Dark Souls – Un aiuto inaspettato
“Soulsborne”: termine che raggruppa i videogiochi più famosi sviluppati da From Software. Titoli brutalmente difficili, amati e odiati, spesso al centro delle diatribe riguardanti la difficoltà dei videogiochi e usati come esempio di titoli non accessibili ed adatti a tutti. Ma in tutto questo marasma di “Git Gud”, “I giochi hanno bisogno della difficoltà facile” e ingiurie contro qualsivoglia divinità durante le sessioni di gioco, esiste una parte di Internet che elogia le creazioni di Hidetaka Miyazaki… per il loro potere curativo.
“Dark Souls mi ha salvato”
Se su Youtube si cerca “Dark Souls saved me”, il sito propone un gran numero di video che vedono persone raccontare il proprio rapporto con il titolo in modo molto particolare. Depressione, ansia e, in certi casi, pensieri autolesionisti curati da un videogioco difficile, intransigente verso il giocatore ed immerso in un’ambientazione tetra e disperata.
Il punto focale di questi racconti è appunto la difficoltà dei Souls e di come essa abbia impattato in modo positivo sui giocatori: c’è chi racconta di aver riscoperto la felicità dopo aver sconfitto un avversario particolarmente ostico e chi ha addirittura iniziato a figurarsi i problemi della vita quotidiana come dei boss di Bloodborne.
Molte di queste storie raccontano di come le difficoltà incontrate nei titoli della From Software siano diventate una metafora dei problemi della vita reale.

Ma mettiamo da parte questo romanticismo e poniamoci la domanda che, giustamente, salta in mente quando si sente parlare di certi argomenti: è davvero possibile che un videogioco action-fantasy possa aiutare mentalmente le persone? E se sì, come?
Autoefficacia
La self-efficacy (o autoefficacia) è la fiducia di una persona nelle proprie capacità, abilità, potenzialità di esercitare un controllo sugli eventi e gestire la propria vita. In altre parole, è la percezione che abbiamo di noi stessi di riuscire ad essere in grado di fare, sentire, esprimere o essere qualcosa. Senza scendere troppo nei dettagli, le persone che soffrono di depressione e ansia hanno bassi livelli di autoefficacia, ovvero hanno poca fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità. Ed è proprio su questo aspetto che i giocatori di questo genere di titoli, nelle storie citate, hanno notato un cambiamento: giocando si sentivano più abili e sicuri di sé.

Ma come fa un videogioco ad aver un impatto così forte e preciso? E soprattutto…perché proprio Dark Souls?
Una delle caratteristiche nel quale i titoli della From Software si distinguono dagli altri titoli nel mercato è che non sono progettati per essere battuti. La maggior parte dei videogiochi mette il giocatore al centro dell’esperienza e, direttamente o indirettamente, lo guida verso la meta aiutandolo nel suo viaggio. I Souls, invece, evitano di dare qualsiasi tipo di indicazione, consiglio o informazione che possa alleggerire la difficoltà dell’esperienza di gioco: tutto deve essere scoperto tramite il fallimento e la perseveranza.
Questa differenza porta l’esperienza di giocare a questi titoli su un piano diverso: le vittorie ottenute dal giocatore sono autentiche, conquistate solamente grazie alle sue abilità e conoscenze ottenute durante le sessioni di gioco.
La genuinità dei successi ottenuti in questi titoli dimostra ai giocatori di aver appreso le dinamiche di gioco riuscendo a superare le sfide proposte, andando ad aumentare il loro senso di autoefficacia.
Un mondo ostile e indifferente
I titoli sviluppati da From Software, oltre ad essere difficili, sono progettati in modo da far sentire il giocatore solo ed abbandonato. La difficoltà dei Souls è intransigente verso il protagonista: avversari mortali, alti output di danno, oggetti con descrizioni criptiche, risorse limitate, dungeon pieni di trappole e nemici nascosti ad ogni angolo… senza contare le boss fight.
Dark Souls vuole che il giocatore impari le regole del mondo in cui viene gettato a sue spese fin dai primi minuti di gioco.
Ma non è solo la difficoltà dei Souls che porta il giocatore in uno stato di agonia e avvilimento: anche l’ambientazione creata da From Software fa il suo bel lavoro. I mondi protagonisti di questi titoli sono reami decaduti, grigi e pieni di morte, dipinti di colori smorti proprio come i personaggi che vi si incontrano: sopravvissuti disperati sull’orlo della follia.
L’ultimo elemento che rafforza ulteriormente l’idea di impotenza del giocatore sta proprio nelle sembianze dei personaggi di cui si prende il controllo: piccole e deboli creature che ricordano vagamente un essere umano che vanno incontro ad avversari enormi, mostri orribili o abili combattenti.

“Don’t you dare go hollow”
Spendere delle ore per sconfiggere un singolo boss può sembrare assurdo e, in un certo senso, autolesionista, ma la soddisfazione nel superare un ostacolo apparentemente insormontabile è molto forte. Chi gioca ai videogiochi talvolta cerca molto di più di un po di svago e divertimento. Certe volte si gioca per provare emozioni forti, o per mettersi alla prova e dimostrare a sé stessi che, anche se solo nella piccola realtà di un mondo digitale, si ha ancora la grinta di andare avanti; infatti, uno dei motti nato da queste community è “don’t you dare go hollow”: non perdere la speranza, non lasciarti andare e continua a lottare.




