Final Fantasy XVI e il problema del nome
Nel giudizio di Final Fantasy XVI, si è spesso ricorso a definizioni come “cambio di rotta”, “evoluzione di Final Fantasy”, “nuovo corso per la serie”, ed è proprio ciò che sta spaccando l’opinione.
Parte del pubblico ha iniziato a rumoreggiare fin dallo State of Play del 13 aprile scorso, quando Naoki Yoshida, produttore di Final Fantasy XVI, in qualità di voce narrante dello show ha affermato che il nuovo titolo di Square Enix sarebbe stato un action-RPG.
Pad alla mano, Final Fantasy XVI risulta essere molto più gioco d’azione che GDR, così come l’altrettanto preannunciata assenza di dungeon si è rivelata essere una caratteristica di un videogioco prevalentemente lineare.
Una direzione insolita per un capitolo principale della serie, per i quali negli ultimi quindici anni è sì stata avviata una ricerca di un gameplay action, ma senza staccarsi dal genere JRPG.
Eppure, nel caso di Final Fantasy XVI Square Enix è sembrata avere, per la prima volta in circa vent’anni, le idee chiare fin dall’inizio con un nuovo capitolo della sua saga più importante, tant’è che l’opera è stata molto apprezzata nonostante lo spiazzamento di una parte della critica e del pubblico.
Forse le risposte possono essere ricavate da dichiarazioni rilasciate in più occasioni dallo stesso Yoshida, andando a formare un quadro che poteva essere letto anche prima di mettere mano sul nuovo capitolo di Final Fantasy.
Final Fantasy XVI e il problema della numerazione
Una delle critiche più feroci rivolte a Final Fantasy XVI, è quella di essere un videogioco distaccato dai canoni classici della serie che sfrutta il nome di Final Fantasy solo per vendere.
Eppure nessuno ha mai avuto da ridire sul fatto che Final Fantasy Type-0 o Stranger of Paradise: Final Fantasy Origin siano degli action-RPG, come nessuno ha mai detto nulla contro il genere d’appartenenza dello stimato Final Fantasy Tactics.
Qualcuno ha persino provato a rivalutare Dirge of Cerberus: Final Fantasy VII, spin-off di scarso successo che racconta la storia di Vincent Valentine.
Ma l’emblema di questa faccenda è sicuramente l’opera magna di Naoki Yoshida: basta davvero la dicitura “online” nel titolo del videogioco per giustificare il fatto che Final Fantasy XIV sia un MMO?
Sembrerebbe che il problema non sia tanto il chiamarsi Final Fantasy quanto l’avere una numerazione nel titolo. Un problema del quale ha parlato lo stesso Yoshida in una recente intervista.

Yoshida ha affermato di aver proposto a Square Enix di rimuovere la numerazione in ogni titolo di Final Fantasy, essendo tuttora una causa di confusione nel pubblico.
Molti giocatori sono ancora ignari del fatto che ogni Final Fantasy fa storia a sé (salvo rari sequel, come Final Fantasy X-2 o la trilogia di Final Fantasy XIII) pur condividendo un grande insieme di elementi comuni, e continuano a domandare se è necessario conoscere i precedenti titoli della serie per poter comprendere le vicende di quello nuovo.
Peggio ancora avviene nel caso denunciato da Yoshida nell’intervista in questione, quando i giocatori sopracitati credono che un titolo come Final Fantasy XIV, prossimo ad approdare anche su Xbox Series X ed S e a ricevere la sua quinta espansione, sia ormai superato per via di Final Fantasy XV e XVI, erroneamente considerati sequel.
Tuttavia, tramite un’altra chiave di lettura si potrebbe individuare anche una terza motivazione, legata a quanto scritto inizialmente sugli spin-off di Final Fantasy: se non si ha nulla da ridire sul genere videoludico d’appartenenza quando un capitolo di questa serie non presenta la numerazione nel titolo, rimuovere completamente tale numerazione escluderebbe la necessità di avere una serie main composta solo da JRPG.
Dopotutto la saga di Final Fantasy, in linea con quanto avviene in altre serie videoludiche, prevede generalmente che si dedichi una maggiore attenzione allo sviluppo dei capitoli principali, quindi dei Final Fantasy JRPG: si potrebbe mai dedicare la stessa attenzione ai Final Fantasy di altro genere? Una domanda che si saranno posti anche i membri del team di sviluppo di Final Fantasy XVI, fregandosene del numero presente nel titolo del gioco.

Una scelta simile è stata fatta da Ubisoft con la serie di Assassin’s Creed, con il risultato che, probabilmente, si vedrà soprattutto nei prossimi anni.
Dopo Assassin’s Creed IV: Black Flag, Ubisoft non ha più utilizzato la numerazione nei titoli della sua serie videoludica più popolare al giorno d’oggi, nonostante gli ultimi tre capitoli vadano a comporre una nuova trilogia e saranno sicuramente collegati anche al prossimo.
Resta comunque più semplice creare storie a sé stanti con questo sistema, concentrandosi più sulle vicende del passato che su quelle del presente, essendo le prime il fulcro del successo di Assassin’s Creed (ad esempio, si tende sempre a ricordare la trilogia di Ezio Auditore, quando sarebbe invece più giusto includere anche il primo Assassin’s Creed e Assassin’s Creed III, in modo da completare la serie di Desmond Miles).
La scelta fatta ormai dieci anni fa, torna sicuramente utile nell’imminente progetto di Ubisoft denominato Assassin’s Creed Infinity: una hub con lo scopo di orientare l’utenza nell’insieme di tutti i prossimi capitoli della serie, ognuno appartenente a un genere videoludico diverso.
Non chiamateli JRPG!
In un’altra intervista rilasciata al content creator Skill Up, Naoki Yoshida ha affermato che il termine JRPG (Japanese Role-Playing Game), utilizzato per distinguere la struttura dei giochi di ruolo nipponici da quella dei medesimi occidentali, nella Terra del Sol Levante era considerato addirittura discriminatorio, e tutt’ora trasmette quelle vecchie sensazioni agli sviluppatori nipponici.

Una notizia alquanto inaspettata per l’Occidente. Prendendo ad esempio l’Italia, sarebbe impensabile considerare discriminatorio etichettare come “italiana” una buona produzione, ma anche in questo caso si potrebbero analizzare le dichiarazioni di Yoshida da un altro punto di vista.
Il produttore di Final Fantasy XVI ha infatti dichiarato di conoscere l’uso che si fa in occidente del termine “JRPG”, tant’è che un altro pezzo grosso dell’industria videoludica in Giappone, quel Hideki Kamiya padre di Resident Evil 2, Devil May Cry e Bayonetta che non solo ha dichiarato di accettare il termine JRPG, ma con spirito patriottico ha detto che vorrebbe addirittura si utilizzasse il termine “J-Action”, per distinguere i videogiochi d’azione di stampo nipponico.
Forse il risentimento di Yoshida è dovuto ai “puristi di Final Fantasy”, ovvero a quei fan che accettano la serie solo con i suoi canoni classici. Non che debba essere per forza una visione sbagliata, a volte però si è davvero rigidi con le “etichette videoludiche”.

Si tratta di critiche che ricordano un po’ quelle fatte dai “puristi della musica”, quando una canzone non rispetta appieno tutte le definizioni di un determinato genere musicale.
Ad esempio, in molti sostengono che Final Fantasy debba tornare ad avere un sistema di combattimento a turni, poiché sono convinti che i JRPG siano determinati da questo, ignari che esistono da sempre JRPG con sistemi di combattimento action (come le saghe di Ys e Tales of) che in ogni caso non sono quelli tipici dei videogiochi d’azione.
Un altro caso può essere la critica alla linearità nel level design, oggettivamente eccessiva in Final Fantasy XIII ma criticata a suo tempo anche in Final Fantasy X.
Ma qual è il motivo di questo attaccamento ai canoni di un genere videoludico? Davvero non si dovrebbe toccare nessuno degli elementi di un JRPG che serve a definirlo tale?
Non si tratta certamente di un pensiero discriminante, ma di un pensiero rigido, limitante nella realizzazione di un’opera.

Final Fantasy XVI è dunque considerabile “un Final Fantasy”? Sì, lo è in quanto appartenente a uno degli universi narrativi della saga. Sono presenti i cristalli, le invocazioni, i chocobo, un personaggio di nome Cid, le aeronavi, creature ricorrenti, ecc. Persino alcuni elementi narrativi possono essere letti come dei rimandi ad altri capitoli della serie.
Va detto comunque che Square Enix sarà anche parsa decisa come non mai con Final Fantasy XVI, ma non vada a considerare discriminante un’eventuale critica alla loro comunicazione, che ha in comune con altre aziende videoludiche giapponesi (Sony su tutte) il lasciare un po’ a desiderare negli ultimi anni.




