Daymare: 1998 – Recensione di un survival horror italiano

Daymare: 1998 – Recensione di un survival horror italiano

Sono passati quasi due anni dalla nostra visita-intervista ai ragazzi di Invader Studios, creatori di uno dei titoli più interessanti del panorama videoludico Italiano, Daymare 1998, e finalmente sono riuscito a sedare la mia sete di survival horror dal 17 Settembre, giorno del suo lancio.

La prova effettuata due anni fa mostrava già la capacità di un team di realizzare qualcosa che puntasse davvero in alto, al pari dei cosiddetti Tripla A. Nei panni di un giovane Mike Bongiorno domando: ce l’avranno fatta a soddisfare e rispettare le aspettative?

Daymare: 1998

Daymare è un termine arcaico inglese non immediatamente traducibile in italiano, e che sta a significare un’esperienza in cui si è svegli, ma in cui non si riesce a controllare il corpo. Non posso dirvi di più, altrimenti andrei ad anticiparvi troppo della trama decisamente articolata di questo titolo.

Daymare 1998, volendo ridurmi in una sinossi, tratta di un’azienda, la Hexacore BioGenetics che, in collaborazione con il governo, condurrà esperimenti sulla cittadina di Keen Sight. Qualcosa va storto e la città si trasforma in un brulicante circo di infettati da questa “Daymare Syndrome”. Il vostro compito qual è? Andiamoci piano perché non controlleremo soltanto un personaggio.

Prima di procedere va chiarita una cosa: sì, gli Invader Studios si ispirano alla saga di Resident Evil e Dead Space, ma non sono affatto dei cloni. La trama del gioco è lineare, ma presenta numerosi sentieri che si divincolano in un fitto intreccio e che, per saperne di più, necessita dei futuri capitoli. Si prevede infatti una trilogia, quindi dietro c’è un lavoro assolutamente originale che pure mostra già il suo carattere in questo primo capitolo, specialmente nel finale di cui, ovviamente, non posso dirvi nulla.

I numerosi documenti e files, ma anche gli indizi presenti nel level design, lasciano trapelare tantissime informazioni aggiuntive per i più attenti. Daymare può essere giocato in due modi, e poi vi spiegherò il perché: correndo e seguendo la storia principale, nuda e cruda, ed eliminando le minacce, oppure correndo e spulciando gli angoli, scovando nuove storie. Una feature a mio avviso davvero interessante e divertente è la possibilità di accedere esternamente, con il proprio browser, al sito della Hexacore BioGenetics. In pratica durante il gioco troverete dei documenti criptati con delle password: segnatevi tutto su un pezzo di carta, perché li potrete decriptare proprio su quel sito

Tre personaggi e cinque capitoli

Daymare ha una durata variabile in base al tipo di approccio che deciderete di assumere. Correre sempre (perché dovrete correre molto!) oppure correre ed ogni tanto farsi coraggio e cercare in ogni dove un nuovo documento? Personalmente ho scelto la seconda strada, giocandolo in modalità Daymare. la più difficile, così da poterlo vivere completamente. In realtà avevo sbagliato a cliccare la difficoltà, ma questa è un’altra storia. In ogni caso credo che si possa finire il gioco dalle 5 alle 10 ore.

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Ciò che più mi interessa però non è guardare il cronometro, ma l’intreccio dei tre personaggi che controlleremo nei cinque capitoli proposti. Anche in questo caso mi limiterò a qualche nozione di base, perché, specialmente su uno dei personaggi, la trama spinge un po’ di più l’acceleratore, soprattutto in vista dei futuri capitoli.

  • Liev: Agente della H.A.D.E.S, una divisione paramilitare controllata dalla Hexacore e che non ha, diciamo, scopi umanitari. Il vostro compito è quello di recuperare campioni di virus e darvela a gambe da Keen Sight
  • Raven: collega di Liev e che controllerete in un secondo momento. Inizialmente avrà la stessa missione di Liev
  • Samuel: finalmente uno dei buoni! o meglio, finalmente un civile. Samuel si troverà catapultato in una situazione surreale, in preda a visioni (sono soltanto visioni?) e ad un incubo di cui non pensava di poter far parte. Forse il personaggio più riuscito.

I tre personaggi, apparentemente slegati tra loro, finiranno per intrecciarsi in una trama che solo nel finalissimo vi sarà del tutto chiara. A proposito di finale! La boss fight è davvero lunga e difficile, ma in grado di generare quell’ansia che in un survival horror è oro colato. Unica pecca forse è la sua capacità di eliminarvi con un solo colpo in una cutscene verso la fine del gioco: bastava stargli a due passi e la sequenza partiva immediatamente con il risultato di un simpaticissimo SEI MORTO!

Corri ragazzo laggiù…

Proprio la boss fight mi fa venire in mente una delle cose che più ho apprezzato (e odiato, in senso buono) di Daymare: corri, non avrai mai abbastanza munizioni neanche per eliminare la metà delle creature, ma pensa, pensa sempre. Ci saranno dei momenti concitati in cui dovrete avere una capacità di problem solving notevole e non soltanto per schivare gli infetti, ma per risolvere enigmi, o per capire con un colpo d’occhio come può essere d’aiuto l’ambiente circostante.

Quindi non si tratta di correre soltanto per una corretta gestione delle munizioni, ma di correre con la testa prima che lo faccia una delle meravigliose bestioline che correranno quanto voi. Daymare rispetta in pieno le caratteristiche del surival horror da questo punto di vista, perché avrete sempre il fiato corto, ve lo posso assicurare. Che sia stata la mia scelta di giocarlo di notte con le cuffie ad ampliare tutto? O la mia cronica paura di qualsiasi jumpscare, molto presenti?

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L’ambiente circostante è prezioso e vi consiglio di esplorarlo il più possibile, perché generoso quanto basta di munizioni ed altre sostanze per curarvi o per recuperare velocemente la stamina, ad esempio. Ma vi consiglio di esplorarlo, perché in molti casi vi sarà d’aiuto: barili di benzina, gas che fuoriescono dalle tubature, angoli in cui si può passare per schivare al meglio gli infetti. Tutto il level design urla di prestargli attenzione, a volte, come già detto, con estrema rapidità. Citando i barili di benzina devo precisare una cosa, prendendo loro come esempio: non saranno luccicanti e messi lì dagli sviluppatori per aiutarvi, ma dovrete essere voi a comprendere ciò che avete intorno.

I punti appena analizzati fanno di Daymare un titolo hardcore, anche se molto equilibrato. Vi ricordo che la modalità da me giocata è quella più difficile, la Daymare e che, dunque, il mio giudizio si basa su questa.

N.B: avendo la fortuna di avere gli Invader Studios relativamente vicini a dove abito, non ho potuto fare a meno di notare dei simpatici riferimenti ad alcuni luoghi che ho riconosciuto: insegne di alcuni locali, città scritte sui monitor, ma soprattutto un punto in cui entrerete in una perfetta riproduzione del loro studio. Sono piccole cose che ho apprezzato moltissimo e che andavano menzionate.

Carta e penna?

La gioia di trovarsi davanti ad un enigma e di prendere carta e penna per cercare di risolverlo era qualcosa che avevo dimenticato da tempo. Almeno per questo genere di videogiochi. Trovare la combinazione, risolvere un indovinello, cercare una soluzione scarabocchiando sul block notes non ha prezzo. Oppure segnarsi di continuo numeri, cifre, scritte anche in giro nel level design per sbloccare serrature.

Gli enigmi, lasciando stare per un secondo la carta e la penna, non sono sempre di facile intuizione, anzi. Alcuni vi faranno perdere davvero la pazienza, quindi non aspettatevi favori da questo punto di vista.

Inventario: finalmente metto in pausa!

E invece no! Dimenticate la gioia di mettere in pausa il gioco anche in mezzo all’inferno più nero per curarvi ed organizzare le vostre armi. L’inventario, o meglio il D.I.D. il dispositivo che avrete sul braccio, vi consentirà di gestire tantissime cose, ma sempre in tempo reale. È consigliabile, anzi doveroso, organizzarvi con cura appena avrete un momento di tranquillità per non trovarvi impreparati al momento del bisogno.

Il D.I.D è una delle caratteristiche più interessanti di Daymare, perché punta ad un realismo assente, a mio avviso, in altri giochi della sua categoria. Mi è spesso capitato di pensare come facessero i personaggi a ricaricare in maniera così veloce le loro armi e ci hanno pensato anche loro, gli Invader Studios. Se in un momento di tranquillità non avrete riempito i vostri caricatori, allora dimenticatevi di usarli con la vostra arma. In pratica nel vostro inventario non avrete soltanto la pistola, ma anche i caricatori che dovrete caricare con i proiettili.

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E mentre sto uccidendo gli infetti che faccio? Se preventivamente avete gestito bene le munizioni nel D.I.D allora non preoccupatevi: ci sarà un menù rapido in cui potrete selezionare il caricatore desiderato e, tenendo premuto il tasto di ricarica, in un paio di secondi sarete pronti a far fuoco.

Non avete neanche un paio di secondi? Semplice: basta premere due volte velocemente il tasto di ricarica così da gettare il vecchio caricatore e mettere quello nuovo (ma ricordatevi di recuperare il vecchio, vi sarà utile!)

La gestione delle armi inizialmente vi sembrerà complessa, ma una volta capito il sistema sarà una sciocchezza usarlo ed anzi sarà molto comodo.

Ma il D.I.D non serve soltanto per le armi: vi mostrerà una mappa, un menù in cui leggere documenti, ascoltare file audio raccolti o il vostro stato di salute.

Daymare 1998, in definitiva, com’è?

Bello, pauroso e divertente. I numerosi jumpscare vi faranno saltare dalla sedia, l’ansia degli infetti, che sanno correre anche bene, vi sarà sempre con il fiato sul collo, ma soprattutto il level design, riuscito e variegato allo stesso tempo, vi porterà in un vero e proprio incubo. Personalmente era da tempo che non giocavo a qualcosa che mi tenesse così incollato allo schermo, forse, guarda un po’ il caso, da Gennaio scorso con Resident Evil 2: destino?

Menzione particolare alla soundtrack che contribuisce a creare uno stato d’ansia, ed accompagna il giocatore anche nei posti più tranquilli, quelli in cui credi di poter respirare un po’.

Due anni fa ho avuto la fortuna di giocare Daymare un po’ e mi aveva colpito: oggi ha centrato in pieno!

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