Indie Italiani – The Town Of Light con Intervista

Indie Italiani – The Town Of Light con Intervista

Ogni 7 del mese ormai sapete bene che c’è l’appuntamento Altea Gamer Squad con il progetto riguardante gli Indie Italiani. Nel precedente numero abbiamo parlato dell’interessantissimo Daymare:1998, oggi invece ci ritroveremo ad affrontare un tema che va oltre il videogioco e che merita un approfondimento particolare. A fine articolo l’intervista del suo sviluppatore Luca Dalcò. Oggi parleremo di The Town Of Light.

Difficoltà preliminari. Avvertenze per il lettore

Tutto quello che leggerai in questa recensione-approfondimento è il tentativo di mettere in luce le peculiarità di un videogioco che va ben oltre sé stesso. Siamo abituati, come è giusto che sia tra le altre cose, ad intendere il videogioco come fonte di svago e divertimento. A volte però questi è in grado di essere una performance che si pone in una posizione diametralmente opposta: scava dentro di noi, ci impegna, ci interroga.

Devi sapere che chi si impegna in questo genere di articoli, in questo caso, ha serie difficoltà, perché, senza far apparire il tutto artificioso e costruito con voli pindarici, deve far arrivare al lettore sì, il lato tecnico del videogioco, ma anche e soprattutto la storia e la verità.

Per questo ci tengo a dirti, in maniera spicciola e senza cercare di compiacerti, che The Town Of Light, il titolo di cui parleremo oggi, è un pugno nello stomaco. Attraverso la storia di Renée noi cammineremo, ascolteremo, vedremo con i nostri occhi storie e documenti, eventi e parole che, attraverso una ricostruzione meticolosa, sono rimasti vivi nonostante il tempo.

Quello che vedrai e che leggerai non è qualcosa che è accaduto milioni di anni fa. Le vicende che vivrai (quasi) sulla tua pelle potevano capitare anche a te. È bene vivere tranquilli nella propria casa, ma è bene ricordare che non a tutti è stato concesso questo privilegio.

I contenuti, i temi trattati, le immagini, i video YouTube a cui rimando, non sono indicati a persone sensibili e deboli di cuore e per i minorenni.

Trama

Siamo a Volterra, in quel complesso ospedaliero che è stato definito in diversi modi: frenocomio, manicomio, ospedale psichiatrico. Questi, riconosciuto come ente morale nel 1884, chiuderà definitivamente nel 1978 a seguito della legge n.180, conosciuta anche come Legge Basaglia, che impose la chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici. Vi fu, in sostanza, il superamento della logica costrittiva manicomiale. Chi volesse approfondire può guardare questa breve intervista a Franco Basaglia, oppure questo approfondimento.

Il protagonista, di cui non possiamo dirvi molto, è un nostro contemporaneo e si trova a visitare il complesso, ormai ridotto in rovina. Essendo un’avventura, attraverso l’esplorazione, continui flashback, il rovistare alla ricerca di documenti ed indizi, conosceremo la storia di Renèe, ma, soprattutto quella di altri internati. Renèe e la sua vita faranno da filo conduttore e ci getteranno in una narrazione efficace, in grado di smuovere qualcosa, in grado di prepararci a tutto ciò che, aldilà dell’espediente videoludico, c’è di vero.

Un viaggio nell’infanzia di Renèe

Non voglio giudicare nessuno per ciò che è accaduto, anche perché non ne possiedo le competenze, ma ciò che vedremo ci porta inevitabilmente ad una semplice domanda: come è stato possibile?

Come è possibile che un complesso con circa 5000 pazienti (momento massimo della sua espansione) permettesse tali comportamenti e tali cure? Si trattava di un limite delle competenze mediche del tempo, o di uno scarso interesse per una categoria di persone che, frettolosamente, fu etichettata come “pazza”? A tal proposito consiglio una lettura, non affatto facile, di Storia della follia nell’età classica di Michel Foucault.

Quello che posso fare, e ciò che vuole fare The Town Of Light è invitarvi a pensare e a mettere in discussione.

L’aspetto ludico

Bisogna precisare, ma credo si sia già capito, che The Town Of Light, non è un horror, ma un thriller psicologico. Non ci sono jump-scare, non ci sono zombie, non abbiamo armi con cui difenderci, anche perché non verremo attaccati. Quello che proveremo non è paura, ma, piuttosto, ansia e profondo dolore.

Il nostro compito sarà quello di indagare attraverso indizi e documenti, e proseguire nella storia di Renèe. Ovviamente sarete liberi di andare qui e lì, fa parte del gioco, ma alcune aree saranno accessibili solo dopo aver fatto determinate azioni. A volte gli indizi per proseguire non sono stati di facile intuizione, risultando, forse, un po’ forzati, ma questo crediamo sia in parte voluto, perché inizialmente ci sentiremo spaesati.

Non sappiamo chi sia Renée, e neanche il nostro personaggio, ma soprattutto non capiamo quasi nulla di ciò che ci sta accadendo. La narrazione, infatti, non è lineare, ma in medias res. Anche da questo punto di vista The Town Of Light si rende interessante e misterioso, perché ci impegnerà non poco nel cercare di entrare nella testa del personaggio.

Il padiglione Charcot.

La cura per i dettagli e la ricostruzione fedele del padiglione Charcot, in particolare, ci permette di essere lì, per davvero. I numerosi flashback, invece, che ci riportano negli anni in cui il padiglione era ancora operativo, riesce a creare quel senso di inquietudine tipico dei thriller.

L’attenzione posta alla condizione degli internati, le cure cui venivano sottoposti, la ricostruzione storica delle credenze mediche, dalla lobotomia all’elettroshock, ma soprattutto sociali e culturali del tempo, rende The Town Of Light un vero e proprio documentario. Se avete tempo vi consiglio di guardare questo video di History Channel.

Alcune spiegazioni all’interno del gioco

Il comparto audio e grafico riescono magistralmente a creare un contrasto tra la calma e, a tratti, la bellezza della campagna circostante, la solitudine di un edificio in mezzo al nulla, e la storia di Renèe che sembra ancora vivere e pulsare ovunque. Saremo soli, ma mai completamente, perché quella stanza vuota ci dice che un tempo era, in realtà, abitata.

The Town Of Light è l’esempio che il videogioco è in grado di essere qualcosa in più (non nel senso qualitativo) del semplice e puro passatempo. La possibilità, a differenza di un libro o di un film, di dettare i tempi della narrazione, ci permettono di vivere un totale coinvolgimento.

Spesso si sente dire che l’Italia sia un paese di poeti e di scrittori e credo che The Town Of Light sia un modo per dimostrare quanto la nostra vena artistica possa unirsi in uno splendido connubio videoludico. Anche i videogiochi, e italiani aggiungerei, possono dire la loro.

Intervista a Luca Dalcò – LKA.it

Come è nata l’idea di sviluppare The Town Of Light?

Una serie di fattori hanno fatto scattare la scintilla e reso possibile, anche tecnicamente, la nascita di The Town of Light. il progetto nasce come sperimentazione interna dello studio che allora contava 2 persone e che ancora non si occupava di video games, poi la cosa è cresciuta, il team si è ampliato fino a contare più di 10 persone e ci siamo trovati proiettati nel mondo della game industry senza quasi sapere perché.

Molte volte vi ho visti precisare che The Town Of Light non sia un horror, bensì un thriller psicologico. C’è un motivo dietro questa scelta?

Si, c’è un motivo ben preciso. Il gioco affronta un argomento molto delicato e lo fa cercando di essere verosimile. Parlare di horror rischia di far apparire l’operazione sotto una luce differente. In realtà tutto dipende da cosa si intende per horror. Oggi tendiamo ad identificare l’horror con l’infinita (e personalmente direi poco ispirata) scia cinematografica americana. Da questo punto di vista The Town of Light non è assolutamente un horror. Se però intendiamo con horror anche qualcosa di disturbante che, senza soprannaturale e jump scares, tocca corde profonde che creano inquietudine e angoscia, allora The Town of Light è un horror al 100%. Personalmente penso che l’orrore prodotto dalla realtà sia sempre più spaventoso e toccante di qualsiasi invenzione.

Dietro lo sviluppo del gioco c’è stato sicuramente uno studio accurato e approfondito. Quali sono le fonti o le persone che vi hanno aiutato in questo lavoro? Avete avuto l’occasione, eventualmente, di parlare con uno dei pazienti?

Ricerca e documentazione hanno accompagnato tutto l’arco dello sviluppo. La base fondamentale sono state le letture di testi, ricerche, articoli, tesi di laurea, documenti clinici ecc. 3 aspetti sono stati essenziali: quello storico, quello clinico e, più importante di tutti, quello soggettivo di chi soffre di disturbi psichiatrici. Purtroppo l’epoca che raccontiamo non fornisce molte testimonianze dirette, fortunatamente quelle indirette sono numerosissime.

Cosa significa per te The Town Of Light? C’è un legame storico o emotivo?

E’ una questione di empatia. Ho sempre sentito una forte empatia con chi soffre di disturbi psichiatrici, ho sempre percepito la profonda sofferenza che si cela dietro “la follia”, la solitudine, l’esclusione, lo
stigma. Avere avuto l’occasione per cercare di contribuire in qualche modo a trasmettere questa empatia è stata, ed è tutt’ora, una grande emozione.

Cos’è la Luce di cui parla sempre Renèe?

Il buio è solitamente associato alla paura perché nasconde e cela i potenziali pericoli che ci circondano, la paura del buio si basa sull’autosuggestione, sull’invenzione, sulla fantasia. Quando la paura è la realtà, è quello che siamo, che ci succede, allora il buio può divenire un rifugio in cui ci si può nascondere, mentre la luce è l’elemento che ci rende visibili e vulnerabili.

La storia di Renèe si ispira ad una storia particolare oppure nasce dalle esperienze complessive dei pazienti?

E’ una esperienza collettiva, l’insieme di molte esperienze simili. Ho preferito rappresentare una condizione di molti incarnandola in una singola persona piuttosto che raccontare la storia di una persona in particolare.

Perché è stato scelto, in particolare, il dipartimento Charcot?

Perché è stato il primo incontro all’interno dell’ex ospedale psichiatrico di Volterra, l’impatto emotivo è stato forte e si è creato un legame con quel posto che è divenuto, inevitabilmente, la location principale del gioco.

Ho definito The Town Of Light un gioco drammaticamente bello. È un pugno nello stomaco che, senza esagerazioni di turno, ti fa vivere una storia vera, in grado di far male. Se nel caso dei libri o dei film viene a crearsi attorno un’aura di solennità, questo non accade nei videogiochi. Per intenderci: tranne gli esperti del settore e gli appassionati, nessuno penserebbe mai che un videogioco sia in grado di muovere emozioni e di far riflettere al pari di altri media. Secondo te, perché?

Credo che sia una questione di cultura. Sono convinto che la situazione cambierà e che il numero sempre crescente di titoli drammatici farà cambiare idea anche a chi non è particolarmente vicino al settore. Anche sul fronte istituzionale la percezione sta cambiando, tanto che la legge cinema del 2016 ha aggiunto i video games all’elenco dei prodotti audiovisivi sbloccando i finanziamenti dedicati ai progetti di interesse culturale. Un primo importante passo per far crescere una percezione differente del media video game. Voglio anche ringraziarti per le tue parole, è sempre una grande emozione sentire di essere riusciti a trasmettere l’emozione che ha dato vita a The Town of Light.

Avete qualche altro progetto in cantiere?

Stiamo lavorando ad un nuovo titolo, “Martha is dead”, un un thriller psicologico dalle tinte gotiche ambientato alla fine della seconda guerra mondiale in Italia.

Numeri Precedenti della collana Indie Italiani

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