Il paradosso della democrazia liberale – Risposta a Davide Lazzini sul Family Day

Il paradosso della democrazia liberale – Risposta a Davide Lazzini sul Family Day

Scrivere un articolo in risposta a un altro è spesso un rischio. Come ci ricorda Adam Smith, l’uomo ha in considerazione la propria reputazione con i suoi pari tanto quanto l’interesse personale e, in questo caso, si potrebbe fraintendere la risposta agli argomenti di una persona con una risposta alla persona. Forse in un ‘Quotidiano Indipendente’ questa è una premessa inutile ma, ricordando che al di là delle istituzioni ci sono sempre uomini, era importante farla (mi si lasci aggiungere che sotto il velo dell’ovvietà molte buone argomentazioni nei dibattiti vengono fatte fuori).

Non tergiversando oltre, il motivo di questo articolo è un commento critico ad  un’analisi, quella di Davide Lazzini sul Family Day (reperibile su questo giornale al titolo “ Family day, una partita giocata male  ”), che in molti aspetti non condivido; da lì passerò  ad evidenziare alcuni aspetti rilevanti in materia di ‘diritti civili’.

Lazzini prima di esporre il vero punto d’interesse del suo articolo, l’analisi dei rapporti di forza tra piazza e governo, fa tre considerazioni a mio parere evitabili. La prima è sui buoni e belli contro i brutti e cattivi. Impostandosi in una dialettica amico/nemico tipica di una logica di piazza, ma non di una ponderata analisi ex post, risponde alla poco felice espressione  di Gandolfini dicendo “non osiamo immaginare quale possa essere il volto brutto e falso dell’Italia anche se, osservando proprio il Family day, un’idea ce la possiamo fare”. In piazza c’erano anche miei cari amici, persone che conosco da anni e che hanno la mia più profonda stima e amicizia: non mi pare il caso di generalizzare, ripeto, in un’analisi postuma.

La seconda considerazione è sui bambini strumentalizzati, “che, in fondo, chiedono solo amore e rispetto (poco importa se questo arriva da due papà o due mamme)”. Il sentimento che ispira la considerazione è nobile ma non credo si possa liquidare una questione così complessa (ricordiamo soltanto il dibattito sulla stepchild adoption) con una frase. Se poi, come è ragionevole supporre, mi si risponderà che il commento era sulla strumentalizzazione in sé allora si peggioreranno le cose. Ogni manifestazione, di ogni campo e schieramento, ha visto la partecipazione di famiglie e bambini e, sinceramente, una dedicata alla famiglia sarebbe stata inutile senza le famiglie.

Terza e ultima considerazione, quella sulle prime pagine dei giornali che non hanno riportato la notizia. So di dire per la seconda volta una cosa nota e lapalissiana ma, sul serio, non si può pensare che sia stato il flop della manifestazione ad aver determinato l’assenza dalle prime pagine dei quotidiani nazionali. Senza riesumare teorie su complotti o lobby, gradirei una considerazione più critica su una mancanza di informazione perlomeno curiosa se non preoccupante.

Mi scuso se sono andato oltre le intenzioni dell’autore ma era inevitabile: non sono uno spettatore imparziale e non osservo le cose da un punto di vista neutro, così come non lo fa Lazzini. Un quotidiano indipendente non è neutrale, ma vive delle anime e delle storie di coloro che vi scrivono e, talora, si confrontano.

Conclusa la critica mi rivolgo ora alla parte interessante dell’articolo, nel quale l’autore si interroga sulle conseguenze che una manifestazione del genere avrà sul governo e sull’iter parlamentare del ddl Cirinnà. Condivido il giudizio negativo, addirittura possiamo ipotizzare che la piazza sia stata funzionale a Renzi e all’esecutivo, e da qui prendo le mosse per due considerazioni di carattere generale.

In primo luogo va evidenziato il grande spazio politico e mediatico occupato dal tema delle Unioni Civili che, ad un osservatore minimamente attento, desterebbe qualche sospetto. Pochi decenni fa uno dei più grandi teorici della democrazia, Robert A. Dahl, ci invitava a ricordare che oltre al suffragio universale, ad elezioni frequenti, ad una partecipazione effettiva,   una caratteristica fondamentale per ogni sistema democratico è il ‘controllo dell’ordine del giorno’. Tradotto in altri termini, la possibilità dei cittadini di segnare e valutare, almeno in parte, l’agenda politica. Non si tratta di evitare il problema  ma di affermare che, anche nel caso si potesse trovare una soluzione condivisa su un tema così complesso, l’agenda politica ha temi più urgenti da mettere in cima alla lista. Voglio essere ancora più provocatorio: mi pare che la politica si impegni a fondo soltanto quando si parla di diritti che ‘non costano’, ignorando sistematicamente i diritti economici e sociali (povertà, disoccupazione giovanile, sanità, ambiente ecc.) che invece costano parecchio. Quest’ultimi sono quelli su cui, paradossalmente, ci sarebbe una più ampia convergenza tra correnti di pensiero opposte e, come l’attuale pontefice non si stanca mai di ricordare, sui quali bisognerebbe intervenire con più decisione. Anche qui siamo al confine con il lapalissiano, con una cosa così ovvia che non c’era neanche bisogno di ricordarla a meno di non voler cadere nel più facile populismo. Ma, ci tengo a ripeterlo e lo rifarei 1000 volte se fosse necessario, con la scusa dell’ovvio e del lapalissiano molte battaglie politiche e culturali, ma anche molti dibattiti tra amici,  vengono sterilizzati se non controllati.

In secondo luogo ho trovato particolarmente illuminante la riflessione di un noto editorialista del Corriere della Sera, di cui non sempre condivido il modo di giudicare la realtà, che si interrogava sulla radice dei diritti in una società democratica. L’autore si interrogava sul reale impatto che l’appello ai principi e alle argomentazioni avessero nel dibattito sui diritti in una società democratica. La risposta è impietosa: nessuno, “basta il volere di una maggioranza”. Eppure almeno tre secoli fa Alexis De Tocqueville ci metteva in guardia dalla tirannia della maggioranza e, più recentemente, Norberto Bobbio ci ricordava che la democrazia senza l’aggettivo liberale, senza valori e principi fondanti, non era il miglior sistema politico possibile né quello più auspicabile. Vorrei far notare, per inciso, che nella situazione storico-politica dell’Italia ci troviamo davanti a un parlamento con una scarsa rappresentatività (questo è forse l’unico punto su cui tutti concordano) e che quindi non è neanche sicuro di incarnare il parere della maggioranza. Ma, anche supponendo che rappresentasse il 100% degli individui, siamo sicuri che un diritto possa essere soltanto deciso dalla volontà della maggioranza? L’editorialista del Corriere attualizza pertinentemente il famoso paradosso enunciato da Böckenförde secondo cui le società democratico-liberali si reggono su presupposti che, da sole, non possono garantire. È nello spazio di quel ‘da sole’ che dobbiamo cercare di rintracciare la radice dei diritti. Sono frutto di convenzioni consolidate nella società? Sono il risultato dell’incontro tra le religioni e le culture presenti in un determinato territorio? Sono basati su dei diritti naturali o su una visione antropologica universale? Provengono da un  contratto sociale, nel quale uomini liberi e uguali li avrebbero concordati? In questo caso, il contratto è storicamente avvenuto o è un artifizio mentale necessario per provarne la legittimità? Sono il frutto più puro di un dibattito serio e informato? Non lo so e  qui non ho neanche lo spazio per ipotizzare una risposta (ho ripercorso secoli di storia della filosofia in poche domande).  Forse è vero che il compito dei  filosofi è quello di porre le domande giuste piuttosto che di rispondervi. Spero  di esserci riuscito

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