l’eutanasia scelta autonomamente – assieme alle sue distorsioni – l’eutanasia disposta/imposta a persone non in grado di scegliere autonomamente.
  4. Ad ogni modo, non si preoccupi: in quella provincia del Vaticano che è l’Italia tutto tace. Si parla di eutanasia e si propone di legiferare a riguardo con la stessa frequenza con cui ricorrono gli anni bisestili. Gli animi dei nostri politici e dell’opinione pubblica si riaccendono come per magia, infatti, solo in occasione di alcuni casi eclatanti, come quello di Piergiorgio Welby o di Eluana Englaro – NB: al primo sono stati negati i funerali in chiesa perché la sua lucida e reiterata volontà di morire andava contro il «il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2283; 2324-2325», ma questa è un’altra questione evidentemente. Il punto è che, laddove qualche stato europeo sta forse facendo un passo in avanti di troppo, noi invece ne facciamo cinque all’indietro.
  5. le due domande che le ho posto vertevano non su quelle che definirei «le problematiche avanzate dell’eutanasia», bensì sulla questione più elementare e significativa dell’eutanasia scelta da una persona cosciente e autonoma. Visto che le sue risposte continuano ad interessarmi, la invito nuovamente a rispondermi qui, quando e se vorrà. Le riporto qui le due domande, per comodità: se dovessi ritrovarmi «immobilizzato sul letto di casa mia, attaccato ad un respiratore, con a malapena la possibilità di comunicare col mondo esterno attraverso gli occhi: 1) quale sarebbe il suo personale giudizio nel caso in cui scegliessi liberamente e lucidamente di morire? E soprattutto: 2) a prescindere dal suo giudizio morale, ritiene che da punto di vista esistenziale e giuridico io abbia in tal caso il diritto di scegliere se, come e quando morire?»

Giovanni Gaetani
12 Maggio 2015

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook