Lo stato dell’arte e di un territorio

Si è conclusa a Palazzo Trentini la prima sezione della mostra “Lo stato dell’arte – Trentino Alto Adige – Südtirol”, iniziativa Speciale del Padiglione Italia nell’ambito della 54esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia per il 150° dell’Unità d’Italia.“Lo stato dell’arte nelle regioni” nasce da un originale progetto di Vittorio Sgarbi, curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia. Le opere degli artisti selezionati vengono esposte nelle città italiane più importanti, consentendo una visuale globale che cerca di far luce sulla creatività italiana in tutto il territorio.

A Trento l’esposizione propone le opere di 31 artisti tra pittori, scultori, fotografi e autori di installazioni.
Apertasi con una rosa di nomi di prestigio fino al 13 novembre, la mostra di Palazzo Trentini ha sinora ospitato le opere di: Gelsomina Bassetti, Mauro Cappelletti, Livio Conta, Arnold Mario Dall’O, Margarteh Dorigatti, Ulrich Egger, Mastro 7, Floriano Menapace, Giuliano Orsingher, Paolo Tait, Adolf Vallazza, Willy Verginer, Bruno Walpoth e Luciano Zanoni.
Prosegue ora dal 16 novembre all’8 dicembre con le opere di: Matteo Boato, Luciano Civettini, Luca Coser, Aron Demetz, Gehard Demetz, Peter Demetz, Hubert Kostner, Federico Lanaro, Sylvia Mair, Jacopo Mazzonelli, Valentina Miorandi, Andreas Nestl, Robert Pan, Laurina Paperina, Michela Pedron, Anna Scalfi Eghenter e Peter Senoner.
Tra loro parliamo con Matteo Boato: “Mi piace molto l’idea di Sgarbi di estendere  il Padiglione Italia ai capoluoghi. Considero la mostra una fotografia sincera dello Stato dell’arte in regione. Ho proposto un dittico che appartiene all’ultimo stadio di una ricerca titolata “Le Case Danzanti” iniziata nel 1999 sui centri storici italiani“.
L’arte può arrivare dove la parola non arriva. Più della parola ha valore antropologico. Il minuzioso lavoro di Matteo Boato ha a che vedere con il lavoro dell’uomo. Nei suoi paesaggi fabbriche, macchine, autostrade son sparite. Resiste solo l’uomo e l’agricoltura. In quei campi tirati con la forza delle mani, quasi zappati uno a uno, coltivati mentalmente nel bisogno di recuperare manualmente un gesto antico. In quelle piazze dove si sente il brusio della gente che camminando si saluta, Boato rievoca una cultura che lentamente sta sparendo. Campi e case progettati con una prospettiva in cui manca l’ombra, come nei disegni dei bambini piccoli, che vivono qui ed ora. È un modo per dire: concentrati sul presente e rifletti.
La sua mi pare una maniera genuina di fare cultura del territorio. Oggi territorio è una parola abusata: ci sono le banche del territorio, i servizi del territorio, le politiche per il territorio. C’è chi  riesce a farlo in modo silenzioso e pulito. Questo artista trentino è stato capace di mettersi in luce come il prodotto della cultura di una terra e soprattutto di un territorio. E la vera vocazione del territorio è creare un’identità individuale forte.
In Boato sparisce l’orizzonte, a favore di una tecnica fotografica di studio del particolare. È  un’analisi del territorio che non saprei se sociale o economica. Certamente è politico il suo messaggio, ecologista è la cultura che lui ha sempre respirato.
Conoscendolo si comprende che la sua è una ricerca anche spirituale, un cammino di ricerca. Un lavoro di scavo nell’archetipo del “suolo scomparso”, concetto antropologico che si riferisce al terreno agricolo che tutti noi abbiamo dentro e che ci rievoca ricordi d’infanzia. Quel campo oggi è sparito, a causa dell’eccesso di antropizzazione e di una cultura che si è allontanata dalla natura.
La sua pittura è luogo dell’anima, che ci dà pace e ci fa riconnettere alla Natura.
E il lavoro dell’uomo è anche prendersi carico del proprio cammino con riflessione.

di Valentina Musmeci

13 novembre 2011

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