Veleno. Materia. Speranza. Un’Utopia chiamata Futuro

Veleno. Materia. Speranza.  Un’Utopia chiamata Futuro

“Coloro che si limitano a studiare e a trattare gli effetti della malattia sono come persone che si immaginano di poter mandar via l’inverno spazzando la neve sulla soglia della loro porta. Non è la neve che causa l’inverno, ma l’inverno che causa la neve.”
Teofrasto Paracelso
Parlare di veleno ai giorni d’oggi è anacronistico, eppure è quello che ci serve per illuminare il nostro mondo di una luce diversa, risanatrice.
La storia scientifica occidentale, fino quasi alla fine del XIX secolo, ci insegna che buona parte dei naturalisti fosse convinta che non si dovesse solo indagare l’aspetto misurabile delle cose, ma anche la controparte sovrasensibile. Questa visione oggi ritenuta mitologica apparteneva a tutti i più grandi pensatori del passato, uomini di altissimo acume si interrogavano non solo sull’apparenza fisica dei fenomeni ma sulla loro essenza spirituale. Già nella seconda metà del 1500, con gli studi Copernicani, il pensare meccanicistico inizia ad insinuarsi tra le fila degli studiosi. La visione prettamente materialistica prende il sopravvento dopo le teorie del filosofo Immanuel Kant, che relegando il pensiero a strumento di indagine meramente sensibile e le questioni metafisiche a pura illusione, consegna lo scettro al dogma dell’esperienza. Questo cambiamento, seppur non immediato, matura negli anni sino alla visione odierna, dove il materialismo scientifico è ormai univoco.
Il problema che questo tipo di approccio ci consegna è enorme, ma purtroppo sottovalutato, ogni scienziato, anche agli inizi della sua carriera di studi, potrà confermare come tutta l’industria scientifica sia fondata su una domanda ben precisa: “Come funziona questo?”
Il problema è che la domanda è sbagliata, o almeno non è quella che ci serve.
Studiando solo gli effetti, a volte prendendoli come causa, non ci farà mai risalire alla matrice primordiale, poiché essa non è visibile, il perché ultimo dei fenomeni studiati non è mai raggiunto e resta irraggiungibile, in alcuni casi non interessa neanche più. Ci limitiamo alla descrizione sempre più precisa di cosa riusciamo a vedere, migliorando solo gli strumenti di misura, microscopi perfetti, calcoli sempre più complessi, calibrazioni nanometriche, dimenticandoci totalmente del nostro occhio.
Goethe probabilmente avrebbe riso di quello che è diventata oggi la scienza naturale, una lista infinita di reazioni a cascata, ma mai nessuna origine.

Cosa c’entrano quindi i veleni con il materialismo?

Come affermava Teofrasto Paracelso nel 1500, “Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto”. Parafrasando il filosofo e alchimista (si all’epoca non c’era distinzione tra pensatori e scienziati) potremmo affermare che se tutto è veleno, allora niente lo è, bensì è l’essere vivente che non ne sopporta le dosi.
Questo punto di vista farà storcere il naso a parecchi medici, ma se vogliamo essere spassionati dobbiamo accettarne la verità. Se volessimo verificare questa teoria potremmo provare a bere 10 litri di un liquido non velenoso, l’acqua, probabilmente la verifica ci sarebbe letale. Ovviamente non proviamoci, ma questo esempio basta a rendere l’idea. I veleni, come i virus, non sono letali di per sé ma è l’ospite, talvolta, a non riuscire a combatterne l’aggressione. Per la stessa ragione, non sempre un medicinale specifico risulta efficace per tutti. Non bisogna perciò intendere la cura come un’esperimento chimico sulla natura inorganica.
E’ necessario fare uno sforzo per accettarlo, ma se guardiamo a questi fatti senza preconcetti arriveremo presto all’accettazione della loro veridicità.
Accettare invece che esistano sostanze, agenti patogeni o batteri mortali, senza considerare il ruolo fondamentale dell’organismo, genera rimedi esclusivamente materialistiche, che saranno solo un palliativo e non un vero antidoto.

Guardiamo oggi alla nostra situazione attuale, abbiamo un virus in tutto il mondo che semina terrore ed angoscia, la scienza ci ha proposto due difese. La prima è il distanziamento sociale e l’uso della mascherina, “se non mi tocca non può farmi male” quindi interrompendo il contatto con un strumento estraneo ed una condotta antisociale sono al riparo. Con questa affermazione non voglio negare l’effettiva necessità ed efficacia del metodo, ma bisogna capirne anche la reale portata a lungo termine. La seconda risoluzione propostaci è il vaccino, una sostanza prodotta artificialmente che viene inserita all’interno dell’organismo per cercare di stimolare lo sviluppo di anticorpi antagonisti del virus. Anche se il virus dovesse arrivare, nonostante le precauzioni esteriori già in uso, avrei un’altra protezione.

Entrambi gli approcci sono finalistici, prevedono cioè l’applicazione di uno strumento estraneo per impedire ad un “veleno” di agire agire sul mio corpo.
Queste due difese sono la nostra ultima e unica speranza, e se arrivasse un virus più potente, magari una variante cattiva? Beh in quel caso ci rimarrebbe veramente solo la speranza.
Perché ammiro i pensatori antichi? Perché oltre che essere scienziati erano anche filosofi, e pensavano all’Uomo prima di pensare alla scienza, i loro studi, i loro esperimenti erano tutti fondati sulla centralità dell’Essere Umano.

Dov’è l’Organismo Uomo?

Il più grande rammarico che questa pandemia mi sta lasciando è la totale cecità degli studiosi moderni, nessuno di loro ha mai parlato dell’organismo Uomo, ma si è sempre e solo parlato continuamente del virus, nessuno ha chiesto a gran voce una rivoluzione culturale della nostra società. Si sono solo scontrati dialetticamente su chiusure o aperture, sempre e solo puro materialismo. Sembra che molti vogliano sconfiggere il Covid e non salvare l’Essere Umano.
La rivoluzione che deve essere pensata dalle grandi menti del XXI secolo la stanno pensando le persone comuni, quei pochi individui dotati di giudizio critico. Dobbiamo insegnare ai nostri figli il valore del nostro corpo, tempio sacro. Introdurre educazione civica, alimentare, ambientale e fisica strutturate fin dalla prima infanzia. Educare le nuove generazioni a rispettare se stessi, gli altri e il nostro pianeta. Non con la paura della catastrofe ma con la consapevolezza della conoscenza. Cresceranno uomini e donne sani, che non sprecheranno cibo, non vandalizzeranno il loro corpo e rispetteranno la nostra Terra quale dimora universale. Non penseranno di oscurare il sole per impedire il surriscaldamento globale, o di indossare maschere per evitare l’inquinamento, ma ridurranno le emissioni pensando in verde, non vorranno andare sulla luna per colonizzare un satellite morto, ma daranno nuovamente vita alla nostra casa. Sarà una nuova Umanità, sarà una nuova Terra.
E’ un’utopia lo so, ma credo che la speranza, se deve esistere, debba esserci per pensare un nuovo mondo illuminato da pensieri come questo.
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