Infanzia videoludica – Come i primi approcci ai videogiochi possono influenzare come giochiamo
Tempo fa discutevo con un mio amico a proposito dei nostri generi videoludici preferiti e di quello che cerchiamo in un videogioco. Mentre lui preferisce una trama complessa o un’evoluzione degli eventi di gioco, il mio focus si concentra sul gameplay loop e, soprattutto, sul feeling immediato.La conversazione si è poi spostata sul perché delle nostre preferenze e, con mia sorpresa, mi sono trovato a dire “beh trovo sensato che io preferisca giochi con un gameplay semplice e subito coinvolgente, crescendo avevo a disposizione quasi solamente dischi demo”…e mi è totalmente esplosa la testa.
Dopo un minuto di totale confusione e stordimento (e dopo essermi reso conto di quanto triste fosse l’inizio della mia carriera videoludica), mi sono chiesto: come e quanto il primo approccio ai videogiochi impatta sull’intera vita videoludica di qualcuno?
Così ho fatto la cosa che mi viene meglio, ho rotto le scatole ad alcuni miei amici e amiche appassionati di videogiochi per capire l’inizio della loro storia videoludica e di come essa ha modellato il loro approccio ai videogiochi.
“Mamma me lo prendi?”
Uno dei fattori che sicuramente ha influenzato i primi approcci di una persona al mondo dei videogiochi è sicuramente quello famigliare: c’erano altri videogiocatori in casa? Come i videogiochi venivano recepiti dai genitori? Quanti e quali nuovi titoli venivano acquistati?
Avendo l’ultima parola sull’acquisto di un titolo o una console, i genitori e/o fratelli/sorelle maggiori hanno avuto un ruolo cardine sulle modalità di approccio a questo magico mondo. Per esempio, io sono cresciuto guardando mio padre giocare con la Playstation 1 a titoli adventure-platform e, quando finalmente ho avuto accesso alla console, ho potuto giocare ai titoli presenti nella sua collezione che non contenessero violenza. Avendo quindi a disposizione solamente titoli come Crash Bandicoot e Spyro, lo stile grafico e il gameplay mi si è marchiato a fuoco nella mente rendendomi un grande appassionato di platforming; infatti i titoli che presentano un sistema di movimento ricco e creativo hanno sempre avuto un forte ascendente su di me. Un altro esempio degno di nota lo si può trovare nella storia di M, una mia amica che mi ha raccontato che uno dei suoi primi approcci ai videogiochi è stato quello di giocare nelle sale arcade con suo padre, portandola a vedere il videogioco come un momento sociale e di legame.

Anche la frequenza e il criterio con cui nuovi titoli venivano acquistati cambia quali tipi di giochi sono stati giocati durante la propria infanzia: magari i genitori erano inclini a comprare un titolo perchè molto popolare tra i compagni a scuola, oppure gli acquisti erano solamente in corrispondenza di eventi importanti come compleanni o festività, portando la scelta del titolo ad un minuzioso lavoro di ricerca che risultava in una scelta dipesa sia dal gusto personale, ma anche da altri fattori come costo e, soprattutto, durata e rigiocabilità.
Ai miei tempi…
Anche l’anno di nascita del videogiocatore, ovviamente, influisce sulla carriera videoludica. I videogiochi all’inizio degli anni ‘80 erano qualcosa di elitario che, oltre all’alto prezzo, necessitavano di conoscenze molto particolari, nemmeno 10 anni dopo viene messa in commercio la prima console Nintendo (NES), sicuramente più approcciabile. Ma non quanto la generazione delle console portatili o, addirittura, del mondo dei giochi in flash o, per arrivare ai giorni nostri, al mondo dei free-to-play, senza parlare di tutto il settore mobile.
Nel corso degli anni la fruibilità del medium videoludico è cambiata drasticamente, abbattendo barriere di conoscenza, accessibilità e costi, incidendo sul tipo e numero di titoli disponibili.
Videogiochi sociali
Raccogliendo le storie dei miei amici sulle modalità e motivazioni con cui hanno approcciato i videogiochi, il motivo sociale è quello che è emerso maggiormente. La passione verso qualcosa di così particolare e, in certi contesti, di nicchia è sicuramente nato su consiglio o influenza di altri soggetti: fratelli maggiori impegnati nel loro primo playthrough di Final Fantasy 7, genitori intenti ad esplorare antiche rovine in Tomb Raider, oppure compagni di classe che sfoggiavano il nuovo Game Boy Color durante la ricreazioni. Queste influenze non solo hanno portato molti videogiocatori a nascere, ma ad approcciare questo medium in modi totalmente differenti.
Recuperiamo la storia di M, la ragazza cresciuta a giocare in sala giochi con il padre: il videogiocare è sempre stato per lei un momento più sociale che individuale portandola a gustarsi i videogiochi non solo come giocatrice ma anche come spettatrice (anzi, nel caso di titoli con una storia complessa e corposa preferisce rilassarsi guardando qualcun altro portare avanti l’esperienza di gioco).
Ho anche raccolto storie di amicizie consolidatesi davanti a televisori a tubo catodico giocando a Dragon Ball Budokai Tenkaichi o alla modalità zombie di Call of Duty, facendo nascere videogiocatori attratti più dal mondo multiplayer che quello single player.

L’elemento sociale è sicuramente uno dei più importanti e influenti sulla vita di un giocatore: titoli comprati perché di tendenza o perché diametralmente opposti ai gusti della massa e giochi cooperativi usati come collante sociale.
Come nel mondo animale, il gioco è un elemento che lega e consolida i rapporti.
Effetto domino
La nascita di un videogiocatore dipende quindi da molti fattori che modellano il tipo di videogiochi fruiti. È interessante vedere come elementi a prima vista secondari, come il tempo di gioco o nascere come spettatore videoludico, cambino radicalmente l’approccio al medium.
Per fare un po la quadra di tutto questo discorsone, ho pensato di raccontarvi velocemente 3 storie tra quelle che ho raccolto, partendo con quella che ha fatto nascere l’idea di questo articolo, la mia.
Il mio rapporto con i videogiochi è nato in maniera molto travagliata: poco tempo per giocare e, soprattutto, pochi titoli disponibili. La “mia” prima console è stata la PS1 di mio padre con la quale potevo giocare solamente a titoli già presenti in casa (prevalentemente una manciata di platformer 2D e 3D) per un tempo molto limitato (per molti anni ho potuto giocare massimo 1 ora al giorno). Quando sono riuscito a passare alla PS2 avevo a disposizione più dischi demo che titoli completi consentendomi di giocare a molti giochi diversi, ma per un tempo estremamente limitato. Questo modo di giocare mi ha portato a preferire giochi con un gameplay veloce e semplice (per un ragazzino è molto difficile capire la profonda complessità di un RPG tramite una demo da 30 minuti) come i platform in 2D o gli action roguelike.

Un altra storia è quella di K, un gamer nato con il NES in mano che, dopo alcuni anni, si è stupido delle potenzialità narrative dei videogiochi grazie alla saga di Metal Gear Solid. Il suo approccio videoludico punta alla fruizione di titoli per il loro comparto narrativo, sia di trama che di atmosfera, il suo obiettivo è quello di giocare per vivere storie fantastiche o per nostalgia, preferendo titoli RPG narrativi, MMORPG o indie che strizzano l’occhio al retrogaming.
Infine abbiamo la storia di D, un videogiocatore cresciuto passando i suoi pomeriggi in compagnia dei suoi amici a sfidarsi a titoli picchiaduro e sparatutto che, appena ne ha avuto la possibilità, si è lanciato nel mondo dell’online gaming con la PS3 e CoD. D vede il videogiocare come qualcosa di sociale, privilegiando titoli online cooperativi e competitivi ai quali cerca sempre di approcciarsi accompagnato da un amico. Ma nonostante questo amore per i titoli multiplayer, D apprezza anche un buon titolo single player che, per rimarcare la sua identità da videogiocatore sociale, non manca mai di streammare su Discord per rendere l’esperienza un momento di raccolta e confronto.
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