Indika – Prendersi gioco del videogioco
È risaputo ormai, o almeno dovrebbe esserlo, che nel corso del tempo il videogioco è andato ben oltre l’essere un medium di intrattenimento. A contribuire sono stati anche e soprattutto titoli come Indika, arrivato di recente su PC, PS5, Xbox Series X ed S.
Tuttavia dall’opera di Odd Meter (pubblicata tra l’altro da 11 bit studios che di titoli del genere se ne intende) si evince una morale che sembra voler farsi beffe di un eventuale significato, trascendente il mero intrattenimento, presente nei videogiochi.
Il tutto avviene tramite una meccanica di gameplay inserita in questo videogioco d’avventura, narrante una storia di lotta tra la fede in Dio e il dubbio che sorge dalla tentazione demoniaca.
Il diavolo e l’acqua santa
Indika prende il nome dalla sua protagonista: una giovane suora facente parte di un monastero russo del diciannovesimo secolo.
La ragazza sembra non essere ben accetta dalle altre sorelle, probabilmente per via di alcuni suoi atteggiamenti, dovuti soprattutto a un segreto di pensieri e visioni particolari per una donna di chiesa.
Difatti, Indika parla con il diavolo; un tentatore che mette costantemente in dubbio i suoi desideri e le sue scelte di vita. L’incarico di un viaggio per consegnare una lettera, deviato dall’incontro con il soldato Ilja e da altre peripezie, sarà l’occasione per intensificare questa tentazione e scoprire anche il passato di Indika.

Indika è un videogioco in terza persona piuttosto semplice, breve, e fortemente narrativo.
Realizzato in Unreal Engine, abbastanza ben curato in alcuni dettagli (come i volti dei personaggi) e visivamente pulito, seppur a livello poligonale è tutt’altro che next gen.
Il fiore all’occhiello del comparto tecnico sono la direzione artistica e la regia delle cutscene, capaci di creare tante scene memorabili in un’avventura che può essere completata in appena tre o quattro ore.
Dalla già abbastanza nota scena della comunione ai dipinti di effigi sacre incomplete per la mancanza degli occhi; dal cane nel mulino fino al primo piano della donna che fischietta. In mezzo a luoghi inquietanti che di norma non dovrebbero esserlo: un edificio cadente, un’azienda ittica, gli interni di un monastero…
Menzione speciale per il gigantismo stranamente presente in questo mondo di gioco, sia negli oggetti che, soprattutto, negli animali. Si tratta davvero, come scritto anche nel sito web ufficiale, di una Russia alternativa del diciannovesimo secolo? Oppure è per via delle visioni di Indika? È forse un’allegoria? Comunque sia, si è sempre terrorizzati dal pensiero che una di quelle immense creature possa aggredire da un momento all’altro… e non è detto che non accada.
Anche la colonna sonora sa accompagnare benissimo le sessioni di gioco con tracce che restano impresse nella mente, come la tentazione demoniaca che sembra voler schernire la protagonista con un sottofondo musicale adatto a un baraccone, o anche solo il rumore scaturito dal movimento di grossi macchinari, dal suono ritmico che entra in testa.
Indika è stato definito in più occasioni come un horror: se questo genere è determinato dal saper essere perturbante, allora stiamo parlando di uno dei titoli che più rientra nella categoria.

Ma come si gioca Indika? Cosa bisogna fare in questo videogioco? Le poche ore necessarie per completare l’avventura offrono una buona varietà di sessioni platform e puzzle, assolutamente non considerabili come difficili ma nemmeno come una mera formalità.
Le sessioni più arcade appartengono ai flashback del passato di Indika, i quali meritano una menzione speciale per la scelta di realizzarli in pixel art. Non è un caso che la stessa scelta sia stata fatta per i menù di gioco, in particolare per quello dei progressi…
Points are pointless
“A cosa mi servono i punti esperienza in un videogioco d’avventura?” Questo è ciò che Rufus Kubica, Product Management Lead di 11 bit studios, riteneva fosse la domanda posta dagli spettatori mentre illustrava un video di gameplay di Indika. La risposta, sempre a detta sua, è un po’ complicata… ed effettivamente lo è, oltre ad essere sorprendente.
I points (Indika non ha la localizzazione in italiano) sono indicati in alto a sinistra dello schermo. Sia essi che l’indicatore sono realizzati in pixel art, a simboleggiare un elemento puramente videoludico.
Non a caso i punti si ottengono in maggior numero nelle sessioni flashback, le più arcade del gioco, ma è raro ottenerli durante la main quest dove invece è più probabile che vengano persi. Più facile guadagnare punti raccogliendo oggetti collezionabili o accendendo ceri presso le effigi sacre sparse nel mondo di gioco, ed è possibile incrementare ulteriormente il numero tramite premi o moltiplicatori sbloccabili nello “Skill Tree” ogni volta che si sale di livello.
Per salire di livello è necessario raggiungere una determinata soglia di punti segnalata dall’indicatore, la quale diventa sempre più alta man mano che si migliora.

Ma a cosa servono questi punti? Fin dove arriva questo “Skill Tree” che permette sempre e solo di incrementare o aumentare i punti? L’unica risposta che viene data dal gioco arriva in più occasioni durante le schermate di caricamento, e sembrerebbe paradossale dato che suggerisce al giocatore di non raccogliere i punti, poiché questi sono inutili.
Può davvero essere questa la risposta corretta? Può l’unico sistema di progressione di Indika essere stato sviluppato senza uno scopo?
Prendersi gioco del videogioco
La vera domanda non è chiedersi se i punti siano davvero inutili , ma se il giocatore deciderà o meno di ascoltare ciò che gli viene detto.
Si è in grado di proseguire nell’avventura senza esplorare aree secondarie in cerca di collezionabili o di effigi sacre presso le quali pregare? Si riesce a superare le sessioni flashback senza cercare di raccogliere tutti i punti presenti nei livelli?
Indika utilizza il credo religioso e i suoi dogmi come metafora del videogioco, e viceversa. L’opera di Odd Meter vuole dimostrare che il giocatore tende sempre a puntare al completismo e al perfezionismo, mettendolo di fronte alla possibilità di raccogliere elementi puramente ludici sparsi per il mondo di gioco pur dicendo che questi sono inutili.
E’ probabile, inoltre, che il giocatore moderno vada a cercare un significato nascosto dietro un videogioco del genere, così come sempre ormai si tende a cercare una qualche filologia anche dietro ogni elemento del medium. E se invece non ci fosse davvero nulla?
Nonostante il tema portante di Indika sia proprio la mancanza di significato dei simboli, si ha il coraggio di cercare un qualche significato in diversi elementi di quest’opera? Ad esempio, esiste un motivo per cui le sessioni dei flashback sono state realizzate in pixel art? C’è una qualche chiave di lettura per il gigantismo presente nel gioco? Oppure sono semplicemente delle scelte stilistiche prive di un reale significato?

Un altro esempio sono le sessioni platform in cui è necessario pregare per proseguire: per quale motivo è impossibile completare il percorso senza ascoltare in alcuni casi la voce del diavolo? E’ un riferimento al dualismo luce-oscurità, oppure è semplicemente una scelta pratica di game design?
Persino i trofei/obiettivi sembrano farsi beffe del giocatore, facendo richieste assurde in alcuni casi per essere sbloccati. Nessuno di essi, inoltre, è legato ai punti.
Resta comunque possibile leggere dei significati dietro Indika, alcuni palesi e altri filologici, ma con quale coraggio si può andare ad esporre le proprie tesi dopo un’esperienza del genere?
Proprio come i dogmi e le credenze religiose, una persona può seguire questa via a fin di bene, anche solo per se stessa, ma si è in grado di spiegare ad altri tale punto di vista? Dopotutto, non abbiamo ancora prove dell’esistenza di Dio.





