L’EVEREST ERA UNA VOLTA L’AMERICA

messnerLa storia dell’Everest e dei suoi protagonisti americani al Trentofilmfestival ha avuto un narratore d’eccezione. È spesso lui che ricostruisce pezzi importanti della storia dell’alpinismo in Himalaya ed è infatti a lui che vengono affidate le serate di punta: Reinhold Messner.

Forse perché rende semplice e accessibile a tutti una narrazione che non lo è, forse perché rivaluta pezzi di storia di alpinismo himalayano e li rende vicini, importanti anche per noi, Messner ha ripercorso alcune delle più importanti tappe dell’alpinismo americano, da allora più che mai legato alle imprese sull’Everest.

E non poteva che essere lui a presentare la serata, visto che nel 1978 ha scalato questa cima senza ossigeno e due anni dopo in solitaria.

Quattro le date fondamentali della storia americana dell’ascesa alla cima più alta del mondo: 1953, 1963, 1973, 1988.

Partendo dalla prima attraversata del tetto del mondo da parte di un agguerrito team di alpinisti saliti dalla inviolata cresta ovest e successivamente scesi dalla via del Colle Sud, percorsa dieci anni prima da Hillary e Tenzing, Messner chiama sul palco il capo spedizione, l’alpinista e cineasta Norman G. Dhyrenfurth, presente in sala con i suoi 95 anni ben portati.

Importante il contributo del fortissimo Ed Webster, chiamato a testimoniare un’evoluzione dell’alpinismo americano poiché autore nel 1988, insieme a Robert Anderson, all’inglese Stephen Venables e al canadese Paul Teare, della prima salita in stile alpino della Parete Kangshung dell’Everest incombente sul versante tibetano, che ha rappresentato a lungo l’ultimo grande problema alpinistico rimasto insoluto sul tetto del mondo.

Con le favolose le riprese delle prime scalate su El Capitan dello Yosemite Park, Messner fa entrare il pubblico nella dimensione “very friendly” dello stile americano, molto lontana dalla sofferenza eroica di un modo decisamente più europeo di approcciare le vette.

Infine Messner ha invitato sul palco Conrad Anker, l’uomo che ha legato il suo nome all’eccezionale ritrovamento nel 1999 del corpo dell’alpinista George Mallory sulla parete nord dell’Everest a 8200 metri di quota, senza sciogliere il mistero se Mallory con Irvine raggiunsero la vetta dell’Everest  nel 1924.

Valentina Musmeci

6 maggio 2013

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