Filosofia e desiderio di rinnovamento: intervista a Giuseppe Girgenti

Filosofia e desiderio di rinnovamento:  intervista a Giuseppe Girgenti

Chi pensasse che la filosofia sia una cosa da relegare alle aule accademiche o da lasciare a “vecchi parrucconi ottocenteschi” (per usare una felice espressione di Diego Fusaro) avrebbe dovuto partecipare all’incontro di martedì 11 dicembre scorso presso Palazzo Margutta in Roma. Nel contesto di una galleria d’arte al civico 55 si è tenuta, infatti, la presentazione del libro di Valentina Cordero dal titolo “La libertà come riconoscimento: Taylor interprete di Hegel”, oltre a quella dell’ultima fatica editoriale del giovanissimo filosofo e ricercatore Diego Fusaro intitolata “Minima mercatalia”. A fare da padroni nel dibattito sono stati dunque i filosofi ottocenteschi che hanno maggiormente dominato il pensiero occidentale ma che, da qualche tempo, a detta degli autori dei testi citati, sono bistrattati non solo nella manualistica ma anche nel confronto culturale.

Ha moderato il dibattito Giuseppe Girgenti, ricercatore di storia della filosofia antica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Professor Girgenti, vorrei partire dalla sua esperienza. Cosa l’ha spinta a intraprendere gli studi di filosofia?

Il merito maggiore debbo riconoscerlo nei docenti del liceo classico “Vittorio Emanuele II” di Palermo. Ricordo i miei docenti di filosofia, di latino e greco, di italiano, ma soprattutto il mio professore di religione, padre Pino Puglisi. Tutti, nel complesso, hanno avuto il merito di darmi una visione umanistica, classica, in cui la filosofia, per me, era il punto di congiunzione di una cultura umanistica in senso lato, che racchiude la classicità greca, la romanità, un certo cristianesimo, la grande letteratura dell’Occidente. La mia scelta di far filosofia in qualche modo voleva essere una prosecuzione del liceo classico, che ho veramente amato.

Cosa consiglierebbe ai giovani che decidono di studiare filosofia?

Da un lato consiglio personalmente di coltivare le passioni, in particolare la propria passione per lo studio, per le letture. Dall’altro lato, una grande concretezza. Oggi si teme principalmente per l’assenza di un’occupazione dopo gli studi. In realtà la filosofia, se ben condotta, offre una vasta gamma di opportunità lavorative, di sbocchi di lavoro, naturalmente nella scuola e nell’università, nelle case editrici, ma anche nelle aziende, le quali cercano filosofi per l’ufficio stampa, per la gestione delle risorse umane, per la comunicazione e per la pubblicità. In questo sono abbastanza ottimista. E lo sono anche relativamente alla crisi attuale, pensando al grande compito che spetta agli studiosi di filosofia consistente nel ripensare il mondo, incluso il compito di pensare ad una strategia per uscire dalla crisi. Non possiamo demandare ad altri la risposta all’assillo che la crisi ci pone. Se pensiamo alle grandi filosofie antiche, a Platone, ad Aristotele, alla patristica, scopriamo come esse abbiano dato il meglio di sé proprio nei momenti di crisi. Ad esempio, Platone ha dato il meglio di sé nel momento in cui la democrazia ad Atene sembrava crollare, come effettivamente poi accadde. Sant’Agostino ha dato il meglio di sé nella Città di Dio, quando l’impero romano stava per crollare. Hegel diceva che la filosofia nasce al far della sera, al tramonto, quando ormai tutto è accaduto. Io, però, penso che la filosofia, e in questo sono nietzscheano, rappresenti anche l’aurora di un nuovo mondo.

A tal proposito, oggi sembriamo assistere ad una radicale crisi del pensiero, emergente sotto varie forme, da quella alienante a quella massificante. Qual è, secondo lei, la via d’uscita per ri-valutare una forma autentica di pensiero?

Rivalutare la storia del pensiero in due direzioni, che permettano in definitiva di non fermarsi al presente in quanto immediato. Da un lato, dunque, guardare al passato con uno sguardo umanistico, considerando la storia come maestra di vita, i classici come luoghi in cui trovare continue ispirazioni. Dall’altro, lo sguardo al passato non deve essere inteso in senso archeologico, monumentale, ma deve fungere da fonte di ispirazione per il futuro. La filosofia, se ha questo sguardo al passato e al futuro, conserverà nello stesso tempo un aspetto umanistico, nel senso più nobile del termine, e una dimensione creativa. Il Rinascimento italiano ce l’ha abbondantemente mostrato: ha guardato al passato per creare una nuova epoca.

La libertà come riconoscimento. Ri-valutare la libertà. Il libro di Valentina Cordero rilancia l’attualità del pensiero hegeliano e l’interpretazione che di esso ne dà Charles Taylor. Un pensatore come Costanzo Preve, in un’intervista recente metteva in guardia dalla retorica della libertà. Come sfuggire dalle varie deformazioni della libertà, evitando gli estremismi dell’individualismo e dell’adattamento, analizzati molto bene dalla Cordero stessa?

Immagino che la retorica della libertà a cui Preve fa riferimento è una libertà ridotta alle sue declinazioni politiche, economiche. Penso al liberismo economico, ma anche al libertarismo, che effettivamente sono un impoverimento della libertà. Io credo che la libertà nel suo senso più nobile è il trovare in noi stessi la ragione della nostra azione, riconoscersi come causa della nostra azione. Quando riflettiamo su noi stessi ci rendiamo conto che ci sono alcune cose, alcuni fatti che ci capitano, il respirare, la circolazione del sangue, eccetera. Cose che riguardano noi, il nostro essere, la nostra struttura organica e psico-somatica, oppure impulsi psichici che in fondo ci capitano, di cui noi siamo soggetti passivi. Al contrario, ci sono altri eventi in cui ci sperimentiamo fenomenologicamente come aventi in noi stessi il principio dell’attualizzazione, dell’attivazione. In essi risiede la libertà. Una libertà sperimentata anzitutto su un piano antropologico e fenomenologico, in quanto l’atto, radicato in noi, di conseguenza diventa principio etico.

Nel testo della Cordero una grande importanza assume il fenomeno del linguaggio. In quale direzione dirigersi per ri-valutare il linguaggio come strumento essenziale di relazione io-tu?

Aristotele diceva che l’uomo è zoòn loghikòn. Di solito l’espressione viene tradotta come “animale razionale”. Lògos,però, non significa solo ragione o pensiero, ma anche linguaggio, discorso. La definizione aristotelica dunque, si potrebbe intenderla come “uomo dotato di discorso”, o meglio “animale dotato di linguaggio”. Zoòn lògon èchon, un animale che possiede il linguaggio. Da ciò deriva l’essere politico dell’uomo, perché il linguaggio è un discorso tra più uomini, ha senso solo in una comunità. L’uomo non potrebbe essere dotato di un linguaggio se non fosse originariamente anche politico. L’essere razionale dell’uomo come essere linguistico è anche essere politico. Da questo punto di vista il pensiero aristotelico merita ancora una serie di analisi che ancora non sono state portate fino in fondo, scoperte in tutta la loro potenzialità di sviluppo linguistico-politico.

L’ultimo testo di Diego Fusaro – Minima mercatalia – spinge la nostra riflessione alla domanda circa la dimensione del mercato. Quando, secondo lei, il mercato potrebbe erodere il pieno e autentico sviluppo della persona umana?

Il testo di Fusaro, qui presentato quest’oggi, va nella direzione di una critica del capitalismo nella sua dimensione oggettiva, che ci si presenta come data e inamovibile. Io però, e in questo forse attingo ad una certa formazione cristiana, direi che il capitalismo, il mercato, hanno pur sempre la radice in una delle passioni umane che cristianamente viene chiamata avarizia, ovvero il desiderio indiscriminato di accumulo di denaro. In fondo, Platone stesso nella Repubblica denuncia lo stesso male. L’avarizia è peggiore per molti versi della lussuria, della cupidigia, dell’irascibilità, le quali riguardano il corpo, ovvero l’io travalicante la ragione. Il desiderio smisurato di denaro fa alienare l’io al di là del proprio corpo, ponendo l’oggetto del proprio desiderio non nella propria mente, nel proprio corpo, bensì fuori. Lo avevano capito gli spartani. Secondo loro, infatti, ciò che distrugge l’anima dello spartano può essere solo il desiderio di denaro. In conseguenza di questo essi proibirono l’oro, l’argento, lasciando come materiale dell’unica moneta corrente il ferro, il quale aveva solo un valore di scambio. La virtù, nel senso dell’aretè greca, dà la capacità di essere padroni fino in fondo di se stessi, cioè di conferire a quello che ci fa uomini la razionalità, la coscienza. Un’immagine significativa è quella della biga alata, messa in atto da Platone nel Fedro. La nostra parte razionale è l’auriga che non fa altro che disciplinare i cavalli, ovvero i nostri impulsi, i nostri desideri, pur necessari per incedere nella corsa. La metriopatìa è proprio questa: la moderazione delle passioni al fine di indirizzarle verso un giusto uso.

Andrea Lariccia  

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