Eutanasia: le regole di quale gioco?

Raramente vado al cinema. Curiosamente due dei film che ho visto negli ultimi tempi avevano molto in comune: Departures (di Yōjirō Takita, Giappone 2008) e Still Life (di Uberto Pasolini, Gran Bretagna-Italia 2013). Nel primo si racconta la storia di un musicista che, perduto il posto di lavoro, si rassegna a fare l’imbarazzante ma umanissimo lavoro di curatore dei corpi dei defunti in vista dell’ultimo saluto. Nel secondo il protagonista è un timido funzionario del comune di Londra, il cui compito è organizzare i funerali delle persone che muoiono sole, più sole di Eleonor Rigby, cercando di reperire qualche parente o amico, e in caso di insuccesso scrivendo lui stesso un piccolo discorso di addio ottenuto riannodando le poche tracce trovate nella casa. La morte non è solo il contesto dei racconti, ma anche il loro tema principale, in un modo che non voglio riferire per non rovinare la scoperta di chi vorrà vederne l’uno o l’altro, affittandolo o scovandolo in qualche cinema d’essai.

Non rovino però la visione dicendo che, malgrado qualche difetto, sono due bellissimi film, profondi e commoventi, che riescono perfettamente a mostrare come la morte, con tutto il dolore che essa porta con sé, faccia inseparabilmente parte dell’esperienza umana. Epicuro diceva che la morte non esiste, perché quando ci siamo noi non c’è lei e quando c’è lei non ci siamo noi: ottima dimostrazione di come i filosofi corrano il rischio, per la voglia d’essere più profondi degli altri, di dire grandi sciocchezze. È esattamente il contrario: la morte esiste quando ci siamo noi, quando siamo in grado di pensarla, affrontarla, soffrirla, temerla, ricordarla. Essa getta più luce su questa limitata vita, che non è il luogo di infiniti e annoiati tentativi, o lo spazio per accumulare più esperienze possibile, ma il tentativo fragile e prezioso di perseguire un qualche fine ultimo che dà senso a tutto ciò che facciamo. Non è un caso che gli antropologi si dichiarano certi della presenza di esseri umani nelle epoche preistoriche quando trovano le sepolture, la percezione cioè della realtà della morte e il suo inserimento in forme simboliche della civiltà, magari nel punto in cui le religioni aggiungono le loro consolazioni, o nel punto in cui, più laicamente, gli interrogativi si spengono e rimane soltanto l’amarezza della percezione di un’ingiustizia. È per questo che la morte non genera solo delusione e disperazione, e non solo capitoli nei libri di medicina, ma anche filosofie, poesie, canzoni, preghiere: come se fosse il punto visuale, triste ma inevitabile, da cui finalmente si può capire qualche piccola cosa di «questa terra dolorosa, drammatica e magnifica» sulla quale ognuno chiuderà gli occhi.

Pensare alla morte serve a capire la vita: così hanno detto innumerevoli filosofie. Ma serve anche a capire (è una tautologia) la morte stessa. Sarebbe bello che questi due film (e tanti altri, ovviamente) fossero visti per esempio quando periodicamente si discute la legalizzazione dell’eutanasia come una scelta di civiltà. Certo, i progressi vertiginosi della medicina, che permettono una vita molto più lunga che in altri tempi, uniti con un’insana mentalità pronta a cercare colpe dei medici ogni volta che tristemente qualcosa non va come desiderato, rendono comprensibile il tentativo di cercare soluzioni in cui la morte non sia una variabile aleatoria e inquietante, ma l’esito di un protocollo sicuro e accessibile. Davvero una soluzione? Ma il punto cruciale è che l’eutanasia di Stato, dovunque è stata introdotta, ha portato a questo effetto principale: a convincere sempre più i malati, gli anziani, i depressi, che è meglio che si tolgano di mezzo. Quale altro risultato può avere una legge che a nome della collettività sussurra: «pensaci bene, ci sono buoni motivi per cui tu puoi volere farla finita»? Evidentemente una certa cultura tiene tanto a questo «togliersi di mezzo» che cominciano apertamente i tentativi per estenderlo (basta leggere i giornali) anche a minorati mentali, bambini, detenuti pericolosi: categorie alle quali la legge non riconosce il potere di compiere autonomamente atti giuridicamente rilevanti, ma alle quali sarebbe concesso decidere di togliersi di mezzo ed essere aiutati a farlo. Si tratta di estendere una libertà, no? O forse il termine stesso «libertà» ha qui un suono falso?

Viene allora un bruttissimo dubbio: che sostenere l’eutanasia così intesa significa aver interiorizzato le regole del gioco di una società ostaggio del mercato, per la quale l’eutanasia legalizzata è un ottimo investimento. Un kit per l’eutanasia (laddove è legale venderlo, ovviamente) costa solo 60 euro in farmacia, qualsiasi cura costa molto di più, è uno spreco che non ci possiamo permettere. E soprattutto costa di più lo sperpero di stare vicini ai malati, non farli sentire soli, e costa di più lo sperpero di stare vicini a sé stessi, di fare i conti con la vita e con la morte, arrendendosi al fatto che ognuno di noi esiste in un contesto di realtà e di affetti del quale non è padrone e che (qualsiasi cosa stabiliscano le leggi) non può creare o disfare. Ma c’è chi pensa che questi sprechi e questa resa significhino una libertà più profonda, più vera, più umana. Pensare alla morte significa anche questo.

Giovanni Salmeri
(Presidente del Corso di laurea in Filosofia, Università di Roma Tor Vergata)

4 maggio 2015

Articolo di risposta di Giovanni Gaetani: https://www.2duerighe.com/articoli-di-risposta/54073-eutanasia-la-liberta-regola-comune-di-un-gioco-individuale-risposta-a-giovanni-salmeri.html


Post-scriptum di Giovanni Salmeri

 

Mi sorprende che quella che voleva essere una semplice postilla al consiglio di due film abbia suscitato questa replica: evidentemente parlare della vita e della morte è molto delicato, e può accadere pure che nella foga vengano attribuite all’interlocutore idee mai dette e mai pensate (quando mai per esempio avrei detto o pensato che decidere la propria morte ha un «volto blasfemo»?). Il discorso sarebbe lungo, ma qui vorrei solo rimediare ad un limite e fare una precisazione.

Il rimedio: sì, ho «alluso» a fatti senza nominarli. Eccone allora alcuni, i primi che mi vengono in mente, la maggior parte provenienti dal Belgio, una delle nazioni costantemente citate come modello per la legislazione sull’eutanasia insieme con Olanda e Svizzera: nell’aprile del 2009 Amelie van Elsbeen, priva di qualsiasi patologia fisica, ottiene l’eutanasia perché «stanca di vivere», cioè depressa: la motivazione viene reputata sufficiente; nel novembre 2013 sedici pediatri chiedono che venga introdotta l’eutanasia infantile, affermando che di fatto essa è già ampiamente praticata; il 13 febbraio 2014 viene approvata la legge che permette l’eutanasia dei bambini: ovviamente devono essere questi a presentare «domanda di eutanasia»; ma in Olanda nel luglio 2014 l’associazione dei pediatri chiede che l’eutanasia possa essere praticata ad un bambino anche senza il suo «consenso», bensì solo quello dei genitori e del medico curante; nel giugno del 2014 anche Save the Children perora la causa dell’eutanasia infantile; nell’aprile del 2015 viene depositata una proposta di legge per estendere l’eutanasia «aux personnes démentes» e a quelle in stato d’incoscienza; Frank van den Bleeken, stupratore seriale e assassino, nel settembre 2014 chiede l’eutanasia perché la vita in carcere è insopportabile senza le cure psichiche di cui avrebbe bisogno: l’eutanasia è concessa (l’autorizzazione viene ritirata in extremis quando altri quindici detenuti chiedono la stessa cosa e qualcuno fa notare che così si sta reintroducendo la pena di morte); nel giugno del 2014 gli anziani coniugi François e Anne Schiedts vogliono suicidarsi per paura della solitudine: un figlio li convince a preferire l’eutanasia, prontamente eseguita; nell’aprile del 2013 Pietro D’Amico si fa eutanasizzare a pagamento in una clinica svizzera in quanto affetto da malattia incurabile: subito dopo si scoprirà che la diagnosi era sbagliata, ma la clinica non aveva effettuato alcun controllo (business is business!). Mi pare di aver offerto esempi per ogni tipologia che ho citato nel mio articolino: e diverse indagini indipendenti (per esempio L’euthanasie, jusq’où ?, di Pierre Barnérias, 2013-2014) hanno mostrato come questi e ancor peggiori casi non siano l’eccezione. Per avere documentazione in più, Google is your friend. Mi chiedo dunque come sia possibile scrivere sulla legalizzazione dell’eutanasia senza sapere nulla di ciò che avviene nei paesi europei in cui essa è stata compiuta e ignorando fatti che hanno riempito i giornali di tutta Europa (Italia esclusa, forse: cosa che meriterebbe ancora un altro discorso).

La precisazione: non è vero, amo molto Nietzsche, in particolare amo proprio la sua lucidità nel parlare della vita e della morte. Per farmi perdonare dello scarso spessore filosofico del mio intervento mi permetto dunque di completare la citazione fatta nella replica con l’altro passo cruciale in proposito di questo grandissimo: «Il malato è un parassita della società. In certe condizioni non è decoroso vivere più a lungo. Continuare a vegetare in una imbelle dipendenza dai medici e dalle pratiche mediche, dopo che è andato perduto il senso della vita, il diritto alla vita, dovrebbe suscitare nella società un profondo disprezzo. I medici, dal canto loro, dovrebbero essere i mediatori di questo disprezzo — non ricette, ma ogni giorno una nuova dose di nausea di fronte ai loro pazienti. […] Il supremo interesse della vita, della vita ascendente, esige che si sopprima senza riguardo la vita in via di degenerazione» (Crepuscolo degli idoli, par. 36). Era esattamente questo brano che intendevo riassumere (ed edulcorare) con le parole «convincere a togliersi di mezzo». I conoscitori di Nietzsche non lo hanno notato?

Giovanni Salmeri
9 maggio 2015

Risposta di Giovanni Gaetani al Post Scriptum: https://www.2duerighe.com/articoli-di-risposta/54073-eutanasia-la-liberta-regola-comune-di-un-gioco-individuale-risposta-a-giovanni-salmeri.html#postscriptum1

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