Violenza e videogiochi: una storia senza fine

Violenza e videogiochi: una storia senza fine
Fonte Immagine: epicgames.com

Quando ho iniziato a raccogliere idee, informazioni e fonti per questo articolo, non avevo ancora ben chiaro come rendere giustizia a un argomento così complesso. In fondo, sono della sezione Videogiochi: la correlazione tra questi ultimi e la violenza è stata affrontata (spesso male) così tante volte da giornali più o meno importanti negli ultimi anni che rischiavo di cadere nel già sentito, già letto, già visto, nel retorico. Nel banale.

Ed è stato proprio quando mi è venuta in mente quella parola, “banale”, che il mio cervello ha fatto un balzo indietro di sei anni e ho rivisto una me diversa, più piccola che tentava di prepararsi al meglio per l’esame di maturità.

Avevo 16 anni la prima volta che ho sentito parlare di Hannah Arendt. Sapevo solo che era di origini ebree, fuggita dalla Germania nel 1933, naturalizzata statunitense solamente vent’anni dopo, filosofa, studiosa di politica, sociologia, storica.

Ne avevo 18 quando ho letto per la prima volta quel titolo: “La banalità del male”. Il titolo completo in realtà è “Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male”. E lo riporto per intero perché è importante notare la parola “resoconto”. Il libro è, infatti, un report, un diario sulle sedute del processo ad Eichmann, il gerarca nazista che per primo diede l’ok all’utilizzo del gas come mezzo per lo sterminio. Perché gli sembrava più umano.

Più volte durante il processo, Adolf Eichmann ripete di non avere «niente di personale» contro gli ebrei, riconoscendo per sé solo la responsabilità dell’esecuzione di ordini dall’alto, come qualunque altro bravo soldato. Ma le sue parole lo tradiscono più volte, creando una distanza incolmabile tra quello che sostiene e quello che pensa davvero. Hannah Arendt lo riporta con chiarezza, con lucidità e senza possibilità di fraintendimenti: «quelli come voi».

Parole pericolose

Noi e voi. Noi e loro.

La divisione in gruppi chiusi fa parte dell’essere umano ipoteticamente da quando l’homo erectus è sceso per la prima volta dagli alberi. La mia è chiaramente un’iperbole, ma l’idea di base è che esistano vari tipi di “associazioni umane”, ognuna con la sua specifica funzione sociale: così il gruppo del lavoro sarà diverso da un gruppo primario, che sarà a sua volta diverso ancora dall’immersione in una folla.

L’uso semantico del “noi e-” suppone una suddivisione gerarchica ben precisa: noi, appartenenti a un determinato gruppo (sociale, culturale, etnico, ma anche semplici fanbase, orientamenti politici e sessuali, tipi di lavori o facoltà universitarie), siamo diversi da voi, da loro, dal resto. Noi, nella nostra cerchia più o meno ristretta, abbiamo linguaggi, modi di fare, di dire, che voi e loro non avete né, talvolta, comprendete.

Per questo l’utilizzo della locuzione “quelli come voi” nel caso Eichmann è segno rivelatore del suo vero pensiero verso gli ebrei. Che fosse suo, che fosse figlio del tempo e della cultura, che fosse inculcato dalla dittatura, resta un pensiero forte che, nonostante i tentativi di nasconderlo, minimizzando i fatti, è tornato a galla prepotentemente dall’inconscio.

Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”, diceva Alda Merini, internata per 7 lunghi anni nel manicomio Pini di Milano. Una donna che la violenza delle parole e non solo, rinchiusa in un quel luogo -a causa di un presunto non riconoscimento della sua patologia-, l’ha conosciuta bene, nata «il 21 a primavera/ ma non sapevo che nascere folle/ (…)/ potesse scatenar tempesta».

Basta aprire i social, cliccare su “commenti” sotto quasi ogni post. Ci si ritrova di fronte a una specie di deriva della violenza verbale: insulti gratuiti tra utenti che non si conoscono, che si maledicono le famiglie a vicenda, che si sentono in diritto di esprimere la propria opinione (sacrosanto), ma non sono pronti ad ascoltare quella degli altri, né tanto meno ad accettare che gli altri possano semplicemente averne una.

Viviamo in tempi difficili, sotto molti punti di vista, ma è vero che queste cose “prima delle tecnologie” non succedevano?

Lasciate che vi racconti una storia

“C’era una volta, in un posto lontano lontano, una giovane donna, alta e di bell’aspetto, che, in un bel giorno di primavera, scoprì di essere incinta. Quella stessa notte, le venne in sogno una bellissima bambina, con gli occhi grandi e i capelli neri e le labbra rosso vermiglio. Esattamente nove mesi dopo, la donna diede alla luce una splendida bimba, forte e con gli occhi grandi. La fanciulla cresceva, cresceva, e come tutte le ragazzine di una volta, giocava tra i fiori e le farfalle, e diventava sempre più bella.

Alla soglia dei 7 anni, sua madre iniziò ad essere fortemente gelosa dell’avvenenza della sua piccola e leggiadra figlia: contattò così un uomo, certamente non uno stinco di santo, chiedendo di fare per lei il lavoro sporco e di portarle un polmone e il fegato della bambina, che avrebbe poi cucinato con sale e pepe. La piccola, tuttavia, riuscì a scappare e a trovare rifugio presso una dolce e strana famiglia, che si prese cura di lei per molti, molti anni.

Ma la mamma, ormai anziana, la trovò e la ingannò, facendole mangiare un frutto non commestibile: la ragazza, ormai giovane donna, caduta in coma, venne trovata da un uomo, che la portò con sé per curarla. Ma i medici, stanchi di provarle tutte per tentare di risvegliarla, decisero di prenderla a calci, permettendole tramite le percosse di sputare il frutto avvelenato e, di fatto, salvandola da morte certa.”

L’avete riconosciuta? Probabilmente no, non solo perché l’ho leggermente riadattata, ma anche perché ne conosciamo solo la versione soft della Disney. Questa è la storia originale di Biancaneve, nella versione primaria del 1812, in cui la strega cattiva è la mamma che vuole mangiare la figlia e i servi del principe (nel mio riadattamento i medici, che mi perdoni la categoria ma era l’unica vagamente pertinente) la percuotono violentemente poiché stanchi di prendersi cura di lei.

Violenza come metodo educativo

Nel 1812, il metodo Montessori era ben lontano dall’essere inventato. Dovremo aspettare un secolo prima che la pedagogia diventi veicolo per l’insegnamento sereno, spontaneo, libero e sano in cui il bambino è il centro, e non mezzo per l’indottrinamento e l’instillazione di terrore.

A quel tempo, le fiabe erano piene di violenza. Una violenza che veniva giustificata nella “morale” del racconto stesso: Cappuccetto Rosso viene mangiata dal lupo perché ha disobbedito all’ordine della mamma di non andare nel bosco (nella storia originale c’è una minuziosa descrizione di come venga sventrato quel povero lupetto che null’altro ha fatto se non il suo mestiere, alla fin fine);la Sirenetta ci insegna che se vogliamo raggiungere qualcosa dobbiamo per forza sacrificare qualcos’altro lungo il cammino; Biancaneve ci dimostra che la bellezza più pura e candida, esteriore ed interiore, vince sulla crudeltà della vanità (anche se subisce violenze di ogni tipo, prima di risvegliarsi).

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Fonte immagine: nerdando.com

Anche se ad oggi ci sembra assurdo raccontare a una bambina di 5 anni, che pende dalle nostre labbra con gli occhioni spalancati, che al lupo è stata fatta un’autopsia degna di Hannibal Lecter o che la bella Ariel non si sposa col principe come nel film Disney, ma diventa una “figlia dell’aria” e dovrà aspettare 300 anni per morire del tutto, bisogna entrare nell’ottica che all’epoca era normale.

Normale perché nonostante ci venga romanzato come “secolo romantico”, pieno di poeti, pittori e musicisti splendidi e maledetti, di passioni e sentimenti, il 1800 resta tra i 100 anni più violenti e crudeli dell’intero decorso umano. E scrivo nel 2020, che di certo non è un anno roseo, quindi vedete voi. Non è certo questo il posto dove fare lezioni di storia, ma basti pensare che in un secolo siamo passati da mille staterelli piccoli e in guerra tra loro ad un’Italia Unita e chi pensa ancora che sia stato un processo indolore dovrebbe tornare sui libri di scuola.

Il ruolo della Politica

Ma i tempi si evolvono, tra Napoleone e noi passano ben due Guerre Mondiali e la costruzione dell’Europa Unita. Si evolve il pensiero, la morale, ci si prova a slegare da dogmi e regole che ormai sembrano anacronistici. Si diventa (per una manciata di voti) una Repubblica fondata sul lavoro, con la migliore Costituzione che sia mai stata scritta, e si può votare tutti, uomini e donne, ricchi e poveri, belli e brutti, purché si sia raggiunta la maggiore età. Nel frattempo, arriva la tv, la radio, i mass media e, dalla lentezza delle poste, la comunicazione e lo scambio di idee si fanno rapide, veloci, incalzanti, sempre di più, fino al web e all’invenzione dei social network.

La politica ha cercato e cerca tutt’ora di stare dietro a questa velocità e a questa nuova forma di comunicazione, ma non sempre ci riesce. E, quando ci riesce, non sempre lo fa nel modo giusto.

La correlazione tra politica e violenza è spiegata benissimo in Sulla Violenza, della stessa Hannah Arendt, che riporta a sua volta una constatazione accettata indipendentemente dallo schieramento politico da tutti i teorici della politica, da C. Wright Mills a M. Weber: «la violenza non è altro che la più flagrante manifestazione del potere». Ma questo funziona solo se intendiamo la politica, o quantomeno lo Stato, come lo intendeva Marx e cioè come potere coercitivo nelle mani di chi governa.

Mi piacerebbe dirvi che non è così e che “politica” ad oggi ha ancora il senso alto e pulito che poteva avere nell’Antica Grecia. Ma se è vero che la violenza è il mezzo più semplice e istintivo dell’uomo per raggiungere i suoi obiettivi, è facile anche pensare che tutto sommato nemmeno i Greci fossero proprio ligi al dovere nei confronti della “polis”.

Ciò che è certamente sotto gli occhi di tutti, è che negli ultimi anni questo modo di fare politica ha sdoganato la violenza, legittimandola, rendendola giustificabile o quanto meno permettendone lo “scarica-barile” proprio attraverso i social, dove se da una parte ci metti la faccia o almeno la foto, dall’altra sei certo che da dietro uno schermo nessuno possa toccarti.

Videogiochi: capri espiatori di un male non loro

Se siete giunti fin qui, innanzitutto complimenti, ma soprattutto saprete ormai perfettamente dove voglio andare a parare: i videogiochi inducono alla violenza?

Che è un po’ come chiedersi “ma giocare a calcio all’oratorio mi rende simile o almeno affine a Maradona?”. A meno che non ti chiami Zlatan, colui che tutto può grazie a un ego che non lo fa passare dalle porte, direi di no.

Ad oggi, non ci sono articoli o fonti attendibili che dimostrino la correlazione diretta tra incremento della violenza e uso dei videogiochi. Questo nonostante la crociata di molte mamme che hanno esultato quando l’OMS ha inserito i videogiochi tra le patologie di dipendenza, non comprendendo in realtà, come ci spiega Marco qui, che l’Organizzazione non ne ha mai demonizzato l’uso ma solo l’abuso.

Come riportato in quest’articolo dell’Harvard Health Publishing, molti esperti stanno ancora studiando il presunto legame tra videogiochi violenti e violenza reale. Ma tutti -medici, dottori, psichiatri, psicologi- concordano su una cosa: sta ai genitori prendere misure di “protezione” per i bambini, limitando l’uso di contenuti non adatti e adottando altre “misure di buon senso”.

Su Focus, tuttavia, leggiamo che secondo uno studio della BYU, Università dello Utah, l’esposizione ripetuta a volgarità, violenza e addirittura parolacce incrementerebbe di fatto i livelli di aggressività, non solo tra i più giovani, ma anche negli adulti.

Questo cosa vuol dire, esattamente? La risposta è semplice e logica. Ma bisogna fare, ancora una volta, un piccolo passo indietro e comprendere che sì, è vero: l’essere umano apprende, ad ogni età, per emulazione. Tende a ripetere schemi già visti, e se questi sono funzionali al raggiungimento di un obiettivo saranno quelli scelti per primi.

Tuttavia, questa crociata verso serie tv, film e videogiochi con contenuti violenti mi sembra un po’ gratuita. Non solo, mi sembra anche un buon angolino dietro il quale nascondersi per non prendersi le proprie responsabilità sociali o familiari. Puntare il dito contro Gomorra o Fortnite ci solleva dall’incarico pesante dell’essere direttamente o indirettamente interessati nell’educazione di tutti.

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Fonte Immagine: epicgames.com

Se educo all’attenzione, all’empatia, alla cura, un bambino potrà anche vedere due mafiosi che fanno i baldanzosi e si sparano a vicenda vincendo donne e denaro, ma il giorno dopo non andrà a sparare a nessuno. Perché ciò che gli ho insegnato, con le parole ma soprattutto con la messa in pratica, nei gesti quotidiani, gli permetterà di capire che non è così che ci si comporta in una società sana. Gli avrò dato cioè gli strumenti per diventare un essere umano.

La violenza non si impara (solo) dai videogiochi, si impara in casa quando piuttosto che trattarti come un essere senziente decidono di dirti che non sono cose che puoi capire, che puoi fare, o che puoi essere. La violenza si impara quando piuttosto che spiegarti che quel videogioco non va bene per la tua età, te lo tolgono urlando allo scandalo, attaccando una casa di produzione che ha fatto il suo lavoro. Si impara da alcune forze dell’ordine che decidono arbitrariamente di picchiare i detenuti o di torturare per ore manifestanti pacifici che si opponevano al G8 nel 2001. E si impara anche a scuola, quando di fronte a un brutto voto gli insegnanti ti dicono che non vali niente, che non farai mai niente nella vita, che tutto ciò che dici non importa a nessuno e che quello che hai da raccontare è stupido o senza senso.

Deresponsabilizzarsi di tutto ciò, anche se non si ha una famiglia o non si è insegnanti, significa non aver chiaro in mente il senso dell’ ”essere cittadini attivi”.

La violenza si combatte con la responsabilità, l’empatia e l’educazione e non utilizzando sparatutto o action come capri espiatori di colpe che appartengono solo alla nostra incapacità di essere, paradossalmente, umani.

E finché continueremo a trattare bambini e adolescenti come menti da proteggere e far vivere in campane di vetro, invece che come esseri senzienti da accompagnare nell’educazione, nell’approfondimento culturale e da far fiorire dando loro gli strumenti per comprendere e analizzare in maniera critica tutto ciò che il mondo offre, ci ritroveremo sempre davanti a titoloni che tentano di spiegare una violenza assurda, discolpandosene per l’ennesima volta.

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