Da Patriota ad Albert Wesker: il fascino per le persone mediocri
L’ultimo episodio della quinta stagione di The Boys, serie TV liberamente ispirata ai fumetti di Garth Ennis e Darick Robertson, ha messo la parola fine a uno dei prodotti televisivi più apprezzati degli ultimi anni, in attesa di altri spin-off già annunciati per gli anni a venire.
Questo ha significato anche la fine per il personaggio di Patriota (Homelander), interpretato da Antony Starr. L’attore neozelandese si è guadagnato il favore del pubblico nel ruolo dell’antagonista principale della serie, al punto da desiderare di vederlo nei panni di un altro supercattivo: Albert Wesker, l’antagonista più noto della serie videoludica di Resident Evil.
Per trasformare Antony Starr in Albert Wesker, dal punto di vista estetico, basterebbe prendere il suo look in The Boys e aggiungere un paio di occhiali da sole, ma anche dal punto di vista recitativo ha dimostrato di saper interpretare un megalomane con la sindrome di Dio.

L’assurdo sta nel fatto che molti fan si sono affezionati a Patriota al punto da non accettare il finale della sua storia, per la quale si desiderava un ultimo atto ben più glorioso di quanto si è avuto.
È successo qualcosa di veramente strano con questo personaggio, anche se chiaramente non è una brava persona. Molti si sono affezionate a lui. C’è una strana frangia che lo idolatra. Ho visto delle cose assurde su Twitter e ho pensato: “un momento, cosa? Non hai capito niente!“
Antony Starr – Los Angeles Times
Altrettanto assurdo è il fascino dei fan di Resident Evil per la figura di Albert Wesker, decisamente meno impattante e raccontato peggio rispetto all’antagonista pressoché perfetto che è Patriota in The Boys, assieme alla speranza di vedere ancora Wesker in futuro, che sia in un remake, un nuovo videogioco, o un nuovo film.
L’elemento in comune tra Wesker e Patriota è la perplessità provata nel vedere come il pubblico non riesca a notare la mediocrità della persona dietro la figura del supercattivo, finendo anzi per giustificare i loro atteggiamenti, appellandosi alla vecchia e debole scusa del passato difficile.
Superman: dal problema della passività alla sindrome di Dio
Il mito, secondo Umberto Eco, è una narrazione o un’immagine in cui una comunità si riconosce. Secondo Otto Ränk, il mito è un sogno collettivo. Entrambi queste definizioni torneranno utili ai fini dell’analisi.
La società moderna è tendente alla demitizzazione, o almeno alla demitizzazione del mito antico e medievale, il quale aveva un carattere gnoseologico sia nell’antica Grecia che nell’età dominata dal Cristianesimo.
Il mito moderno esiste eccome: è quello dettato dalla cultura di massa. Se nel 1964, in “Apocalittici e integrati”, Umberto Eco identificava il mito moderno nella figura di Superman, l’ultimo quarto di secolo gli ha dato ragione, visto il dominio del cinefumetto e della cultura pop in generale.

Nella figura di Superman e il suo alter ego Clark Kent, Umberto Eco identifica tutte le necessità della persona comune: una figura umana goffa, timida, non particolarmente intelligente, che in realtà cela l’identità del più grande supereroe al mondo.
In una società particolarmente livellata, in cui le turbe psicologiche, le frustrazioni, i complessi di inferiorità sono all’ordine del giorno; in una società industriale dove l’uomo diventa numero nell’ambito di una organizzazione che decide per lui, dove la forza individuale, se non esercitata nell’attività sportiva, rimane umiliata di fronte alla forza della macchina che agisce per l’uomo e determina i movimenti stessi dell’uomo – in una società di tale tipo l’eroe positivo deve incarnare oltre ogni limite pensabile le esigenze di potenza che il cittadino comune nutre e non può soddisfare.
Umberto Eco – Apocalittici e integrati
Eppure Superman, nel corso dei decenni, ha cambiato sia la sua figura che quella di Clark Kent; quest’ultimo già nei fumetti del Superman post-Crisis (l’arco narrativo che va dal 1986 al 2011) è molto più simile caratterialmente alla sua versione sovrumana, al punto da risultare assurdo come un paio di occhiali e una pettinatura diversa bastino per tenere segreta la sua identità.
Emblematico nella storia editoriale dell’Azzurrone il volume Superman #2 del 1987, in cui Lex Luthor, arci nemico di Superman, svolge un’indagine per ottenere i segreti del suo avversario, finendo inevitabilmente per scoprire l’identità di Clark Kent. Nonostante ciò, Luthor rifiuta i risultati delle sue ricerche avanzate, addirittura considerandoli errati e licenziando la direttrice dell’indagine, poiché nella sua visione della vita è impensabile che una figura come Superman nasconda la sua identità dietro quella di un comune mortale, anziché ergersi sull’umanità stessa.
Il problema moderno della figura di Superman è che la maggior parte delle persone ragionerebbe come Lex Luthor. Per tanto è nata la figura, più che decennale, del Superman malvagio o del Superman dio, rispecchiata perfettamente in Patriota.

Patriota è il più potente supereroe al mondo che detesta dover apparire come un eroe; vorrebbe approvazione (della quale cova un disperato bisogno) solo per il suo essere il più forte di tutti; considera gli umani come giocattoli per il suo divertimento, sacrificabili, nonostante abbia prima avuto l’azienda Vought ad aiutarlo e insegnargli a coprire le sue malefatte, poi sperimentato l’insoddisfazione quando nemmeno l’esecuzione pubblica di un contestatore riesce a scalfire il fanatismo nei suoi confronti. Il tutto senza avere alcun merito di un potere che gli è stato donato alla nascita, grazie alla sperimentazione scientifica degli umani.
Se è vero tutt’ora che l’eroe deve incarnare il potere oltre ogni limite, impensabile per il cittadino comune, la fenomenologia del moderno cittadino comune lo vede per lo più nei panni di una persona individualista, egoista, arrampicatrice sociale, tendente a voler ribaltare quel senso di inferiorità sfogando sugli altri le proprie frustrazioni.
Nonostante la narrazione di Superman sia diventata politica e moralmente giusta negli ultimi cinquant’anni, al contrario di quanto denunciava Eco negli anni ‘60, il cittadino comune tende a voler vedere una persona mediocre anche nei panni di Superman.

Patriota è anche l’estremo della sindrome di Dio, aspetto condiviso con Albert Wesker, antagonista storico nella serie di Resident Evil.
In Resident Evil 5, nella sua ultima apparizione, Wesker è riuscito a sviluppare il virus Uroboros, dopo anni di ricerche e missioni riguardanti altri virus e simili presentati nella serie. Un virus capace di adattarsi al DNA dell’ospite e in grado di renderlo un essere superiore, o di ucciderlo, se non compatibile.
Wesker, essendo fin dall’infanzia parte di un progetto per la creazione di una razza superiore, decide di fare suo il compito di ergersi come dio della nuova umanità.
Albert Wesker: “La razza umana deve essere giudicata!” Chris Redfield: “E sarai tu a giudicarci? Dove prendi le tue idee, dai cattivi dei fumetti?“
Resident Evil 5
Quando un personaggio può essere stroncato con una frase dalla sua nemesi, significa che non ha una buona caratterizzazione. Non c’è un vero motivo per cui Wesker debba causare miliardi di morti e mutazioni genetiche per i sopravvissuti, seguendo una selezione casuale basata sul DNA.
Il suo piano era originariamente di Ozwell E. Spencer, fondatore dell’Umbrella Corporation, il quale giunse a tale delirio dopo aver vissuto il trauma della seconda guerra mondiale. La persona di Albert Wesker è già la prova del fallimento del progetto Uroboros: una persona geneticamente più forte non è necessariamente una persona migliore, quindi giusta.

Al contrario di Wesker e Patriota, Superman si trova costantemente a dover gestire la sua sindrome di Dio, consistente nel voler aiutare gli altri curando ogni minimo dettaglio. Ad esempio, si assicura di non uccidere nessuno né di causare morti o feriti sventando un disastro maggiore.
Più volte, nella storia decennale di Superman, vengono narrate le difficoltà di dover gestire un tale potere. Saghe come l’Esilio nello spazio (1989) in cui Superman decide di lasciare la Terra poiché spaventato dalla sua voglia segreta di diventare un vigilante, causata a sua volta dall’aver deciso di giustiziare il Generale Zod; oppure Superman di J. M. Straczynski (2006) dove l’Azzurrone, dopo essere stato accusato di aver trascurato i problemi della gente comune per occuparsi di “questioni superiori”, decide di viaggiare a piedi lungo tutti gli USA per riconnettersi con la vita e i drammi della gente comune.
Il concetto del supereroe-dio viene esplicato da Superman anche in Lanterna Verde – Il potere di Ion (2008), in cui Superman fa capire al giovane Kyle Rayner che un “dio in terra” deve comunque lasciare che gli umani facciano il loro corso, non assolvere loro da qualsiasi responsabilità.

Emblematica la scena del film “Superman”, di James Gunn, in cui il nostro salva persino uno scoiattolo durante l’attacco di un mostro gigante nella città di Metropolis: lo fa perché ha il potere per arrivare a curarsi di tanto. Inoltre, la trama del film inserisce Superman in una metafora del dramma palestinese, ponendo il dilemma del dover gestire un potere assoluto, a fin di bene, con gli equilibri geopolitici.
Superman avrebbe certamente volato centoventitre volte avanti e indietro per salvare tutti i passeggeri del Volo 37 in The Boys, precipitato a causa di una leggerezza di Patriota alla quale lo stesso, banalmente, non aveva voglia di rimediare.
L’illusione del riflesso e la scusa del trauma
In appena dieci giorni dal termine di The Boys, sono fioccate le opinioni sul fatto che Patriota meritasse quella fine ma non la meritava la parte umana insita in lui.
L’infanzia difficile di Patriota: una scusa classica da servire ai fan per empatizzare con figure del genere; non fosse che tale empatia nasce sempre in precedenza, covando il desiderio di essere giustificata.
Patriota è praticamente nato e cresciuto in un laboratorio, al solo scopo di diventare il più potente supereroe al mondo. Se fosse stato cresciuto, come Superman, da un padre e una madre adottivi, in una fattoria del Kansas, forse sarebbe stato educato diversamente.
Ma è sufficiente questo per giustificare i suoi comportamenti malvagi? Si tratta pur sempre di un uomo nato nel 1981 (anche se l’attore Antony Starr è del ‘75) quindi va dai 38 ai 45 anni nella serie The Boys; vissuto nel lusso e nella fama, oltre a essere coperto riguardo qualsiasi suo errore o malefatta.
Dopotutto, si può dire che ogni personaggio di The Boys è caratterizzato dal suo trauma: vince chi riesce a superarlo.

The Boys è la stessa serie TV che presenta fin dall’inizio il personaggio di Annie January, la super nota come Starlight: l’emblema del supereroe che vuole fare del bene, nonostante le difficoltà. Starlight è stata abbandonata da suo padre quando aveva sei anni; soggiogata dai dettami religiosi di sua madre, venendo poi obbligata dalla stessa a essere perfetta per entrare nelle grazie della Vought, la società che gestisce i super.
Starlight, a differenza di Patriota, riesce comunque ad avere un minimo di ribellione già in adolescenza, senza scomporsi con i propri ideali nemmeno dopo aver scoperto, fin da subito, il marcio dietro i supereroi e la verità sulla loro creazione, compresa la sua.
The Boys è un costante confronto tra i diversi modi di affrontare un trauma: da un lato Starlight, Hughie Campbell, Marvin Milk, dall’altro Patriota, Firecracker, Sage, Billy Butcher.
Qua tutti c’hanno talmente tanti ca**i che potresti fa’ un fumetto intero sulla vita de ognuno, però non li usano come scusa pe’ fa’ gli stro**i con gli altri che stanno peggio.
Questo mondo non mi renderà cattivo
Non da meno è Albert Wesker, anzi è anche peggio, non essendo stata raccontata alcuna sua infanzia traumatica. Ancor più che per Patriota, sembrerebbe essere stata una vita viziata ad alimentare le devianze di Wesker: non gli è mancato niente, comprese l’intelligenza e la ragione, eppure una volta scoperta la verità sul progetto Wesker, ovvero di essere appartenente una razza di umani superiori, legata all’ambizione di essere un dio di Ozwell E. Spencer, decide di uccidere quest’ultimo, ormai vecchio e malato, ed ereditare un folle piano abbandonato da tempo.
Altrettanto patetico, in Resident Evil 5, è il personaggio di Excella Gionne, partner di Albert Wesker, e tutto ciò che rappresenta: la sudditanza a persone palesemente negative, nella cieca speranza che queste condividano il loro potere.
Excella finisce, inevitabilmente, per essere infettata, e rifiutata, dal virus Uroboros, per volontà dello stesso Wesker: se il piano del suo partner è quello di agire in questo modo con tutti gli esseri umani, lasciando al caso la sorte di chiunque, per quale motivo avrebbe dovuto fare eccezione con lei? Un errore tipico di tante relazioni tossiche, figurarsi in una presunta relazione nata per affari.

Non solo la compassione per Patriota: in una sola settimana sono stati tanti i commenti in favore di una sua eventuale vittoria finale, sostenendo che l’avrebbe meritata.
Come può lo spettatore difendere un personaggio del genere, dopo essere stato a conoscenza di tutti i suoi aspetti negativi, anche quelli che nel mondo di The Boys erano oscuri ai più?
Tenendo conto di quanto affrontato in precedenza, sul rapporto moderno tra il cittadino comune e la figura di “Superman”, tra le teorie più impattanti possono rientrare la teoria della giustificazione e il bias del vincitore.
La prima, in questo caso, si può riassumere in funzione di figure come Patriota e Albert Wesker: in tanti desiderano sfogare le proprie frustrazioni, quindi Patriota ha ragione. Il mondo è pieno di persone negative, perché puntare il dito proprio contro una persona specifica? E se Wesker è geneticamente superiore agli altri, se determinate persone riescono a sopravvivere a Uroboros, chi sono gli altri per poter giudicare?
Ho notato che nessuno entra nel panico quando le cose vanno “secondo i piani”, anche se i piani sono mostruosi: se domani dico alla stampa che un teppista da strapazzo verrà ammazzato, o che un camion pieno di soldati esploderà, nessuno va nel panico, perché fa tutto parte del piano. Ma quando dico che un solo, piccolo sindaco morirà, allora tutti perdono la testa!
Il cavaliere oscuro
La seconda teoria riguarda l’effetto BIRG (Basking In Reflected Glory), riassumibile con l’effetto provato dai tifosi di un club sportivo quando la propria squadra vince. In questi casi ci si sente vincitori, anche se la vita privata di ognuno non cambia in alcun modo, se non in relazione alla propria squadra del cuore.
Purtroppo, questo atteggiamento si è diffuso ben oltre le ragioni sportive, arrivando a influenzare sempre più argomenti che meriterebbero riflessioni più serie, come ad esempio la politica.
Oltre gli occhiali
Captain America: “Sei grosso con l’armatura. Tolta quella che cosa sei?” Iron Man: “Un genio, miliardario, playboy, filantropo.”
The Avengers (2012)
Dell’intelletto di Albert Wesker, e ancor più della sua morale, si deve discutere nel momento in cui il suo piano, esattamente come fatto notare da Chris Redfield in Resident Evil 5, sembra quello di un “cattivo dei fumetti”.
Il personaggio di Wesker, in realtà, non è il grande antagonista che viene raccontato: appare poche volte nella serie e con pochissimo minutaggio, fino a Resident Evil 5 dove il suo background è raccontato davvero male, costringendo il giocatore a leggere ben trentatré pagine di dossier condite con un paio di brevi filmati a riguardo. Gli sceneggiatori sembrerebbe aver pensato di basare la sua rivalità con Chris Redfield dando per scontato che il giocatore abbia giocato più e più volte il primo Resident Evil, nel quale solo alla fine si scopre che Wesker è un traditore.
Antagonisti quali Nemesis di Resident Evil 3, o Jack Baker di Resident Evil 7, sono molto più impattanti pur nella loro semplicità. Albert Wesker, persino nella sua apparizione più importante, è tutta presenza scenica.

Patriota è invece raccontato come un bambinone fin dall’inizio, il che rende assurde le critiche rivolte al finale di The Boys che lo vede implorare per la sua vita, una volta perduti i poteri. Un uomo ammaliato da qualsiasi donna che sia disposta a trattarlo come un infante; convinto della propria superiorità per diritto di nascita, salvo poi andare nel panico non appena qualcuno gli pone un dilemma da adulto. Senza i suoi poteri è tutt’altro che Tony Stark, ma non è nemmeno Clark Kent.
Patriota avrebbe avuto tutti i mezzi necessari per risollevarsi dalle difficoltà della sua infanzia e giovinezza, invece li ha sfruttati solo per sfogare le sue frustrazioni infantili e cercare di soddisfare il proprio insoddisfacibile ego.
Togli quei poteri e cosa sei, eh? Un patetico, debole, lagnoso, perdente del ca**o
The Boys – Stagione 5/Episodio 1
L’ammirazione per personaggi come Patriota e Albert Wesker, rispecchiata in fin troppe opinioni artistiche e politiche del decennio in corso, sono l’immagine di una “società dello spettacolo” di debordiana memoria: ammaliata dalle apparenze al punto da diventare cercatrice di compassione per gli agenti negativi, ai quali crede di poter essere immune; giustificante del merito anche dove non c’è, e con una fede cieca nella retorica del “volere è potere”.
Le origini di una persona, o di un personaggio, vengono usate per giustificare all’inverosimile la sua crescita deviata, quando bisognerebbe invece valutare se le radici marce hanno compromesso definitivamente o meno una fioritura.
Di fronte a un pubblico che vorrebbe far passare come un Eden anche un giardino di rampicanti, viene da domandarsi se invece non avesse ragione Billy Butcher, in The Boys, a voler rilasciare un virus genocida per i supereroi. Nel mondo reale non ci sono Patriota e Albert Wesker, ma a quanto pare è pieno di persone che si rispecchiano persino nella mediocrità dietro l’impatto scenico di figure del genere.




